bla bla blogger 12 febbraio 2018

La community di  #adotta1blogger consiglia per questa settimana la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati” e “segnalati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura. Con questi post, condivisi dai blogger della community #adotta1blogger all’interno dell’omonimo gruppo chiuso su facebook, vogliamo contribuire nel nostro piccolo alla diffusione della conoscenza. Con il caratteristico spirito di condivisione che ci caratterizza, basato sull’approfondimento e sulla ricerca di un confronto costruttivo.

Buona lettura!

In questa rassegna si parla di valori, reports, società, marketing, arte.

Valori
La manager europea di Facebook: “Ho il cancro, nella vita ci sono cose che non puoi controllare” , di Marco Paretti

Reports
Startup: soltanto una su due ha un sito web funzionante , de Il Sole 24 Ore

Startup: soltanto una su due ha un sito web funzionante

Società
Perché le persone non amano i leader troppo intelligenti , di Rivista Studio

Perché le persone non amano i leader troppo intelligenti

Marketing
Le 7 cose da fare appena si diventa amministratori di una Pagina Facebook , di Simone Bennati

Le 7 cose da fare appena si diventa amministratori di una Pagina Facebook

Le 10 migliori lezioni per il business dalla psicologia sociale , di Rocco Iannalfo

Le 10 migliori lezioni per il business dalla psicologia sociale

Social media, social network
Le pratiche da evitare sui social network , di Valentina Baldon

Le pratiche da evitare sui social network

Arte
6 opere per conoscere (e amare) Jan Vermeer , di Arianna Senore

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Simone Bennati, Donatella Coda Zabetta, Valentina Baldone, Rita Fortunato.

a cura di Paola Chiesa

 


bla bla blogger 9 giugno 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Noi blogger siamo stupidi. Temerari ma prudenti, ingenui ma smaliziati, machiavellici ma sinceri.
Facciamo impazzire chi ci accompagna nei nostri viaggi: dobbiamo immortalare tutto, dagli spaghetti nel piatto alla porta del gabinetto del bar, “che magari ci faccio un post”. Pur non ricevendo commenti, continuiamo imperterriti a scrivere, editare e postare.
Ma ‘ndo vai se il Klout Score alto non ce l’hai? Alcune aziende lo considerano molto seriamente per la necessità di inserire nel proprio organico qualcuno che abbia un certo seguito. Ciò che queste aziende fanno, dunque, è chiedere uno score minimo a coloro che intendono candidarsi per determinate posizioni aperte. Anche se a far schizzare verso l’alto il Klout Score di un utente non è la qualità delle interazioni generate, ma la quantità delle stesse. Mah…
Altra cosa è la visibilità di Whatsapp, intesa come feature che puoi modificare, così come le notifiche delle chat di gruppo o le famigerate “spunte blu”. Walt Disney, che non lasciava nulla al caso, neanche i colori scelti per i personaggi dei film, di solito riservava il blu  a soggetti positivi, che però risultano spesso piuttosto noiosi. Come le spunte di Whatsapp, appunto.
E la paura, invece, di che colore è? Per alcuni, verde come una cavalletta… Ma di solito il verde è il colore della rabbia, come quella che provi quando vivi in un Paese fondato sulla corruzione capitale. Per combatterla non bastano certo le leggi, serve una battaglia culturale, che può essere portata avanti non da una classe politica immersa fino al collo nel marciume, ma da una società civile che abbia ben presente la differenza tra richieste che nascono da una carenza, ed offerte che nascono da una volontà di servizio. Tutto il resto è una negoziazione che non ci appartiene.

Ovvero:

I Blogger sono stupidi. di Eli Sunday Siyabi

Habemus Klout. Daje. di Simone Bennati

5 trucchi per migliorare l’utilizzo di WhatsApp. di Luca Borghi

Appendice… Del blu e di altre storie di La Kasa Imperfetta

Anche i supereroi hanno paura. di Roberta Vacca

Spunti di vista, vivere in Italia un Paese fondato sulla corruzione capitale. di Daniele Maisto

Il coaching per la suocera. di Tamara Gavina

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Francesco Ambrosino, Luca Borghi, Rita Fortunato, Roberto Gerosa, La Kasa Imperfetta,  Matteo Pogliani.

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa

 


Applicare la “disruptive innovation” alla PA

disruptive
Perché adottare la disruptive innovation nella Pubblica Amministrazione?

In un precedente post avevamo parlato dell’innovazione ideale come evoluzione dal vecchio al nuovo attraverso quel filo sottile della tradizione, che consente di valorizzare le irrinunciabili conquiste di civiltà e di valutare l’efficacia delle azioni innovative.

Continuando le nostre riflessioni, questo approccio ci conduce verso il concetto della disruptive innovation di Clayton Christensen, ideatore della teoria del job to be done, secondo la quale il focus si sposta dal prodotto al bisogno che il prodotto è chiamato a soddisfare: banalmente, le persone non vogliono un frigorifero, vogliono conservare il cibo per consumarlo in un momento successivo. Secondo questa diversa prospettiva, l’innovazione è allora un processo per definire un concetto di prodotto o servizio che soddisfi dei bisogni importanti e non soddisfatti. Per arrivare a capire quali sono questi bisogni, è indispensabile interagire sapientemente con il mercato, con la gente.

La caratteristica fondamentale della disruptive innovation è che non è legata, come si potrebbe immaginare, a mutamenti tecnologici estremi o particolarmente complessi, quanto alla capacità di cogliere, secondo una metodologia quasi maieutica, quali sono i bisogni latenti nel consumatore, che ci sono sempre stati ma che per vari motivi non sono ancora emersi. Questo si che è dirompente. Una volta individuati, anche l’effetto è dirompente, perché genera il successo dell’iniziativa e ne viralizza gli effetti positivi.

Questo tipo di approccio, che mette il bisogno della persona al centro, mi riporta alla mente alcune significative tesi del Cluetrain Manifesto di Fredrick Levine, Christopher Locke, David Searls e David Weinberger, che già nella sua prima versione del 1999 diceva “parlare con voce umana non è un gioco di società, non si impara certo partecipando a qualche convegno esclusivo; per parlare con voce umana, le aziende devono condividere gli interessi delle loro comunità; ma, prima, devono appartener a una comunità; […] se la loro mentalità d’impresa non arriva a coinvolgere la comunità, allora non hanno mercato” (tesi nn. 33-37). Concetto ribadito nella nuova edizione “The New Clues”, il manifesto per un nuovo umanesimo digitale: “Avevamo ragione la prima volta: i mercati sono conversazioni.; avere una conversazione non significa strattonarci per una manica per parlarci di un prodotto che non ci interessa […]” (tesi 52- 53).

Tradizionalmente i concetti sopra esposti sono riferibili alle aziende e alla loro necessità di aggredire un nuovo mercato, ma ci piace nel nostro piccolo essere “dirompenti” nell’immaginare come si potrebbe contaminare la Pubblica Amministrazione, aiutandola con metodologie nuove a captare le necessità importanti della propria comunità. Ne abbiamo parlato qualche tempo fa in un post, suggerendo quale potrebbe essere l’utilizzo esemplare dei social network da parte della PA; secondo noi la Pubblica Amministrazione dovrebbe agire come un soggetto facilitatore di disruptive innovation, facendo emergere le criticità e i reali bisogni dei cittadini relativamente ai servizi pubblici, ad esempio mettendo a disposizione gli open data e investendo su sentiment analysis, affinché le aziende ed i centri di ricerca possano modellare dei processi che portino a obiettivi condivisi e a risultati misurabili.

Paola Chiesa