bla bla blogger 2 maggio 2016

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia per questa settimana la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Legge la frase. La rilegge. Una, due, molte volte. Se non fosse sicura della buona fede di chi scrive, Carla penserebbe a un’esagerazione o sospetterebbe di essere presa in giro. Guarda l’orologio. Pensa che non ha una risposta. Sente ancora il calore del messaggio. Forse di questo si tratta. Calore.
Nel frattempo le Briciole Golose sfornano, cuociono, impastano, lievitano, montano, frullano, tritano, decorano e glassano qualsiasi cosa la mente umana possa aver voglia di mettere nello stomaco (purché entri in un forno). Per esempio la torta Mimosa.
Lascia fare a me, monterò questi tuorli d’uovo in men che non si dica. Sentirai che crema”
E’ possibile tenere fede, con determinazione, alla realizzazione di un progetto che diventa motivo di costruzione della propria vita. Non importa se agli altri questo non pare possibile o lontano dal proprio ambiente “genetico” in cui si è vissuti fino ad ora. La cosa fondamentale è crederci e porre in essere azioni al fine di raggiungere l’obiettivo.  Dunque in termini umani questo significa “lavorare” affinché i propri desideri diventino reali.
Del resto, la forza di chi innova sta spesso nella domanda “perché no?” e nel guardare ciò che fanno gli altri e farlo in modo differente, pescando risorse e competenze al di fuori del recinto nel quale pascolano tutti.
Che a volte potrebbe tradursi anche nel coraggio di dire NO a un cliente.
Come si fa una ricerca su Twitter? Attraverso due utilissimi strumenti, i quali permettono di spulciare tra i tweet in modo rapido ed estremamente mirato: la ricerca avanzata e gli operatori di ricerca.
Scrivener è invece un tool di scrittura che può essere utilizzato da chiunque scriva. Libri, novelle, sceneggiature, tesi, ricerche possono trovare spazio al suo interno. La sua versatilità lo rende interessante anche per l’attività di blogger.
Ma mentre parlo, Maya russa rumorosamente. Deve essersi addormentata sulla sua sdraietta…

Ovvero:

Scrittura, Blogging
Calore. di Paola Giannelli

Cinquanta sfumature di giallo. di Gianluca Meis

Diverso è meglio. di Andrea Girardi

Social Media
Twitter: la ricerca avanzata e gli operatori di ricerca. di Simone Bennati

Marketing
3 passi per dire no e offrire un ottimo servizio. di Paolo Fabrizio

Psicologia, Pedagogia
Come giungere al karma da pedagogista incapace attraverso Zootropolis! di Monica D’Alessandro Pozzi

Il cane del mio psicologo. di Laura Salvai

Cucina
I sogni son desideri chiusi in fondo ad una Torta Mimosa delle Briciole Golose. di Alessandra Bruni

Tools, Tutorials
Scrivener: pro e contro. di Alessia Savi

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Margherita Penza, Anna Wood, Noemi Bengala, Andrea Girardi, Sylvia Baldessari, Valeria Bianchi Mian, Annarita Faggioni.

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Un particolare ringraziamento va ancora ai blogger che nel mese di Aprile sono stati più attivi nel gruppo facebook Adotta 1 Blogger, attraverso adozioni, condivisioni, segnalazioni, commenti e suggerimenti.

Eccoli, i magnifici 7: Sonia Bertinat, Francesco Ambrosino, Rita Fortunato, Valeria Bianchi Mian, Nick Murdaca, Andrea Toxiri, Gloria Vanni.

