La trasparenza può facilitare una comunicazione non ostile?

Contributo per il panel “Politica e legge” al convegno Parole O_Stili di Trieste, 17-18 febbraio 2017

Abstract

Lavorare sul tema “trasparenza” significa, per un amministratore pubblico, oltre a lottare quotidianamente per il cambiamento di una mentalità per così dire ancora piuttosto sorda sull’argomento, utilizzare un linguaggio generoso dove prevalgono parole come  “open” (data), riutilizzo, condivisione, compatibilità, divulgazione. Sono parole che creano ponti tra le persone, che richiamano immagini di comunità laboriose, di coesione, di inclusione, di sviluppo. Perché la trasparenza avvicina le persone.
Una comunicazione costruttiva ed innovativa in politica è quella in cui le persone, oltre a porsi domande, imparano a porle, in particolare al cittadino, disponendosi  così all’ascolto, quindi al silenzio, e alla conseguente interazione, frutto di parole pesate. Qual è il segno di punteggiatura più adatto ad evidenziare la disposizione al silenzio, all’attesa, al confronto? Quello che più di altri richiede risposte: il punto interrogativo. Perché non iniziamo allora a farne maggior uso in politica, per una comunicazione non ostile, fondata su fatti documentati e su dati verificati?

Testo

Desidero condividere con voi un’esperienza significativa e molto costruttiva sul fronte dell’innovazione sociale , che provo a tradurre in un contributo auspicabilmente utile alla causa del  tavolo di lavoro “Politica e Legge” al convegno Parole o Stili di Trieste.
Alcune settimane fa ho partecipato a Torino alla presentazione di un workshop su FirstLife, un social network civico che forse alcuni di voi conoscono, realizzato dal Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino, in particolare dallo staff del Prof. Guido Boella. In quell’occasione si è attivato un confronto tra i presenti (Istituzioni locali, associazioni, imprese, mondo accademico, ma anche cittadini e studenti), sull’impatto della ricerca e dello sviluppo di tale social network sui progetti locali e sulle nuove pratiche di collaborazione tra settore pubblico e privato.

Questo social network civico potremmo definirlo in effetti come un tool di collaborazione tra cittadini, i quali possono mappare la città di Torino con  iniziative o temi di interesse, nonché impostare la ricezione di notifiche ad hoc per essere informati sui nuovi inserimenti. Così, se abito in un determinato quartiere  e sono per esempio appassionata di cinema, troverò mappate le poche o tante iniziative su quel tema. Allo stesso modo potrò inserirne altre di cui sono a conoscenza. Questo modo di operare consente al cittadino di inserirsi in un flusso che naturalmente lo porta a conoscere il suo quartiere e a trasformarlo. Un modo utile ed efficace per esercitare la cittadinanza attiva.  Viene in effetti definito come social network “di quartiere” ed ha contribuito a rendere Torino la seconda città più innovativa d’Europa, dopo Amsterdam.

Scopriamo così di avere a Torino quartieri con alta concentrazione di attività culturali, accanto ad altre con scarsa presenza di  servizi sociali, ecc. In tutto questo, il primo aspetto degno di nota è che la notizia è prodotta dal cittadino, persona direttamente informata sui fatti, dato che vive il territorio di riferimento. Ma il concetto innovativo che più mi ha colpito, e su cui si basa questo social network,  è la condivisione di domande e soluzioni tra  persone che vivono nello stesso quartiere e condividono la stessa quotidianità. In particolare, il legame che nasce è frutto di reti di collaborazione basate sull’agire, non sull’amicizia reale o virtuale, come accade su altri social network. Il paradigma è rovesciato , e penso che abbia proprio colto nel segno, se lo scopo è quello di portare le comunità di cittadini al centro dei processi di collaborazione e di cittadinanza attiva, di incidere positivamente sull’inclusione e sulla coesione sociale. Un approccio intelligente che può incidere in modo significativo sulla ricomposizione delle relazioni sociali.

Come si collega tutto questo alla sfida che vogliamo lanciare alla politica per andare oltre gli slogan e rifuggire le battute ad effetto, favorendo invece la diffusione di interazioni e dialoghi democratici sui social?
Lasciamo First Life, togliamoci il berretto da innovatrice e indossiamo quello da amministratore pubblico, per approdare alla realtà dei social network che frequentiamo abitualmente: la presenza in rete della classe politica è di fatto ampiamente caratterizzata dalla ricerca di un consenso ottenuto attraverso una comunicazione “ostile”, basata su toni aggressivi e provocatori che hanno lo scopo di costruire una visibilità attorno al personaggio, altrimenti difficilmente raggiungibile.

La domanda che a questo punto dovremmo porci è: quale tipo di comunicazione può aiutare la classe politica a passare dal consenso generato dalla visibilità della persona,  al consenso collegato all’evidenza dei contenuti e dei risultati ottenuti?
Servono tecnica, contenuti e trasparenza.

La tecnica.
In effetti, quando parliamo di “classe politica” ci riferiamo a soggetti che rappresentano i cittadini in un determinato ente, o in un organo politico amministrativo. La comunicazione sui social, espressione di quell’ente o di quell’organo politico, dovrebbe rifarsi sempre ad una netiquette: la social media policy è allora proprio lo strumento che consente di definire in  termini chiari e trasparenti le forme e le modalità della propria presenza on line, delle attività istituzionali e del rapporto proposto ai cittadini; in secondo  luogo consente agli enti di organizzare al meglio la gestione dei contenuti e dei i flussi informativi, e di capire maggiormente le esigenze e le richieste degli interlocutori, garantendo così agli stessi un servizio migliore. I social  media costituiscono infatti non soltanto strumenti di informazione ma anche di ascolto, di dialogo, di agevolazione nell’erogazione dei servizi al cittadino, di promozione dell’immagine dell’ente, del territorio e della comunità. Diffondere, spiegare, educare all’utilizzo di questa modalità operativa sui social, dovrebbe diventare una pratica condivisa.
I contenuti.
I social media sono anche strumenti di documentazione dell’attività di un ente, attraverso i quali si possono intercettare i bisogni dei cittadini e anche sviluppare la creazione di intelligenze collettive a vantaggio della comunità territoriale. Il loro utilizzo consente alle pubbliche amministrazioni di sondare come è valutata la propria attività da parte dei cittadini ed il loro livello di soddisfazione, aprendo nuovi scenari in materia di customer satisfaction dei servizi.
La trasparenza.
L’utilizzo dei social media e l’adozione di social media  policy, consentono di tradurre in pratica la promessa di trasparenza ed accountability nei confronti della comunità. Si tratta a ben vedere di rendere evidenti i contenuti dell’attività svolta, divulgandoli, spiegandoli, condividendoli, riutilizzandoli. Investire sulla politica della trasparenza significa passare dal concetto di “ufficio” a quello di “servizio pubblico”: creando i dati, pianificandone l’apertura, estraendone le informazioni, gestendone le implicazioni e le reazioni, misurandoli, controllandoli, rendicontandoli.
Infine, come incide la trasparenza sul linguaggio, in politica? È sorprendente notare come la diffusione della trasparenza in un ente pubblico significhi per un amministratore pubblico, oltre a lottare quotidianamente per il cambiamento di una mentalità ancora molto ingessata, fare anche un largo utilizzo di parole quali “open” (data), riutilizzo, condivisione, compatibilità, divulgazione. Sono parole che creano ponti tra le persone, che richiamano immagini di comunità laboriose, di coesione, di inclusione, di sviluppo. La trasparenza avvicina le persone.

Un’ ultima suggestione: una comunicazione costruttiva ed innovativa in politica è quella che oltre a porsi domande, le pone al cittadino, disponendosi all’ascolto, quindi al silenzio, e alla conseguente interazione. Qual è il segno di punteggiatura più adatto ad evidenziare la disposizione al silenzio, all’attesa, al confronto? Quello che più di altri richiede risposte: il punto interrogativo.