aprileb

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 4 giugno 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Andare o restare? Per quale scelta ci vuole la maggior dose di coraggio? Di fronte a tante cose che non vanno come dovrebbero, ad una crisi che da economica è diventata anche di valori, restare è davvero un atto rivoluzionario, un gesto di coraggio? O è solo l’ennesimo modo per non rischiare di cambiare lo stato delle cose, in cui, bene o male ci siamo abituati a vivere? Il vero coraggio sta in effetti nella scelta.
Intanto camminare – soprattutto per molti giorni, quando possibile – ti permette di spogliarti. Di eliminare ogni menata, ogni rovello cerebrale, ogni sovrastruttura moderna e quotidiana. Tutto ciò che ci preoccupa qui, quando cammini non ha più alcun senso. O meglio, i problemi non spariscono per incanto, ma si ridimensionano, si fanno concreti, hanno contorni e confini.
Possibilmente non iniziare il tuo cammino proprio nel centro di Bologna, dove potresti trovare una vivacità inaspettata che sembra non consentirti mai un attimo di quiete! Magari mentre sosti accanto alla Fontana del Nettuno, prova a fare una riflessione sul tuo business, un check-up ai tuoi obiettivi, per verificare se hai raggiunto quelli che ti eri posto nella prima metà dell’anno, e a che punto sei con quelli da raggiungere entro fine anno. E’ come creare engagement nei social ponendo delle domande, con la differenza che devi porle a te stesso. Basta che siano più semplici possibili. Per esempio, se sei un blogger, di cosa scrivi? Conosci Google Trend? E’ uno strumento che può esserti utile per vedere tutto quello che è trend sul web, dividendo gli argomenti per Paese, giorno, mese, anno e categoria. Se però vuoi parlare di donne che ricoprono il ruolo di amministratore delegato nelle aziende, lascia pur perdere i trend…
Ricordati invece che il colore del trionfo femminile ai vertici internazionali è il rosa fucsia e non il rosa cipria, confetto, bon bon che va tanto di moda in Italia, in cui c’è molto make-up che rende gradevole la forma. Ma dove la sostanza, sia nel pubblico che nel privato, manca.

Ovvero:

Andare o restare? L’importante è non rimanere fermi. di Erika Francola

Camminare è spogliarmi. di Eleonora Nila Viganò

Un giorno a Bologna: dal complesso delle Sette Chiese ai tortellini burro e salvia. di Bruna Athena

Sole, sabbia e afa sui tuoi prossimi traguardi. di Paolo Fabrizio

Engagement nei social? Poni delle domande. di Marina Pitzoi

[MONDO BLOG]: Google Trend per trovare gli argomenti. di Andrea Toxiri

Il mio colore preferito è il rosa fucsia anche se in Italia va di moda il rosa cipria. di Mirna Pioli

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Francesco Ambrosino, Rita Fortunato, Roberta Vacca.

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 3 giugno 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Insieme alla consapevolezza, ciò che aiuta a “sopravvivere imparando” tra le molteplici sfide è  la creatività. Che non è perdersi nel fare (ah… la condanna del “multitasking”, soprattutto per le donne) ma essere “trasformative”, generare cambiamenti, percorrere opzioni nuove, ma anche costruire ponti e alleanze tra persone, condividere parole nutrienti e silenzi densi di possibilità.
La verità non è mai bianca o nera, è nelle sfumature. E i colori sono tutti lì, devi solo saperli osservare, come nei film di Sorrentino, dove ad ogni visione i colori cambiano, perché ad essere diverso sei tu ed il tuo punto di vista.
Proprio le tue sfumature diventano importanti se sei alla ricerca di un lavoro nello sterminato panorama di offerte che Internet ci propone. Se sei uno scrittore per esempio, anziché proporre il solito contenuto di testo, dovresti assolutamente abitare Pinterest, un social network visuale per parlare ad esempio del “dietro le quinte” e promuoverti lasciando ad altri l’uso esclusivo di noia e banalità. Chi si imbatte nel nostro profilo social, decide in pochissimo tempo se quello che ha appena visto lo ha colpito o non gli è piaciuto per niente.
Una volta capiti gli ingredienti, ciò che davvero conta è la ricetta, cioé il metodo che ti servirà per analizzare la pietanza da creare (obiettivo) e capire come metter insieme gli ingredienti (strumenti) al fine di cucinarla nel migliore dei modi, evitando errori grossolani. Il metodo in realtà è uguale per tutti i progetti, per tutte le aziende e in qualunque settore. Ciò che davvero cambia non è il metodo, ma la sua applicazione. Il marketing non è una battaglia di prodotti, è una battaglia di percezioni. Sono queste ultime che ci fanno scegliere chi crediamo esser “lo specialista” per la soluzione dei nostri problemi.
Ora che sai proprio tutto, non ti resta che alzarti dal letto pronta per fare il tuo dovere il meglio che puoi, nonostante tu abbia la retromarcia inserita; nonostante il lavoro che fai lo fai soltanto perché lo vivi come una necessità; nonostante la tua testa e la tua esperienza ti dicano di farlo in un modo e, invece, devi necessariamente farlo in un altro; nonostante tu viva in un mondo di CuGGGini che ti guardano dall’alto in basso sempre pronti a dirti cose del tipo: “Ma come, non sapevi che era meglio fare così?”, oppure “Sì sì, questo tool lo conosco già da una vita”, o ancora “Il mio metodo è decisamente migliore”. Vuoi un consiglio fraterno? Inizia la giornata con una danza maori, rituale e propiziatoria, perché in fondo sei una guerriera nella quotidianità.

Ovvero:

Guerriere – Monica S. feat. Pontitibetani. di Monica Simionato

Youth—La giovinezza: un film sulle sfumature della vita. di Francesco Ambrosino

Cercare lavoro su internet: roba da professionisti. di Simone Bennati

Pinterest per scrittori ed editori | Guida rapida. di Alessandra Zengo

Come ottimizzare il tuo profilo Google Plus. di Luca Borghi

Web Marketing: ecco la ricetta. di Alessandro Sportelli

“Tu che sei tutta copy…” di Valentina Coppola

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Annarita Faggioni, Rita Fortunato, Alessandro Nasdrovian Mariani, Matteo Pogliani.

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa


La consultazione pubblica come strumento di partecipazione

Consultazione AgID sulla valorizzazione del patrimonio informativo pubblico

Una delle ultime consultazioni pubbliche alle quali abbiamo partecipato come Centro Studi Informatica Giuridica Ivrea-Torino è stata quella avviata dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) con oggetto la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico, cioé quali tipologie di dati sarebbe opportuno rendere disponibili secondo i principi dell’Open Data, a partire dalle esigenze di cittadini, professionisti ed imprese.
Al di là della soddisfazione di aver visto il nostro contributo recepito nel report dell’AgID, che sta attualmente studiando le proposte per elaborare il piano per il 2015, l’occasione è utile per riflettere sulla consultazione pubblica; si tratta di uno strumento di partecipazione democratica che consente ai portatori di interesse di esprimere il proprio parere e punto di vista su un argomento; a patto che:
– si sia a conoscenza della consultazione pubblica in corso;
– si sia interessati ad apportare il proprio contributo;
– si abbia dimestichezza con Internet.
Se poi si appartiene a quella categoria di persone note come attivisti digitali, partecipare a una consultazione è solo un passo tra i tanti di un percorso che si snoda in un mare di dati ed informazioni, nel monitoraggio, nell’approfondimento, nel confronto, nell’analisi dei risultati (quando ci sono e nella misura in cui sono reperibili ed accessibili) e nella critica costruttiva, secondo una logica tanto semplice quanto di fatto azzardata:
essere di stimolo ad una Pubblica Amministrazione interessata ad individuare i punti critici del proprio operato sui quali intervenire, al fine di programmare al meglio le attività e gli obiettivi da raggiungere; nonché pretendere la condivisione dei risultati al fine di poterne valutare l’efficacia, quale manifestazione concreta  di una comunità “smart” e consapevole.
E’ facile disorientarsi in un mondo di dati e di informazioni che viaggiano sul web… è un po’ come perdersi tra tante fragranze alla ricerca di quella nota profumata floreale, agrumata o talcata che ti convinca della sua unicità, senza rendersi conto che alla fine sei tu che renderai quel profumo unico, nel momento in cui lo sceglierai.
Allo stesso modo siamo noi che decidiamo le sorti del nostro attivismo civico, nel momento in cui lo esercitiamo. E’ una questione di scelta. Anche online.

Paola Chiesa


Applicare la “disruptive innovation” alla PA

disruptive
Perché adottare la disruptive innovation nella Pubblica Amministrazione?