Paola Chiesa


“Alla ricerca della Felicita” nel Canavese

Cercando la Felicita, 11 giugno – 22 ottobre 2016

“…apparve il Canavese: Ivrea turrita, i colli di Montalto,
la Serra dritta, gli alberi, le chiese;
e il mio sogno di pace si protese
da quel rifugio luminoso e alto.” (tratto da La Signorina Felicita, Guido Gozzano)

Con il Canto per la pace, l’11 giugno 2016 è partita da Torre Canavese “Alla ricerca della Felicita”, un’iniziativa promossa in sinergia da 17 comuni del Canavese, a cura dell’associazione di promozione sociale Eleyka e sotto la direzione artistica di Davide Motto, per scoprire i luoghi della poesia gozzaniana immergendosi nella cultura locale che custodisce ancora oggi i segreti della Felicita.
Mantenere, abbellire e migliorare definiscono un concetto di conservazione inteso come consapevolezza del valore che ha un determinato territorio. Il Canavese quindi come terra di Felicita e di felicità, nell’anno in cui ricorre il centenario della morte di Guido Gozzano.
I Comuni di Torre Canavese, Vialfrè, Vico Canavese, Borgiallo, Maglione, Bairo, San Martino Canavese, Locana, Mazzè, Levone, Piverone, Castellamonte, Strambino, Front Canavese, Caluso, San Giorgio Canavese, Agliè ospiteranno fino al 22 ottobre 2016 una serie di manifestazioni per valorizzare le proprie eccellenze e caratteristiche storiche e naturali attraverso il teatro, la danza, la musica, la pittura e la scultura. Si tratta di un interessante esempio di sinergia tra Comuni finalizzata alla promozione del territorio, idonea a fortificarne l’identità ed il senso di appartenenza. Nella consapevolezza che il tutto è maggiore della somma delle singole parti.
In fondo potremmo anche ravvisarvi un esempio dell’andare oltre le “cento piccole patrie” per costruire una comunità, come teorizzava già Olivetti operando nel dolce amaro verde Canavese.
Ma veniamo all’arte. L’arte è proprio di casa a Torre Canavese: nel 1993 l’antiquario Marco Datrino espose nella mostra  “Tesori del Kremlino”, tesori mai usciti prima dalla Russia. Grazie al successo di quella mostra e altre successive, da lì all’iniziativa, condivisa dalla Amministrazione, di abbellire il paese con pannelli dipinti lungo le vie del borgo, il passo fu davvero breve.  Ora Torre appare al turista come una sorta di museo en plein air e una buona prassi di collaborazione tra pubblico e privato.
E proprio a Torre abbiamo incontrato Beniamino: un canavesano doc che ha ricevuto una lettera dall’America nella quale c’è scritto che riceverà in eredità una grossa somma di denaro, a patto che sposi una ragazza di nome Felicita, che vive in America. stradaDunque Beniamino è in procinto di partire per conoscere la sua Felicita/Felicità? In effetti aveva una valigia…
Poi l’abbiamo perso di vista. Forse nelle viuzze di Torre avrà incontrato, come noi, pittori intenti a ritrarre il paesaggio, oppure avrà ascoltato i “turututela“,  i cantastorie che parlavano dei “braja luv” (così pare venissero chiamati gli abitanti di questo paese, quando urlavano o “ululavano”alle ragazze, nascosti dietro ai cespugli); o magari si sarà commosso ascoltando la storia del partigiano Renzo Scognamiglio, caduto durante la Resistenza mentre combatteva per la libertà. balloQualcuno pare abbia visto Beniamino al ballo in costume nel giardino del castello, altri invece l’hanno visto indugiare nella “Viassa felliniana”, percorso dove è stato ricostruito l’universo cinematografico del regista Federico Fellini, in un cammino che ripercorre, attraverso le immagini, i suoi film cult.
Masticando le “giuraje“, piccoli confetti di nocciole, tra note di violino e ballate di fisarmonica, luoghi di espiazione e desideri, chissà se Beniamino partirà dal Canavese alla ricerca della felicità o nel Canavese rimarrà?

Lo potremo scoprire nelle prossime tappe “Alla ricerca della Felicita”.

In ogni caso, per vivere sicuri è meglio fare i ponti, non i muri!

Paola Chiesa


Rassegna stampa #adotta1bloggerday

“Adotta1Blogger perché…”

Il 10 maggio 2016 la community di #adotta1blogger ha fatto un esercizio di “buona rete” online. Così possiamo definire l’onda di post che da mattina a sera si sono susseguiti piacevolmente sui social sotto l’hashtag #adotta1bloggerday. I blogger partecipanti all’iniziativa hanno condiviso il significato che l’esperienza in tale community ha avuto sul loro modo di vivere la rete, online e offline. Una sorta di bilancio personale con tanto di pregi, limiti, spunti per il futuro.
Curioso come ad un certo punto #adotta1blogger sia diventato trending topic su twitter, accanto a #Gomorra! Abituati a lavorare su noi stessi, lo cogliamo come spunto per riflettere sull’importanza della dualità e degli opposti come necessario stimolo per andare oltre, allargando i nostri orizzonti, abbracciando la diversità e perciò arricchendoci.

In questa ricca giornata abbiamo avuto la conferma che la condivisione è un magnifico strumento che ci consente di crescere, costruire progetti e rapportarci con gli altri. Inoltre la costanza nel tempo fa sì che la condivisione ci aiuti anche a migliorare la società, partendo da noi stessi. Si chiama innovazione sociale.

Perciò, rivolgo un caloroso GRAZIE ai 35 blogger che hanno partecipato, donando tempo e contenuti preziosi alla Rete, da Francesco Brioweb Russo, che ha lanciato inizialmente l’idea dell’ #adotta1bloggerday, a Gloria Vanni, che tra l’altro grazie al suo messaggio “sei agitata per l’#adotta1bloggerday di domani?” mi ha fatto agitare, a Marcella Acierno (Marlene), Susanna Albini, Avvocatolo, Valentina Baldon, Luca Bedino, Sonia Bertinat, Lisa Bortolotti, Alessandro Borgogno, Silvia Camnasio, Angelo Cerrone, Silvia Comerio, Delia Enigmamma, Rita Fortunato, Emma Frignani, Virginia Fiume, Francesca Florence Gallo, Roberto Gerosa, Ferruccio Gianola, Andrea Girardi, Sarah Liotto, Rita Lopez, Sabrina Lorenzoni, Eleonora Magon, Gisella Novello, Daniela Pellegrini, Mary Perez, Valentina Perucca, Anna Pompilio, Laura Ribotta, Natalia Robusti, Santa Spanò, Elena Tamburrino, Sara Tassara.

Grazie in generale a tutti coloro che ci hanno letto e condiviso, aiutandoci ulteriormente a fare buona rete.
Abbiamo a questo punto raccolto il prezioso materiale, creando una rassegna stampa dedicata.

Buona lettura con i post “Adotta1Blogger perché…”:

“Attraverso il gruppo ho conosciuto blog che sarebbero rimasti nascosti nei meandri della rete. Ho conosciuto blogger che riescono a guardare lontano, a scrivere bene e ad andare oltre alle chiacchiere da cortile.” di  Marcella Acierno (Marlene)


“Mi ritrovo immersa in questa nuova realtà che è paragonabile a quando, da piccola, mi ritrovavo spaesata in un grande negozio di giocattoli o caramelle con l’imbarazzo della scelta di quale prendere. Ogni post, ogni articolo che leggo mi fa catapultare in una nuova dimensione.” di  Susanna Albini


“Mi ha dato l’opportunità di leggere tanti diversi blog, capire cosa mi interessa davvero e apprezzare il senso della selezione. Saper selezionare è importante. E’ una cosa che nel lavoro mi ha aiutata molto.” di Bruna Athena


“Perché nella vita ogni tanto ci sta anche dare a chi non ti ha dato niente, e ricevere tutto da quelli cui non hai dato poi tanto.” di  Avvocatolo


“Il mio #Adotta1blogger day, lo passo a dire grazie.” di Valentina Baldon


“In barba al buon Hobbes, qui si è api e non lupi: ciascuno segnala articoli degni d’interesse; adotta nuovi blog ritenuti meritevoli; condivide lavori altrui in spirito collaborativo. Questo è miele di prima qualità: sostegno vicendevole; offerta disinteressata di competenze; scambio di opinioni e di punti di vista, critiche comprese; crescita professionale.” di   Luca Bedino


“L’adozione è il primo passo. Ma quando adotto, adotto una persona, non solo un blog, e quella persona la adotto perché qualcosa di suo ha risuonato in me.” di  Sonia Bertinat


“Mai una semplice regola è stata più visionaria ed auto avverante: condividi gli articoli di altri blogger. Trasforma un dovere in una potenzialità ed è una semplice regola che è riuscita laddove tanti studiosi e ricercatori ancora non hanno trovato risposte. “condividete gli articoli degli altri”. Semplice. Immediato e dannatamente circuitale.” di  Lisa Bortolotti 

logo“Ci è parso che gli elefanti ci somiglino abbastanza. Anche noi di #adotta1blogger siamo animali sociali, “viviamo” in un grande branco guidato da una grande donna, ci prendiamo cura dei componenti del gruppo, ci adottiamo a vicenda, abbiamo istinto di protezione, memoria, pensiero. E poi gli elefanti si sa vivono molto, molto a lungo.” di Alessandro Borgogno e Anna Pompilio

“E’ un gruppo utile. Per tutti adottati e adottandi. E’ un modo di concepire il web, diverso dal solito. Una scuola che ti dà gli strumenti per metterti in discussione, a confronto.” di Silvia Camnasio


“E’ anche un luogo di apprendimento per chi ha sete di conoscenze. Infatti ho perfezionato le mie competenze anche attraverso la lettura degli articoli postati o adottati dai partecipanti e leggendo allo stesso tempo i consigli e i suggerimenti di chi ha partecipato alle discussioni costruttive.” di  Angelo Cerrone


“E’ come un grande open space virtuale dove la collaborazione e i punti di vista sono un valore condiviso.” di Silvia Comerio


“Nessuno ti chiede niente, non sei obbligato a cliccare, o ad apprezzare, sei tu stesso che decidi quando mettere del tuo, se commentare, se rimanere in silenzio. Lo schermo è lì, sempre vivo e colorato, che ti offre spunti di ogni genere. Prenderai solo ciò che riconoscerai come tuo, e utile per la tua attività. E offrirai ciò che troverai opportuno condividere.” di Delia Enigmamma


” #Adotta1blogger è la voglia di stare insieme e di confrontarsi per creare e condividere conoscenza. A prescindere dal tema trattato e non lo si fa auto promuovendosi ma facendo girare, richiamando l’attenzione sul lavoro e sui contenuti altrui.” di  Rita Fortunato


“Adotta1Blogger ha dato una definizione ostensiva e operativa del concetto di comunità, tanto inflazionato quanto —troppo spesso, ahinoi— deprivato di una qualsiasi sostanza e realtà, soprattutto nel contesto liquido e impalpabile della rete. Mi permette di capire il significato concreto di appartenenza e di condivisione.” di Emma Frignani emma

“Ha un metodo che è in linea con quella che per me resterà sempre l’essenza del web: un URL, un post, non sono nulla se non arricchiscono la conoscenza di qualcun altro. Se qualcuno non costruisce un ponte tra diversi contenuti, quella storia non è di nessuno. È solo con i link che i post diventano di tutti.” di Virginia Fiume

“Un esempio concreto di un posto in cui è possibile imparare tante cose anche non essendo propriamente un luogo di formazione ed io adoro scoprire cose nuove in posti non convenzionali!” di Francesca Florence Gallo

“L’adozione all’interno di #adotta1blogger non è benzina per il proprio ego ma riconoscimento del proprio valore. E’ un piccolo squarcio di meritocrazia in un paese devastato da raccomandazioni e nepotismo.” di Roberto Gerosa


“Questa volta non siamo di fronte a uno di quei gruppi di comodo così frequenti su facebook ma ci troviamo in un ambiente propositivo a trecento sessanta gradi.” di Ferruccio Gianola


“E’ uno di quei luoghi dove ad ogni passo impari una cosa nuova che ti servirà quando tornerai a casa, come attraversando un suk impari mille modi di attrarre l’attenzione, di proporre, di esibire e di fare. Perché poi è proprio il “saper fare” di ognuno che è unico e trasmette novità al tuo “saper fare”. di Andrea Girardi


“Sono una persona creativa, emotiva e molto sensibile, che spesso ha bisogno di rigenerarsi. Così vengo qui, in questo Gruppo per vedere cosa c’è di nuovo, cosa posso ancora imparare.” di Sarah Liotto


“Ogni luogo dove è possibile prendere e dare disinteressatamente, dove il meraviglioso baratto umano delle emozioni e delle conoscenze prende forma, dove la predisposizione all’ascolto e la possibilità di farsi ascoltare sono cosa concreta, diventa il luogo più democratico per eccellenza.” di Rita Lopez


“Ho scoperto che in questo gruppo di #adotta1blogger ci sono un sacco di allodole. Come le allodole, i blogger si alzano all’alba e sono subito attivi nel leggere e condividere.” di Sabrina Lorenzoni


“Sostengo a spada tratta la collaborazione e l’interazione tra donne; qui ne ho trovate una grande quantità, e alcune di loro sembrano essere arrivate sulla mia strada non per puro caso ma per aiutarmi in questo periodo della mia vita particolare e delicato.” di Eleonora Magon


“Come in ogni comunità che si rispetti anche  #Adotta1blogger è popolata da persone attivissime, da altre meno attive, da altre ancora che leggono, assaporano e riflettono standosene un po’ in disparte.” di Gisella Novello


“Se vogliamo usare una metafora è come stare in una piazza la domenica mattina,  incontrarsi, sorridersi e stringersi la mano. Al “come va?” ognuno racconta la sua e, chi ha voglia ascolta e replica, chi non si sente in sintonia lo può esprimere, chi non è interessato, passa oltre e va a salutare qualcun altro.” di   Daniela Pellegrini


“In punta di piedi sono entrata a far parte di questo gruppo e mi piace il clima, giacché il mio focus in ogni caso è il divertimento in fase creativa, cercando sempre io ispirazione e stimoli, adoro dove vi sia positività e spirito idealista.” di Mary Perez


“Si respira vera umanità, autentica perchè appena sfornata, fragrante come il pane fatto in casa.” di Valentina Perucca


“Un’altra grande ambizione del mio blog era essere rete. Oggi lo è. E allo stesso tempo fa parte di tante altre reti, che lo aiutano a sostenersi. Ecco dunque cosa vuol dire per me appartenere ad una community come #adotta1blogger.” di Laura Ribotta


“Difficilmente ho trovato, dal vivo, e per lo più in real time, una varietà di “voci” con toni diversi, certo, ma di una qualità e intensità tali da restarne ammaliata.” di Natalia Robusti


” “adotta1blogger” è un concentrato di spiriti che costituiscono sicuramente un baluardo ad un inverno dello spirito che purtroppo è già qui da molto tempo. E’ un prezioso granaio, i cui grani che custodisce sono le preziose idee dei suoi membri.” di  Francesco Brioweb Russo


” #adotta1blogger è una finestra .Si può stare alla finestra per respirare il sole, la pioggia, il paesaggio, per salutare chi va via o chi arriva.” di Santa Spanò


“Significa conoscere altro da sé e incoraggiarlo a esistere.  Significa non vivere entro gretti confini,
ma aprire la mente e gli orizzonti.” di Elena Tamburrino


“E’ una rete. E a me le reti sono sempre piaciute, perché per prima cosa mi ispirano salvezza, un luogo sicuro, che ti accoglie dopo voli spericolati, che ti permette di prendere dei rischi e di cadere senza farti male.” di Sara Tassara


“E’ una tribù dove corri il rischio di essere te stesso! A volte sono meglio, a volte sono peggio, poco importa. Mi sento parte di questa comunità dove rispetti poche, semplici regole, continui a imparare, assapori il gusto di partecipazione e condivisione, massime espressioni del fare rete.” di Gloria Vanni


Insomma non ho proprio nulla da aggiungere. GRAZIE ancora a tutti per questa meravigliosa partecipazione!

Paola Chiesa

 


bla bla blogger 2 maggio 2016

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia per questa settimana la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Legge la frase. La rilegge. Una, due, molte volte. Se non fosse sicura della buona fede di chi scrive, Carla penserebbe a un’esagerazione o sospetterebbe di essere presa in giro. Guarda l’orologio. Pensa che non ha una risposta. Sente ancora il calore del messaggio. Forse di questo si tratta. Calore.
Nel frattempo le Briciole Golose sfornano, cuociono, impastano, lievitano, montano, frullano, tritano, decorano e glassano qualsiasi cosa la mente umana possa aver voglia di mettere nello stomaco (purché entri in un forno). Per esempio la torta Mimosa.
Lascia fare a me, monterò questi tuorli d’uovo in men che non si dica. Sentirai che crema”
E’ possibile tenere fede, con determinazione, alla realizzazione di un progetto che diventa motivo di costruzione della propria vita. Non importa se agli altri questo non pare possibile o lontano dal proprio ambiente “genetico” in cui si è vissuti fino ad ora. La cosa fondamentale è crederci e porre in essere azioni al fine di raggiungere l’obiettivo.  Dunque in termini umani questo significa “lavorare” affinché i propri desideri diventino reali.
Del resto, la forza di chi innova sta spesso nella domanda “perché no?” e nel guardare ciò che fanno gli altri e farlo in modo differente, pescando risorse e competenze al di fuori del recinto nel quale pascolano tutti.
Che a volte potrebbe tradursi anche nel coraggio di dire NO a un cliente.
Come si fa una ricerca su Twitter? Attraverso due utilissimi strumenti, i quali permettono di spulciare tra i tweet in modo rapido ed estremamente mirato: la ricerca avanzata e gli operatori di ricerca.
Scrivener è invece un tool di scrittura che può essere utilizzato da chiunque scriva. Libri, novelle, sceneggiature, tesi, ricerche possono trovare spazio al suo interno. La sua versatilità lo rende interessante anche per l’attività di blogger.
Ma mentre parlo, Maya russa rumorosamente. Deve essersi addormentata sulla sua sdraietta…