In un precedente post avevamo parlato dell’innovazione ideale come evoluzione dal vecchio al nuovo attraverso quel filo sottile della tradizione, che consente di valorizzare le irrinunciabili conquiste di civiltà e di valutare l’efficacia delle azioni innovative.

Continuando le nostre riflessioni, questo approccio ci conduce verso il concetto della disruptive innovation di Clayton Christensen, ideatore della teoria del job to be done, secondo la quale il focus si sposta dal prodotto al bisogno che il prodotto è chiamato a soddisfare: banalmente, le persone non vogliono un frigorifero, vogliono conservare il cibo per consumarlo in un momento successivo. Secondo questa diversa prospettiva, l’innovazione è allora un processo per definire un concetto di prodotto o servizio che soddisfi dei bisogni importanti e non soddisfatti. Per arrivare a capire quali sono questi bisogni, è indispensabile interagire sapientemente con il mercato, con la gente.

La caratteristica fondamentale della disruptive innovation è che non è legata, come si potrebbe immaginare, a mutamenti tecnologici estremi o particolarmente complessi, quanto alla capacità di cogliere, secondo una metodologia quasi maieutica, quali sono i bisogni latenti nel consumatore, che ci sono sempre stati ma che per vari motivi non sono ancora emersi. Questo si che è dirompente. Una volta individuati, anche l’effetto è dirompente, perché genera il successo dell’iniziativa e ne viralizza gli effetti positivi.

Questo tipo di approccio, che mette il bisogno della persona al centro, mi riporta alla mente alcune significative tesi del Cluetrain Manifesto di Fredrick Levine, Christopher Locke, David Searls e David Weinberger, che già nella sua prima versione del 1999 diceva “parlare con voce umana non è un gioco di società, non si impara certo partecipando a qualche convegno esclusivo; per parlare con voce umana, le aziende devono condividere gli interessi delle loro comunità; ma, prima, devono appartener a una comunità; […] se la loro mentalità d’impresa non arriva a coinvolgere la comunità, allora non hanno mercato” (tesi nn. 33-37). Concetto ribadito nella nuova edizione “The New Clues”, il manifesto per un nuovo umanesimo digitale: “Avevamo ragione la prima volta: i mercati sono conversazioni.; avere una conversazione non significa strattonarci per una manica per parlarci di un prodotto che non ci interessa […]” (tesi 52- 53).

Tradizionalmente i concetti sopra esposti sono riferibili alle aziende e alla loro necessità di aggredire un nuovo mercato, ma ci piace nel nostro piccolo essere “dirompenti” nell’immaginare come si potrebbe contaminare la Pubblica Amministrazione, aiutandola con metodologie nuove a captare le necessità importanti della propria comunità. Ne abbiamo parlato qualche tempo fa in un post, suggerendo quale potrebbe essere l’utilizzo esemplare dei social network da parte della PA; secondo noi la Pubblica Amministrazione dovrebbe agire come un soggetto facilitatore di disruptive innovation, facendo emergere le criticità e i reali bisogni dei cittadini relativamente ai servizi pubblici, ad esempio mettendo a disposizione gli open data e investendo su sentiment analysis, affinché le aziende ed i centri di ricerca possano modellare dei processi che portino a obiettivi condivisi e a risultati misurabili.

Paola Chiesa


Dai dati alle informazioni nella Pubblica Amministrazione

open data

 

L’importanza dei dati della Pubblica Amministrazione per la conoscenza

Che differenza c’è tra non avere a disposizione nessun dato e averne a disposizione tanti?

A ben vedere nessuna, se consideriamo che il dato di per sé non aggiunge valore a ciò che conosciamo; ciò che veramente ci arricchisce è l’informazione, il risultato dell’elaborazione dei dati, che ci permette di venire a conoscenza di qualcosa.

Quindi i dati da soli non ci salveranno…

E’ interessante però notare l’importanza attribuita ai dati dalle aziende private, che con processi sofisticati e complessi li strutturano, li elaborano e li monitorano con analytics potenti per ricavarne informazioni utili ai fini delle politiche di marketing.