Ovvero:

Scrittura, Blogging
Calore. di Paola Giannelli

Cinquanta sfumature di giallo. di Gianluca Meis

Diverso è meglio. di Andrea Girardi

Social Media
Twitter: la ricerca avanzata e gli operatori di ricerca. di Simone Bennati

Marketing
3 passi per dire no e offrire un ottimo servizio. di Paolo Fabrizio

Psicologia, Pedagogia
Come giungere al karma da pedagogista incapace attraverso Zootropolis! di Monica D’Alessandro Pozzi

Il cane del mio psicologo. di Laura Salvai

Cucina
I sogni son desideri chiusi in fondo ad una Torta Mimosa delle Briciole Golose. di Alessandra Bruni

Tools, Tutorials
Scrivener: pro e contro. di Alessia Savi

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Margherita Penza, Anna Wood, Noemi Bengala, Andrea Girardi, Sylvia Baldessari, Valeria Bianchi Mian, Annarita Faggioni.

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Un particolare ringraziamento va ancora ai blogger che nel mese di Aprile sono stati più attivi nel gruppo facebook Adotta 1 Blogger, attraverso adozioni, condivisioni, segnalazioni, commenti e suggerimenti.

Eccoli, i magnifici 7: Sonia Bertinat, Francesco Ambrosino, Rita Fortunato, Valeria Bianchi Mian, Nick Murdaca, Andrea Toxiri, Gloria Vanni.

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a cura di Paola Chiesa


Buon compleanno, Adotta 1 Blogger!

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E’ già passato un anno! Il 5 marzo 2015 lanciammo la campagna #adotta1blogger, nata dall’ osservazione dell’ambiente circostante e frutto di un’intuizione che prevedeva una sorta di scommessa pubblica: “la campagna inizia oggi e beh… il suo destino è nelle mani della rete.

La rete effettivamente si è espressa così:

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A distanza di 1 anno, siamo in 1000 blogger nel gruppo facebook, il quartier generale della community, con vari successi all’attivo quantificabili in: numero di blogger, numero di post condivisi,  numero di rassegne stampa pubblicate, “adozione” da parte de La Stampa con una  rubrica settimanale dedicata alla community, riconoscimento dello status di influencer marketing, collaborazioni sorte tra i blogger, più o meno alla luce del sole.
Il tutto lavorando sul concetto di condivisione. Non è stata un’ impresa semplice, perché fondamentalmente è un valore che non tutti  hanno nel DNA e che non si comprende senza un’opera di sensibilizzazione, da esercitare attraverso una paziente pratica quotidiana. Ma soprattutto è stato indispensabile renderla interessante, per non circoscriverla ad un mero, seppur nobile, atto di generosità. La condivisione risulta interessante quando diventa uno strumento in grado di generare economia collaborativa. Quando rende.
Perché #adotta1blogger ha avuto successo? Per la sua semplicità, che nasconde qualcosa di prezioso.
Sveliamolo, ora che la creatura cammina sulle sue gambe. Abbiamo imbastito un ordito semplice ma funzionale, che ci permettesse di sperimentare a livello sociale  il modello matematico che sta alla base della teoria economica dei giochi e dell’equilibrio di Nash.  Per dimostrare che per cambiare, occorre agire insieme. Non individualmente, non in sottogruppi, ma avendo anzi il coraggio di essere trasversali e di aprirci anche a ciò che è diverso da noi. Perché è comunque grazie al confronto che  si matura e si migliora, personalmente e professionalmente. Anche sui social.
Questo è il motivo per cui in #adotta1blogger si condividono rigorosamente le tematiche più disparate, dal blogging alla filosofia, al turismo, all’arte, al marketing, alla psicologia, alla sharing economy,  al diritto, al cinema, alla cucina. Ed è anche il motivo per cui c’è un lavoro quotidiano che forgia e alimenta lo spirito del gruppo, temperandone le derive, all’occorrenza.
Bene, e allora, dato questo successo, cosa ci proponiamo per il 2016? Non staremo mica lì a dormire sugli allori… Grazie alla pratica della condivisione, ormai acquisita ma sempre bisognosa di cura e attenzione, desideriamo porci come un soggetto facilitatore di progetti collaborativi innovativi, online e sul territorio. Con l’approccio di chi cerca dati e gestisce informazioni a vantaggio della collettività, in modo trasparente.
L’ha compreso in pieno Andrea, ad ulteriore conferma che il tutto è maggiore della somma delle singole parti…

andreaPerciò, personalmente non posso che ringraziare di cuore tutti i membri che hanno consentito alla community di arrivare fino a qui, ed in particolare coloro che con la loro attività rendono ancora più palpabile il significato  di #adotta1blogger, amplificandone il valore umano e consentendo alla community di migliorare ulteriormente. GRAZIE a tutti e al lavoro! #adotta1blogger riparte per nuove entusiasmanti avventure! Con tatto e creando #contatto.


bla bla blogger 27 ottobre 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia oggi la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Visto che WordPress è la piattaforma più utilizzata nel mondo del blogging e magari anche tu la stai usando, quale widget vorresti trovare domani?
Pensaci, magari grazie alla musica puoi stimolare la concentrazione e la creatività, risvegliando anche la forza di volontà.
Se fallisci sei un perdente. Se fallisci sei un fallito. Se fallisci sei fottuto. Questo è il pensiero che ci ossessiona appena seduti alla scrivania. Non la voglia di lavorare bene, non la voglia di innovare o di rischiare ma la necessità di evitare il fallimento. Perché?
Per lo stesso motivo per cui quando si comincia a fare teatro, si pensa di dover allestire grandi scene, si trema dinanzi ai limiti, ai costi esorbitanti, ai tanti “no” che si riceveranno. E invece l'”arte totale” può nascere dal nulla. Non è forse vero che il teatro di qualità alla fin fine è quello essenziale? Proprio quello che ti consente di creare l’incanto dal niente…
Come la riqualificazione dei due quartieri popolari a Petrosino, in Sicilia, avvenuta non solo con laboratori creativi e murales, ma anche con l’alfabetizzazione per le donne straniere e il supporto psicologico telefonico, l’orto di quartiere e i giochi per bambini, creando comitati di quartiere affinché le cose costruite possano andare avanti.
Cos’hanno in comune un imbianchino, un ottico e un venditore? La capacità di sfruttare le nuove tecnologie per promuovere business e settori che non sono “nativi digitali”.
Ma cosa sono le personalità autoteliche?

Ovvero:

WordPress: cosa vorresti trovare di nuovo? di Andrea Toxiri

Musica: come meditazione e medicina per la mente. di Nick Murdaca

L’opportunità di fallire: come imparare a sbagliare. di Cora Francesca Sollo

Creare l’incanto dal niente. di Luana M. Petrucci

Ritorno in Sicilia, parte 2: street art e quartieri popolari. di Ivana De Innocentis

Uno spettacolo d’impresa. Primo atto: Diego Mulfari. di Roberta Migliori

Personalità autoteliche e propensione al flow. di Erica Negro Cousa e Greta Pepi

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Francesco Ambrosino, Valeria Bianchi Mian, Federico Chigbuh Gasparini, Daniela Patroncini, Il Picco, Anna Pompilio.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 17 luglio 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia oggi la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Exit/Enter: un narratore di storie in continuo movimento. di Ivana De Innocentis

Incentivi, biglietto per il futuro. di Stefano Pediconi

Il Cliente è Unico come Pretty Woman. di Mirna Pioli

#Chileggeseduce: il contest di Feltrinelli e Instagramers Italia. di Giovanna Di Troia

Il bello dell’ostello. di Laura Salvai

“Farò i miracoli”. di Roberta Favia

Di vestiti bianchi e Hummus profumati. di Alice Agnelli

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Sylvia Baldessari, Valeria Bianchi, Federica Farinelli, Rita Fortunato, Francesca Oliva, Stefano Pediconi, Marina Pitzoi.

a cura di Paola Chiesa


Ma #adotta1blogger è anche un bene comune?

La community #adotta1blogger in quale categoria di beni comuni rientra?

Mi sono posta questa domanda al Festival Internazionale dei Beni Comuni a Chieri (TO), durante la raccolta delle firme per l’appello #openstazioni che abbiamo lanciato come Centro Studi Informatica Giuridica di Ivrea-Torino. Si sa, gli open data sono una delle mie passioni, anche se, per come è gestita la tematica in Italia, i risultati non sono ancora apprezzabili.
Comunque, tornando a noi, ci piacciono molto le domande, perché ci invitano a confrontarci, chiedere supporto, metterci in discussione, capire, comprendere. E quindi esercitare delle scelte. In #adotta1blogger, le domande le chiamiamo in gergo “adott-segnali”, una sorta di SOS, di natura tecnica, professionale o anche semplicemente personale. Tu chiedi, la famiglia risponde! Si, perché  #adotta1blogger è anche una famiglia…
Così anche la domanda contenuta nel titolo vuole essere un invito ad un approfondimento. E ad una scelta di campo.
Adotta 1 Blogger, si sa, è un laboratorio liquido, nato sui social per costruire una rete di condivisione della conoscenza, grazie a blogger, scrittori e giornalisti. La rete collega naturalmente le persone quando c’è condivisione di interessi, necessità ed obiettivi.
Nella nostra rete, interazione sociale e condivisione di informazione e conoscenza producono innovazione,  condite da cittadinanza attiva, attivismo digitale, utilizzo degli open data, che sono per noi modalità nuove per consentire la collaborazione tra vari soggetti (enti pubblici, aziende, scuole, associazioni, singoli cittadini) al fine di realizzare buone pratiche, utili per migliorare la qualità della vita del cittadino. Chiamiamola pure innovazione sociale, che va a braccetto con i concetti di inclusione e di  sharing economy.
Come il fiume che nasce da una sorgente, scende a valle, si ingrossa, si dirama, si restringe, incontra ostacoli e si fa strada per improbabili direzioni, sfociando infine in mare aperto, così procede il cammino di #adotta1blogger. Se questo è il cammino, per analizzarlo non possiamo che procedere induttivamente, analizzando il metodo di lavoro per poterne comprendere gli obiettivi.
Il metodo si fonda sulla condivisione,  che consente da un lato di far crescere in quantità la community stessa, dall’altro, attraverso la connotazione di “adozione”, la fa crescere in qualità. Già, perché nessuno adotta un contenuto che non lo convince, non lo stimola e non gli trasmette qualcosa, quel valore aggiunto a livello intellettuale o emozionale. E la qualità genera a sua volta partecipazione e ulteriore condivisione, fortificando legami e caratterizzando ogni giorno che passa il modo di essere di #adotta1blogger: una community di blogger, autori e giornalisti che hanno compreso che il “bene comune” è, nel nostro caso, divulgare la conoscenza, riconoscerci in essa ed amplificarne l’effetto grazie alle contaminazioni ed alle sinergie che nascono tra membri della stessa “famiglia”, dove banalmente condividiamo la stessa scuola di vita, con giovamento di tutti.
La nostra scelta è stata semplice: esserci, con un progetto culturale.
E da quel momento la community ha prodotto la rassegna stampa quotidiana “bla bla blogger”, che propone un’apprezzata selezione di 7 post adottati dalla community, lo speciale mensile dei 7 blogger più attivi della community, collaborazioni tra blogger.
Siamo quasi in 500, e il trend è felicemente in crescita.
Tornando alla domanda del titolo: “Ma #adotta1blogger è anche un bene comune?” Beh, in realtà a noi che siamo un laboratorio liquido, le definizioni stanno un po’ strette… per cui non sappiamo se #adotta1blogger sia un bene comune, ma sicuramente possiamo dire che “fa” il bene comune. Tanto ci basta. Ed è una grande soddisfazione, che voglio condividere con tutta la community di #adotta1blogger.
Colgo anche l’occasione per rivolgere un particolare ringraziamento all’attività degli “ambassador” di #adotta1blogger, che con grande professionalità contribuiscono quotidianamente a rafforzare la presenza della community grazie alla loro preziosa attività divulgativa e tecnica.

Eccoli:

Francesco Ambrosino, Fabio Piccigallo, Valentina Coppola, Rita Fortunato, Francesco Mercadante, Gloria Vanni, Lucia Schirru, Mirna Pioli, Sonia Bertinat, Sylvia Baldessari, Valeria Bianchi, Nick Murdaca, Emma Frignani, Monica D’Alessandro Pozzi, Luca Borghi, Andrea Toxiri, Bruna Athena, Eli Sunday Siyabi, Roberto Gerosa, Federica Farinelli, Anna Pompilio, Silvia Comerio, Roberta Migliori, Elisa Benzi, Ludovica De Luca, Nico Caradonna, Matteo Pogliani, Delia Enigmamma, Stefania Cunsolo, Annarita Faggioni, Silvia Biasio, Barbara Buccino, Daniela Mosca, Mimma Rapicano, Alessandro Nasdrovian Mariani, Angelo Cerrone, Antonio Dimitrio, Daniele Maisto, Barbara Santagata, Santa Spanò, Paolo Fabrizio, Elisa Spinosa, Marina Pitzoi, Daria Benedetto, Cora Francesca Sollo, Rosanna Perrone,  Cristina Arnaboldi, Marco Freccero, Giovanni Amato, Simone Bennati, Marjorie Cigoli, Marco Alì, Manu Nove.

Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande.” (Adriano Olivetti)

Paola Chiesa

 

 


bla bla blogger 12 giugno 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Sono tornati i vasi di fiori e la tenda verde davanti alla porta d’ingresso. A volte ci sono atti osceni in luogo privato che sono quelli da cui non ci si riesce a lavare e dai quali non ci si riesce a slegare. Sono quelli della crescita, del cambiamento, dell’inversione di ruoli, dello scardinamento, del mutamento subito. Cosa c’è di più osceno del dolore, dopo tutto?
Il silenzio è assordante… c’è solo il vento e le nostre emozioni a far rumore. Come trovarsi soli al Lago di Pilato nei Monti Sibillini. E lì non ti conviene proprio giocare con Send Me To Heaven, quel gioco che sfruttando l’accelerometro installato all’interno del tuo smartphone, una volta lanciato in aria il cellulare, ne misura l’altezza raggiunta. E dove vince chi spedisce il proprio telefono più in alto! Con tanto di condivisione dei risultati sui social, per dimostrare a tutti i nostri amici la nostra immensa follia…
Un atto di socialità intelligente è invece valorizzare i contenuti provenienti dagli utenti stessi, un atto che presuppone volontà d’ascolto, di comprensione, di mettersi in gioco. L’hashtag è lo strumento perfetto per legare la comunicazione crossmediale. Il che significa valore aggiunto per i brand, un modo per fidelizzare e creare trust, stimolando l’engagement, ma soprattutto favorendo il dialogo, visto che dopotutto “i mercati sono conversazioni”.
Molte piccole realtà aziendali attribuiscono alla pubblicità su Facebook una semplicità equivalente all’andare in bici. In entrambi i casi, però, non basta avere il mezzo – la Pagina – per andare lontano pedalando. Il rischio è far uscire la catena e pedalare a vuoto con un gran dispendio di energia e denaro. Trovandosi magari, dopo giorni, fermi al punto di partenza o quasi.
Se dico “Snow Fall”, cosa ti viene in mente? E’ il progetto con il quale il New York Times nel 2012 mostrò al mondo l’esatta declinazione del giornalismo con gli strumenti digitali, e da quel momento la parola storytelling è entrata a far parte del vocabolario di ogni giornalista. Quel progetto, tra l’altro, contribuì a convincere gli editori che l’innovazione, anche in quel campo, è un lavoro di squadra. Come il nostro.

Ovvero:

Sono tornati i vasi di fiori e la tenda verde… di Monica D’Alessandro Pozzi

Ti preoccupavi dei missili | quelli abbastanza lontani | dormivi solo sei ore | ti tremavano le mani. di Mareva Zeta

Monti Sibillini: il Lago di Pilato da Foce di Montemonaco. Una giornata particolare. di Nicola Pezzotta

Il gioco più folle del Play Store! di Sergio Consoli

Quattro tool per aggregare gli hashtag. di Matteo Pogliani

Facebook Ads e il mito della bicicletta. di Silvia Comerio

10 tools per realizzare storytelling digitali, senza programmatori. di Luigi Caputo

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Francesco Ambrosino, Luca Borghi, Valentina Coppola, Annarita Faggioni, Federica Farinelli, Emma Frignani, Barbara Santagata.

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa


bla bla bloggers 15 aprile 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La scrittura non è una semplice operazione, è sinonimo di creatività, che spesso viene affogata dalle richieste professionali. Prova a lavorare sulla formazione, cerca di far capire perché vuoi prendere determinate scelte.