Diversamente la Pubblica Amministrazione è mediamente spettatrice e vittima dell’entropia da lei stessa creata; i dati, quando ci sono, a volte non sono adeguatamente governati, mediamente non sono comunicati, spesso e volentieri non sono spiegati. Così nella percezione comune del cittadino generano qualcosa che, paradossalmente, viene percepito come un appesantimento e una complicazione della macchina amministrativa, aggravati da una terminologia pressoché incomprensibile (open data, open government, open content, open source ecc.) e dall’errore prospettico di considerare l’argomento come appannaggio di informatici ed ingegneri, confondendo lo strumento tecnologico con lo scopo di principio: applicare la trasparenza.

Parlare di dati nella PA implica un chiaro riferimento alla tematica della trasparenza e agli open data.

L’open data si richiama alla più ampia disciplina dell’open government, cioè una dottrina in base alla quale la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, tanto in termini di trasparenza quanto di partecipazione diretta al processo decisionale, anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; e ha alla base un’etica simile ad altri movimenti e comunità di sviluppo “open”, come l’open source, l’open access e l’open content.

Il fatto di trovare sui siti web dei Comuni o sui portali dedicati, innumerevoli record di dataset, di per sé non è sufficiente, perché sono dati aggregati cui manca il tassello finale in grado di dare senso ai dati: l’informazione che portano con sé.

Cosa significano quei dataset? A chi sono destinati? Cosa ci si può fare? Cosa significa riutilizzarli? Chi è a conoscenza dell’esistenza di tali dati? I cittadini cosa sanno degli open data?

Perché tutte queste domande?

Perché il nostro approccio da attivisti digitali ci spinge non solo a voler capire la realtà in cui viviamo, ma anche a voler fare un po’ di chiarezza in un argomento che a torto viene ritenuto riserva di caccia di nerd che parlano inglese e di autoreferenziali innovatori.

A ben vedere, proprio la materia degli open data richiede la collaborazione creativa e trasversale tra soggetti diversi, giuristi ingegneri informatici, uffici amministrativi e della comunicazione, affinché possa generare un valore aggiunto significativo per la comunità di riferimento.

Gli open data non sono il punto di arrivo di un’amministrazione che applica la normativa sulla trasparenza, sono anzi un punto di partenza verso forme di democrazia partecipata, per trovare soluzioni condivise sulle finalità di utilizzo, per consentire la conoscenza delle politiche pubbliche, per stimolare la produzione di nuovi open data, per avviare politiche sinergiche tra PA su tematiche comuni, per incentivare le imprese a creare prodotti utili ed innovativi.

Il requisito primo è che tutti dobbiamo parlare lo stesso linguaggio (magari anche l’italiano), fatto di percorsi ed obiettivi condivisi.

Quando in passato, in campagna di inverno, ci si recava alla sera in visita a casa di qualcuno, era buona usanza portare con sé un tizzone ardente preso dalla propria stufa, che aveva la duplice funzione di illuminare il tragitto a piedi e di contribuire a riscaldare la casa dell’ospite. Un gesto inequivocabile con una triplice valenza di cortesia, utilità e bene comune.

Mutatis mutandis, riportando il discorso a come potrebbe essere la diffusione della cultura degli open data da parte della Pubblica Amministrazione, immaginiamola come una padrona di casa che voglia invitare a cena degli ospiti ma:

1) non glielo faccia sapere

2) non comunichi l’indirizzo di casa

3) non dica che a casa propria fa freddo e che per il bene di tutti è meglio che ognuno porti un tizzone per la stufa

La conseguenza sarà che alcuni non andranno a casa della signora perché nessuno li ha informati, altri non ci arriveranno perché non sanno l’indirizzo, infine i fortunati che ci saranno riusciti non ci torneranno più, quanto meno perché saranno morti di freddo…

E la padrona di casa continuerà a frequentare i soliti quattro amici.