Ci sono tanti motivi per non aprire un blog, ma tanto se sei spinto dalla passione e non da una moda passeggera, vedrai che anche tu andrai alla ricerca di una lista di siti da cui scaricare gratis immagini di qualità per rendere i tuoi post ancora più speciali.
Scrivere è anche un atto di amore e di libertà… che voglia di viaggiare! Ognuno di noi è fatto di arrivi e partenze, incontri e saluti. Tutti i pezzetti della vita che sembrano non avere valore, alla fine compongono un miracolo ordinato di bellezza. E se segui le tre regole “della nonna” per una buona convivenza social, vedrai che “quel che succede a Las Vegas deve restare a Las Vegas e quel che succede a Broadway deve morire a Broadway”.
Dai ormai lo sappiamo che la condivisione è la chiave, il jolly che consente di alzare il volume delle emozioni che si generano… sembra #adotta1blogger, invece è #myperception. In ogni caso è contaminazione ed innovazione.

Ovvero:

Mi pagano per scrivere. E la creatività? di Riccardo Esposito

5 motivi (+ BONUS) per NON aprire un blog di Andrea Toxiri

7 siti da cui scaricare gratis immagini di qualità di Agnese Elsi

In viaggio con BlaBlaCar di Gloria Vanni

La meraviglia: ogni piccola cosa serve di Maria Polita

Paola Saluzzi, Twitter e le “regole della nonna” di Alessandra Toni

Into the (HOLLY)WOODS di Marco Goi

MyPerception: è stato uno spettacolo! di Nico Caradonna

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Lisa Costa, Ilde Garritano, Roberto Gerosa, Andrea Toxiri, Fabio Vaccari, Gloria Vanni

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa


#adotta1blogger: da una campagna di condivisione alla rete

adotta 1 blogger
Nella rete dei blogger “adottati”

La campagna #adotta1blogger  nasce in sordina la notte del 5 marzo scorso, complice una strepitosa luna piena, mi piace pensare. Ho la fortuna di vivere nei pressi della basilica di Superga, sulla collina di Torino, ripresa in un suggestivo timelapse proprio di quella notte. Ho un debole per questo luogo sacro, da tempo complice dei momenti belli e rifugio per quelli bui, oltretutto una manna per il mio pessimo senso dell’orientamento.
Quella notte avrei dovuto scrivere un post sull’e-commerce, ma  sono scivolata su ben altro… ed ha preso il sopravvento la Rete, non intesa come social media o genericamente il web, ma come quella energia che da anni caratterizza il mio modo di essere e di agire. La rete collega naturalmente le persone quando c’è condivisione di interessi, necessità ed obiettivi. E ciò accade sempre di più nella nostra società, tant’è che siamo di fatto coinvolti nelle dinamiche della smart community, dove interazione sociale e condivisione di informazione e conoscenza producono innovazione. Così anche la cittadinanza attiva, l’attivismo digitale, l’utilizzo degli open data, sono in fondo modalità nuove per consentire la collaborazione di vari soggetti (enti pubblici, aziende, scuole, associazioni) al fine di realizzare buone pratiche, utili per migliorare la qualità della vita del cittadino. Chiamiamola pure innovazione sociale, che va a braccetto con i concetti di inclusione, sharing economy e sostenibilità.
D’altra parte la rete non è una linea retta immaginabile come una sequenza di prima e dopo. E’ invece più simile ad un cerchio, quello che ognuno di noi, più o meno consapevolmente, traccia simbolicamente attorno a sé definendo contemporaneamente il proprio raggio d’azione ed il limite di interazione concesso agli altri.
Se vogliamo far rete, il raggio intorno a noi è destinato ad allargarsi, facendo entrare nella nostra circonferenza altri, con i quali condividere spazi, bisogni, necessità, desideri, obiettivi, azioni. E’ una dimensione orizzontale che si nutre per definizione del tempo presente e che consente la proliferazione di situazioni.
Ma anche le buone pratiche lasciano il tempo che trovano se alla fin fine si riducono ad essere solo degli episodi eccellenti. La scommessa vera per rendere vivace ed utile la rete è quella di fare sistema tra progettualità e soggetti diversi, attraverso la disponibilità di dati che veicolino informazione, formazione, cultura. A tutto tondo. C’è anche un impegno sociale in questo, certo. Ma non serve né  l’ennesima piattaforma tecnologica, né l’ultimo metodo del blasonato guru, né l’aperitivo in terrazza  tra i soliti quattro amici che lanciano un evento in pompa magna.
Ciò che serve è essere in risonanza con quello che ci circonda, e che il nostro bisogno coincida con quello di altri, di tanti altri… Se poi aggiungi un briciolo di creatività, audacia, disponibilità, un paio di social e tanta passione, può succedere non solo che la rete  si crei, ma anche che si autoalimenti:

#adotta1blogger si è trasformata così in una rete in continua crescita (la madre dei blogger è sempre incinta!) che vanta al momento una cinquantina di blogger adottati in tutta Italia, un paio di “adozioni internazionali” ed una comunità molto attiva su facebook.  Perle nascoste portate alla luce che stanno mettendo in rete esperienza, professionalità, creatività, entusiasmo ed emozioni attraverso le pagine digitali dei loro blog. Donano una vitalità contagiosa attraverso le loro opere, che quotidianamente condividiamo; leggerli equivale a un’esperienza di realtà aumentata, è come vivere più esistenze contemporaneamente.
Un blogger lo sa bene che il proprio ritmo è quello del passista, ma quello che forse non si aspetta è che da qualche parte ci sia qualcuno che non solo lo osserva, ammira la sua resistenza e lo attende al traguardo per complimentarsi, ma che addirittura lo adotti, con un gesto di stima e affetto, senza scadenza, per quello che riesce a trasmettere: capacità di costruire valori solidi in un mondo liquido.

Paola Chiesa


Poi c’è la Social Innovation…

socialinnovation
La Social Innovation crea valore sociale e nuove collaborazioni

L’innovazione non è un argomento per sole imprese o per centri di ricerca finalizzati a perfezionare, in modo sostenibile o dirompente, un processo, un prodotto, un modello organizzativo o di marketing.
E’ anche un tema che riguarda ormai sempre più da vicino la collettività, assumendo per l’occasione la denominazione di “social innovation“, innovazione sociale.
Essa nella definizione di Geoff Mulgan consiste in nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che vanno incontro ai bisogni sociali e che allo stesso tempo creano nuove relazioni sociali e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono ad un tempo buone per la società ed accrescono le possibilità di azione per la società stessa.
Ciò che è di stimolo per l’innovazione, in qualunque ambito sia declinata, è il cambiamento dei bisogni, per cui si parte dall’esistente, si cerca di capire quali sono le nuove esigenze, si studia il cambiamento, ed infine lo si mette in pratica. Il tutto secondo un processo continuo che non può prescindere dalla misurazione dei risultati.
Tra Pubblica Amministrazione e social innovation non c’è antagonismo, in quanto l’obiettivo è il medesimo, cioé ricercare soluzioni migliori per soddisfare le esigenze dei cittadini. L’aspetto da migliorare è il fatto che sia l’una che l’altra sono vittime di una cultura dell’innovazione   sbilanciata sul digitale, inteso nella sua accezione restrittiva di tecnologia, piattaforme, banalmente l’hardware ed il software, senza afferrarne la forza dirompente in termini di innovazione culturale, che può impattare sulla qualità e quantità della conoscenza.
Viviamo in una realtà fluida, ma utilizziamo ancora schemi piuttosto fissi.
Ha senso partecipare ad una consultazione pubblica sociale per fornire la propria opinione su un argomento, o a un bar camp, o a un hackathon, senza che preventivamente i cittadini e i vari portatori di interesse si siano adeguatamente informati e formati sullo stesso argomento? In modo tale da confrontarsi obiettivamente sugli stessi dati… e generare proposte effettivamente originali, ma soprattutto contestualizzate? Come fanno a formarsi e ancor più ad espandersi le comunità intelligenti, che presuppongono esigenze condivise e pratica di partecipazione attiva? In quanti sono a conoscenza di questi argomenti?
La tematica è decisamente affascinante, ma  entrerà nella vita delle persone nel momento in cui riuscirà a rendersi necessaria grazie alla sua utilità quotidiana.

Penso a quel grazioso porta rossetto che non riesco mai ad usare perché nessun rossetto ci entra dentro, e sta lì come soprammobile. Che faccio, acquisto un rossetto in base alle dimensioni ? Macché, i criteri di scelta saranno piuttosto il colore, la consistenza, la tenuta ecc. Questione di esigenze e di utilità, appunto, non di ostentazione di un contenitore sicuramente bello ma… vuoto.

Paola Chiesa


Applicare la “disruptive innovation” alla PA

disruptive
Perché adottare la disruptive innovation nella Pubblica Amministrazione?

In un precedente post avevamo parlato dell’innovazione ideale come evoluzione dal vecchio al nuovo attraverso quel filo sottile della tradizione, che consente di valorizzare le irrinunciabili conquiste di civiltà e di valutare l’efficacia delle azioni innovative.

Continuando le nostre riflessioni, questo approccio ci conduce verso il concetto della disruptive innovation di Clayton Christensen, ideatore della teoria del job to be done, secondo la quale il focus si sposta dal prodotto al bisogno che il prodotto è chiamato a soddisfare: banalmente, le persone non vogliono un frigorifero, vogliono conservare il cibo per consumarlo in un momento successivo. Secondo questa diversa prospettiva, l’innovazione è allora un processo per definire un concetto di prodotto o servizio che soddisfi dei bisogni importanti e non soddisfatti. Per arrivare a capire quali sono questi bisogni, è indispensabile interagire sapientemente con il mercato, con la gente.

La caratteristica fondamentale della disruptive innovation è che non è legata, come si potrebbe immaginare, a mutamenti tecnologici estremi o particolarmente complessi, quanto alla capacità di cogliere, secondo una metodologia quasi maieutica, quali sono i bisogni latenti nel consumatore, che ci sono sempre stati ma che per vari motivi non sono ancora emersi. Questo si che è dirompente. Una volta individuati, anche l’effetto è dirompente, perché genera il successo dell’iniziativa e ne viralizza gli effetti positivi.

Questo tipo di approccio, che mette il bisogno della persona al centro, mi riporta alla mente alcune significative tesi del Cluetrain Manifesto di Fredrick Levine, Christopher Locke, David Searls e David Weinberger, che già nella sua prima versione del 1999 diceva “parlare con voce umana non è un gioco di società, non si impara certo partecipando a qualche convegno esclusivo; per parlare con voce umana, le aziende devono condividere gli interessi delle loro comunità; ma, prima, devono appartener a una comunità; […] se la loro mentalità d’impresa non arriva a coinvolgere la comunità, allora non hanno mercato” (tesi nn. 33-37). Concetto ribadito nella nuova edizione “The New Clues”, il manifesto per un nuovo umanesimo digitale: “Avevamo ragione la prima volta: i mercati sono conversazioni.; avere una conversazione non significa strattonarci per una manica per parlarci di un prodotto che non ci interessa […]” (tesi 52- 53).

Tradizionalmente i concetti sopra esposti sono riferibili alle aziende e alla loro necessità di aggredire un nuovo mercato, ma ci piace nel nostro piccolo essere “dirompenti” nell’immaginare come si potrebbe contaminare la Pubblica Amministrazione, aiutandola con metodologie nuove a captare le necessità importanti della propria comunità. Ne abbiamo parlato qualche tempo fa in un post, suggerendo quale potrebbe essere l’utilizzo esemplare dei social network da parte della PA; secondo noi la Pubblica Amministrazione dovrebbe agire come un soggetto facilitatore di disruptive innovation, facendo emergere le criticità e i reali bisogni dei cittadini relativamente ai servizi pubblici, ad esempio mettendo a disposizione gli open data e investendo su sentiment analysis, affinché le aziende ed i centri di ricerca possano modellare dei processi che portino a obiettivi condivisi e a risultati misurabili.

Paola Chiesa


Il digitale è un’azione da far accadere

digitale

 

Immaginiamo il digitale come un verbo

Il linguaggio può influenzare il pensiero? Facciamo una prova e supponiamo che voglia invitarvi a casa mia; potrei esprimermi in almeno due modi:

“Domenica co-eating in salsa social; location country particolarmente adatta al think tank; non portate nulla, piuttosto facciamo smart cooking insieme; sicuramente sarà più carino partecipare in modalità eat and tweet, basta che #usehashtagwithouterrorsonyoursmartphone. In caso di sole, surprise beach party. Car sharing benvenuto, cohousing disponibile, dress code via @”

Oppure: “Se vogliamo trovarci domenica in collina da me per mangiare pane e salame, gentilmente vi aggregate e date anche un passaggio a chi è senz’auto ? Così facciamo due chiacchiere in allegria, parliamo di futuro e facciamo una telefonata anche a chi non avrà potuto raggiungerci! Se il tempo sarà clemente faremo pure i gavettoni! Se qualcuno alzerà il gomito, nessun problema… potrà fermarsi a dormire. Vestitevi come volete.”

Sul linguaggio scriviamo spesso (cfr. Il linguaggio dell’innovazioneQuando l’informazione è anche un valore), perché per noi è quel presupposto irrinunciabile che ci consente di creare relazionicondivisione di valori e comunità.

In tema di innovazione, Pubblica Amministrazione e Agenda Digitale, un illuminante articolo di Nello Iacono descrive come la carenza di sensibilità e consapevolezza sull’utilizzo del digitale in Italia, abbia creato le condizioni per relegarlo in un ambiente di nicchia, sempre più distante dalla realtà.

In effetti è come se il mondo in cui viviamo fosse costituito da due parti, una reale per la maggior parte delle persone, e una digitale per pochi eletti. Si perde così di vista l’obiettivo vero, che è quello di lavorare per costruire il nostro futuro, anche attraverso lo strumento del digitale.

Questa confusione tra strumenti e obiettivi ha una sua ragion d’essere, legata secondo noi anche all’utilizzo della lingua ed alla sua capacità di incidere sul pensiero. Quando in analisi logica studiamo le strutture del linguaggio con la ripartizione in sostantivi, aggettivi e verbi, impariamo a conformare il nostro pensiero in termini di oggetti, proprietà, azioni, ovvero personaggi, sentimenti ed eventi, peraltro descritti rispettivamente dai tre generi di letteratura classica quali epica, lirica e dramma (imperdibili e molto istruttivi al riguardo gli scritti sulla logica di Piergiorgio Odifreddi).

Nelle lingue moderne vi sono molti più sostantivi che verbi: per questo noi tendiamo a pensare al mondo come oggetti piuttosto che come eventi. Nella lingua greca, ad esempio, la prevalenza di verbi rispetto ai sostantivi rispecchia un diverso modo di pensare, una visione del mondo concentrata sulle azioni. Differenze tra lingue, differenze che incidono sul pensiero… Queste differenze linguistiche sono alla base della diatriba presente tra la scuola filosofica analitica, che parla l’inglese, lingua moderna rivolta agli oggetti, e la scuola filosofica continentale, che parla il tedesco, lingua dal pensiero simile al greco.

Tornando perciò al digitale, sembra difficile farlo uscire da quella nicchia avulsa dal mondo e piuttosto autoreferenziale, se non smettiamo di immaginarlo come un sostantivo, o ancor peggio, come aggettivo. Proviamo invece a immaginarlo come un verbo, un’azione da far accadere e da far evolvere nel tempo, per modificare la realtà, migliorandola.

Sarà forse un’occasione per cominciare a ragionare in termini di obiettivi, valori, risorse, competenze, processi, risultati, condivisione, comunità.

Paola Chiesa


Non sei un innovatore se non conosci Tesla!

Nikola Tesla

 

Chi era Nikola Tesla?

Nikola Tesla  è considerato da molti la figura più geniale della storia umana dopo Leonardo da Vinci: per la qualità del suo intelletto, per la quantità e varietà di opere prodotte, per la capacità di lavorare contemporaneamente su più progetti e per i poliedrici interessi che non riguardavano solo la scienza e la tecnologia, ma anche la filosofia, la sociologia e perfino il misticismo.

Viene ricordato per la scoperta della corrente alternata e per l’unità di misura dell’induzione magnetica, il tesla (T), ma il suo ingegno è alla base di parecchie invenzioni: la bobina ad alta frequenza, che consente la produzione di corrente alternata grazie ad un campo magnetico di intensità variabile, e che sta alla base ad esempio degli alti voltaggi dei tubi catodici nei nostri attuali computer, così come nelle radio e nei televisori; gli studi sulla robotica, sulle sorgenti di energia alternativa, come quella geotermica o mareale, sui raggi X; pose le basi per il microscopio elettronico prima ancora della scoperta degli elettroni, studiò una macchina per indurre il sonno, inventò nuovi tipi di lampadine ad altissimo rendimento, in particolare quelle a fluorescenza e migliorò quelle convenzionali esistenti; arrivò ad una maggiore comprensione della trasmissione di energia elettromagnetica senza fili, cosa che lo avrebbe portato a costruire il primo trasmettitore radio del mondo; e tanto altro ancora…

Dal nostro punto di vista la grandezza dello scienziato Tesla si aggiunge alla profondità e sensibilità dell’uomo, che dedicò la sua vita allo studio dell’energia ed al modo di utilizzarla nella società: “la scienza non è nient’altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità” diceva; riuscendo a portare l’elettricità in tutte le case a grandissime distanze, rivoluzionò non solo la tecnologia dell’epoca ma anche la stessa società.