Una PA la cui attività sia realmente animata dalla volontà di diffondere la cultura degli open data dovrebbe seguire un metodo logico in cui sia evidente il percorso e l’obiettivo, grazie a semplici ed indispensabili passi:

  1. pubblicare dataset open data
  2. divulgare con iniziative pubbliche rivolte alla cittadinanza la tematica degli open data
  3. stimolare gli stakeholders del territorio (cittadini, imprese, associazioni, altri enti pubblici) a riutilizzare gli open data
  4. rendere gli open data uno strumento concreto per intervenire sulla realtà, migliorandone le criticità grazie al contributo di diversi soggetti
  5. utilizzare i social media quale strumento di comunicazione snello a supporto dell’attività dell’ente in tema di open data
  6. verificare il miglioramento del servizio pubblico in seguito all’utilizzo/riutilizzo degli open data.

C’è una grossa differenza tra una PA che applica la normativa sulla trasparenza in quanto “deve”, e una che invece abbraccia spontaneamente e proattivamente i valori della trasparenza.

E quando cominceremo a misurare i risultati sulla base del miglioramento della qualità dei servizi erogati, sarà il cittadino, e non le società di rating, che potrà dire se vive in una comunità smart. A quel punto probabilmente gli open data non saranno più né un mistero né fonte di smarrimento per nessuno, e potremo forse anche chiamarli dati aperti.

Paola Chiesa


Approccio di una PA esemplare ai social media

socialmedia

 

Il ruolo della Pubblica Amministrazione nell’approccio ai social media

C’è evidentemente un bisogno ancestrale dell’uomo di lasciare un “segno”, una sorta di impronta che faccia parlare di sè nel futuro, cui non corrisponde in realtà un’analoga capacità di interpretare ed elaborare quel segno da parte dell’interlocutore. Nella preistoria erano i dipinti rupestri che raffiguravano scene di caccia o di danza ma che ancor oggi non sappiamo esattamente se avessero un valore puramente artistico, o se avessero anche un significato simbolico, come la centralità della caccia, il rapporto uomo-animale, la sacralità della danza, ecc.

Oggi sono le frasi, le immagini, i tweet, i video che postiamo sui social media; nuovi segni attraverso cui esprimiamo i nostri gusti e gli stati d’animo, ci georeferenziamo e ci immortaliamo nella nostra presunta forma migliore. Rispetto ai nostri antenati preistorici abbiamo anche lo strumento della scrittura, che ci consente di essere potenzialmente più efficaci nelle nostre esternazioni.

Però, allora come adesso, il processo comunicativo si interrompe e il messaggio non giunge a destinazione integro; forse perché l’uomo è biologicamente sociale ma ahimè culturalmente individuale, e la sua incapacità di comunicare è legata al non saper ascoltare davvero ciò che viene detto? Peraltro motivo per cui privilegiamo le affermazioni alle domande, che potrebbero mettere in discussione le nostre certezze e insinuare in noi il dubbio

Mentre è piuttosto semplice esplicitare se stessi attraverso i social (dichiarare cosa mi piace o non mi piace, dove sono in questo momento, quali sono le mie competenze, i miei hobby ecc.) è sicuramente più nebuloso individuare sia a chi venga indirizzata tale presentazione, sia cosa venga compreso dall’ipotetico destinatario. Esuliamo in questa sede dai discorsi sul target di pubblico che si vuole raggiungere; ci preme piuttosto stimolare una riflessione su come far emergere un’interazione autentica tra gli interlocutori; un’azienda privata, dovendo promuovere il proprio brand e vendere i propri prodotti, andrà a cercare il riflesso di se stessa in un pubblico nel quale si riconosce, o meglio ancora cercherà di plasmare un pubblico che si possa riconoscere nei propri prodotti.

Una presenza esemplare dell’ente pubblico sui social dovrebbe invece avere lo scopo non di ricercare un facile consenso, quanto invece di far emergere un problema ed individuare delle criticità attraverso un’interazione stimolante, che passi attraverso le fasi dell’ascolto e dell’osservazione costanti, che aiutino effettivamente a capire e comprendere le esigenze del cittadino e più in generale della comunità.

Dovessimo visualizzare con un esempio il tipo di approccio che l’ente pubblico dovrebbe avere sui social, potremmo immaginarlo così:

Certo non è semplice né immediato, ma è indispensabile se è vero che, come diceva Goethe, “comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura; tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura”.

Se è normale che un’azienda faccia leva sulla natura umana, è indispensabile che la PA faccia leva sulla cultura, in un processo bidirezionale che permetta di individualre i punti critici su cui intervenire, le attività da programmare, gli obiettivi da raggiungere, la presentazione dei risultati, la verifica dell’efficacia dei risultati. E la cultura richiede informazione, formazione e lucida logica di servizio pubblico verso la propria comunità di riferimento.

Paola Chiesa


Costruire la smart city con un’equazione

equazione smart city

 

L’equazione smart city

Tutta la vita è risolvere problemi” diceva Karl Popper… ma perché abbiamo la sensazione che, anziché provare a risolverli, ci si diletti a crearne sempre di nuovi?

Parlando ad esempio di smart city, è assodato che una città è smart se lo è la comunità in cui è inserita; di fatto però, nella maggioranza dei casi non è al momento identificabile una vera e propria comunità, quanto piuttosto singole individualità ed esperienze, magari anche di eccellenza, che la rete non riesce a far proprie, perché ancora la cultura della condivisione e quindi della comunità da noi è immatura: la rete è per lo più virtuale , è il mondo dei social, dei portali open data, delle conferenze e degli eventi… e poi? Perché non si riesce a trasformare quell’esperienza in valore aggiunto per il cittadino, lo studente, l’ente pubblico, l’impresa? Si preferisce crogiolarsi nella sregolatezza del genio italico che miracolosamente sarà prima o poi in grado di produrre risultati inaspettati e gratificanti (sempre per pochi), piuttosto che seguire un metodo, una tecnica, una logica matematica, che sia in grado non solo di condurre a risultati prevedibili e programmabili, ma anche e soprattutto di verificare l’efficacia in termini di utilità, per la comunità intera, dei risultati raggiunti; quella logica che, se necessario, consentirà di ritarare i parametri in base ai nuovi obiettivi di riferimento.

Coerentemente con quanto scritto, abbiamo allora voluto drappeggiare di utilità queste righe, provando a studiare l’equazione matematica che potrebbe supportare i progetti legati allo sviluppo della smart city e della comunità di riferimento.

E l’abbiamo immaginata così:

dove T= territorio (smart city), PA= Pubblica Amministrazione, C= cittadini, I= imprese, S= scuole

Il territorio inteso come città a misura d’uomo, smart, è il risultato dell’ impegno sinergico dei suoi enti pubblici, dei cittadini, di imprese e scuole, elevato alla potenza “responsabilità”, intesa come capacità di dare risposte efficaci ed utili, alla collettività .

Per converso quindi, la radice di un territorio basato sulla capacità di dare delle risposte, è data dall’impegno sinergico della PA, dei cittadini, delle imprese e delle scuole.

Emerge come nè l’impegno solitario di ognuno di questi soggetti, né l’impegno congiunto ma non finalizzato a produrre dei risultati verificabili, siano sufficienti per costruire la città o il territorio smart; una lodevole iniziativa di un Comune che non sia frutto di una contaminazione con la cittadinanza lascia il tempo che trova, così come l’imprenditore illuminato che realizza un progetto esemplare ma di fatto isolato o non replicabile.

L’elemento chiave è la responsabilità intesa come capacità di dare risposte a qualcuno, sulla base di dati, di risorse, di processi e di risultati; non dimenticando che quel “qualcuno” è la comunità.

Ecco che allora la comunità diventerà tanto più smart, ovvero intelligente, quanto più sarà alta la consapevolezza di dover pretendere risultati misurabili e verificabili.

Paola Chiesa


Il digitale è un’azione da far accadere

digitale

 

Immaginiamo il digitale come un verbo

Il linguaggio può influenzare il pensiero? Facciamo una prova e supponiamo che voglia invitarvi a casa mia; potrei esprimermi in almeno due modi:

“Domenica co-eating in salsa social; location country particolarmente adatta al think tank; non portate nulla, piuttosto facciamo smart cooking insieme; sicuramente sarà più carino partecipare in modalità eat and tweet, basta che #usehashtagwithouterrorsonyoursmartphone. In caso di sole, surprise beach party. Car sharing benvenuto, cohousing disponibile, dress code via @”

Oppure: “Se vogliamo trovarci domenica in collina da me per mangiare pane e salame, gentilmente vi aggregate e date anche un passaggio a chi è senz’auto ? Così facciamo due chiacchiere in allegria, parliamo di futuro e facciamo una telefonata anche a chi non avrà potuto raggiungerci! Se il tempo sarà clemente faremo pure i gavettoni! Se qualcuno alzerà il gomito, nessun problema… potrà fermarsi a dormire. Vestitevi come volete.”

Sul linguaggio scriviamo spesso (cfr. Il linguaggio dell’innovazioneQuando l’informazione è anche un valore), perché per noi è quel presupposto irrinunciabile che ci consente di creare relazionicondivisione di valori e comunità.

In tema di innovazione, Pubblica Amministrazione e Agenda Digitale, un illuminante articolo di Nello Iacono descrive come la carenza di sensibilità e consapevolezza sull’utilizzo del digitale in Italia, abbia creato le condizioni per relegarlo in un ambiente di nicchia, sempre più distante dalla realtà.

In effetti è come se il mondo in cui viviamo fosse costituito da due parti, una reale per la maggior parte delle persone, e una digitale per pochi eletti. Si perde così di vista l’obiettivo vero, che è quello di lavorare per costruire il nostro futuro, anche attraverso lo strumento del digitale.

Questa confusione tra strumenti e obiettivi ha una sua ragion d’essere, legata secondo noi anche all’utilizzo della lingua ed alla sua capacità di incidere sul pensiero. Quando in analisi logica studiamo le strutture del linguaggio con la ripartizione in sostantivi, aggettivi e verbi, impariamo a conformare il nostro pensiero in termini di oggetti, proprietà, azioni, ovvero personaggi, sentimenti ed eventi, peraltro descritti rispettivamente dai tre generi di letteratura classica quali epica, lirica e dramma (imperdibili e molto istruttivi al riguardo gli scritti sulla logica di Piergiorgio Odifreddi).

Nelle lingue moderne vi sono molti più sostantivi che verbi: per questo noi tendiamo a pensare al mondo come oggetti piuttosto che come eventi. Nella lingua greca, ad esempio, la prevalenza di verbi rispetto ai sostantivi rispecchia un diverso modo di pensare, una visione del mondo concentrata sulle azioni. Differenze tra lingue, differenze che incidono sul pensiero… Queste differenze linguistiche sono alla base della diatriba presente tra la scuola filosofica analitica, che parla l’inglese, lingua moderna rivolta agli oggetti, e la scuola filosofica continentale, che parla il tedesco, lingua dal pensiero simile al greco.

Tornando perciò al digitale, sembra difficile farlo uscire da quella nicchia avulsa dal mondo e piuttosto autoreferenziale, se non smettiamo di immaginarlo come un sostantivo, o ancor peggio, come aggettivo. Proviamo invece a immaginarlo come un verbo, un’azione da far accadere e da far evolvere nel tempo, per modificare la realtà, migliorandola.

Sarà forse un’occasione per cominciare a ragionare in termini di obiettivi, valori, risorse, competenze, processi, risultati, condivisione, comunità.

Paola Chiesa


Tu dacci strada…

Marketing
Marketing di qualità

Hai presente quei percorsi in auto accidentati, tra sterrati, ostacoli di ogni sorta, terreno fangoso, vegetazione ostile, sobbalzi… Magari ti stupisci tu stesso di esserti ritrovato lì, ma poi sei in ballo e capisci che non puoi uscirne se non ti lasci coinvolgere; con impegno fiducia pazienza e stupore, prima o poi arriverai sulla strada “maestra”

Già, grande la soddisfazione, ma quello non sarà ancora il punto di arrivo e di meritato riposo: tu dacci una strada, asfaltata, dritta, larga e lunga, e ad accelerare ci pensiamo noi! Perché gli obiettivi sono tanti…

Tutto questo per dire che un marketing di qualità è quello che sa accompagnare un’azienda sia nei percorsi facili che in quelli accidentati, con mete nuove o rinnovate.
Buon viaggio!