Grazie ai finanziamenti dell’industriale George Westinghouse, Tesla riuscì a portare avanti le sue ricerche e ad inaugurare la prima centrale idroelettrica a corrente alternata presso le cascate del Niagara nel 1896, pronunciando le seguenti parole che divennero il manifesto della sua vita: “Se vogliamo eliminare la miseria e la povertà,…l’elettricità è il nostro baluardo. La fonte primaria delle nostre versatili energie. Con l’energia elettrica sufficiente a nostra disposizione possiamo soddisfare la maggior parte dei nostri bisogni e garantire un’esistenza comoda e sicura a tutti”. Il grande disegno di Tesla era quello di distribuire energia gratuita a tutti invece di far pagare per essa. In una società del genere la pace e la prosperità sarebbero state universali.

Ma questo contrastava con la logica del profitto imperante nel mondo, per cui gli ultimi vent’anni della sua vita lo videro vittima sacrificale sull’altare della comunità scientifica ed industriale. Rimase senza capitale, indispensabile per testare le sue teorie, e visse una vita quasi al limite dell’indigenza.

L’attualità del pensiero di Nikola Tesla risiede nel suo peculiare linguaggio: nonostante la sua profonda conoscenza delle leggi fisiche e matematiche, non abbiamo progetti circostanziati delle sue invenzioni, perché i veri schemi di progetto erano custoditi nella sua mente. Tesla menzionava spesso l’esistenza di un mondo in cui la conoscenza di tutto quanto esiste è già scritta in una specie di archivio di “memoria cosmica” che può essere attivato da un atto intenzionale. Fu così che apprese il metodo di visualizzare le sue stesse invenzioni nei più minuti dettagli, senza alcun bisogno di calcoli o progetti scritti sulla carta. Le sue invenzioni esistevano già nella sua mente, come frutto di un processo creativo ispirato da forze superiori che la sua ansia di conoscenza aveva risvegliato dal suo inconscio. Il formalismo da lui utilizzato era nascosto nella sua mente.

Fu tacciato di pazzia millanteria e megalomania, eppure spese una vita intera per studiare la trasmissione delle varie forme di energia, che lui considerava universalmente come cosmica, per riuscire a portare un benessere diffuso all’umanità, che voleva unita tra gli esseri viventi e il pianeta ricco di energie risonanti. Una delle sue grandi spinte, oltre alla necessità di fornire “energia libera a tutti”, era quella di mettere tutti in comunicazione l’uno con l’altro.

Forse dopo circa 100 anni qualche insegnamento da tutto ciò possiamo cominciare a trarlo:

per esempio che ostacolare e dimenticare la genialità umana quando è scomoda, è paragonabile ad un delitto; che le innovazioni spesso arrivano da lontano, e che vanno insegnate nelle scuole affinchè possano trasformarsi in tradizione e civiltà; che la comunicazione è un obiettivo che si raggiunge attraverso diversi linguaggi, nonostante i nostri eventuali limiti che possono impedirci di comprenderli; che al centro di tutto, nonostante tutto, deve esserci l’uomo. E senza retorica.

Paola Chiesa

Per chi volesse approfondire la biografia e le invenzioni di Nikola Tesla, consiglio vivamente questo piacevolissimo libro:

Tesla lampo di genio – Massimo Teodorani – Macro Edizioni


Meglio una PA tradizionale o digitalizzata?

dividendo efficienza PA
Come rendere la PA digitalizzata anche efficiente

La domanda potrebbe sembrare retorica, mentre invece è volutamente provocatoria.

Lo strumento tecnologico di per sé non rende un servizio efficiente; una gestione secondo criteri di efficienza efficacia ed economicità misurabili, molto probabilmente connoterebbe positivamente anche l’erogazione tradizionale dei servizi della Pubblica Amministrazione, allo sportello per intenderci; d’altra parte non basta pronunciare la parola “digitale” per far sì che il servizio offerto si manifesti cabalisticamente come efficiente.

In ogni caso la percezione dell’utente, sia che si tratti di un cittadino, di un’impresa o di un professionista, rispetto al modo di operare della PA, digitalizzata o meno, è di inadeguatezza rispetto alle aspettative di una società sempre più incline ad interagire e relazionarsi in una dimensione comunicativa e collaborativa a due vie, in ottica di trasparenza e funzionalità.

In questo contesto si colloca allora la significativa esperienza dell’Agenda Digitale Lombarda, che si distingue per aver cercato di declinare le azioni e gli interventi da porre in atto per sfruttare al meglio le ICT e generare in questo modo valore aggiunto sia per la PA che per i cittadini, i professionisti e le imprese.

Delle sei aree cui sono riconducibili tali interventi, ovvero divario digitale (digital divide); infrastrutture abilitanti e servizi digitali; interoperabilità e standard; patrimonio informativo pubblico; cittadinanza digitale; ricerca e innovazione nell’ICT, la Regione Lombardia ha sviluppato all’interno dell’area prioritaria interoperabilità e standard un modello di stima del dividendo dell’efficienza della PA, cioè del risparmio in termini di tempi e costi che si ottiene attraverso la riorganizzazione della Pubblica Amministrazione per mezzo delle ICT in generale e attraverso interventi di razionalizzazione e semplificazione de “i procedimenti amministrativi, le attività gestionali, i documenti, la modulistica, le modalità di accesso e di presentazione delle istanze da parte dei cittadini e delle imprese” in particolare. Lo stesso Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) prevede la definizione di un sistema per la determinazione del dividendo dell’efficienza, quando all’art. 15 prevede : Le Pubbliche Amministrazioni quantificano annualmente, ai sensi dell’articolo 27, del Decreto Legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, i risparmi effettivamente conseguiti in attuazione delle disposizioni di cui ai commi 1 e 2. Tali risparmi sono utilizzati per due terzi secondo quanto previsto dall’articolo 27, comma 1, del citato Decreto Legislativo n. 150 del 2009 e in misura pari ad un terzo per il finanziamento di ulteriori progetti di innovazione

Sul tema dell’interoperabilità e standard l’Agenda Digitale Lombarda è tra l’altro recentemente intervenuta anche riguardo la proposta di standard Open Data per gli enti locali lombardi, alla quale in ottica collaborativa abbiamo partecipato congiuntamente, in qualità di Centro Studi Informatica Giuridica di Milano e di Ivrea- Torino.

Interoperabilità

In concreto, Province, Comuni capoluogo e aggregazioni di Comuni con popolazione complessiva superiore a 50.000 abitanti sono stati chiamati a realizzare un sistema di Pubbliche Amministrazioni integrato e sincrono, nel quale le attività di back-office dei vari attori pubblici siano pienamente integrate con le attività di sportello erogate dal front-office, a vantaggio dei cittadini e delle imprese. Obiettivo da raggiungersi in concreto attraverso la realizzazione di progetti per la reingegnerizzazione, la digitalizzazione e la standardizzazione di processi e procedure allo scopo di favorire azioni di semplificazione e migliorare l’accesso e la fruizione ai servizi pubblici, nonché ridurre i tempi e i costi di tali processi e procedure sia per la PA che per i cittadini, i professionisti e le imprese.

La risposta è stata la seguente: a fronte del bando di invito a presentare le proposte, emanato nel 2011, tra il 2012 ed il 2013 sono stati firmati 14 accordi di collaborazione interistituzionale (ACI), attivate 13 cabine di regia per il monitoraggio ed il controllo degli accordi, infine approvati e avviati 12 progetti esecutivi che coinvolgono 449 enti locali sul territorio lombardo.

Standard

La Regione Lombardia è intervenuta interpretando ed integrando in un unico metodo i diversi modelli presentati dai vari enti partecipanti al progetto; parallelamente i capofila delle varie aggregazioni hanno così potuto iniziare le rilevazioni per il calcolo del dividendo dell’efficienza.

Il metodo utilizzato dalla regione lombarda ha origine anglosassone (Transactions Cost Methodology) e si basa sulla filosofia che ogni utente “perso” a causa di un’informazione non disponibile e/o dell’interfaccia non usabile (e quindi un basso numero di istanze) diventa un “costo” per la PA che investe sul digitale.

Comunicazione

Il focus si sposta dalla semplice rilevazione di tempi e costi, a quanti cittadini e utenti utilizzano i procedimenti e servizi della PA. Non basta infatti investire nella digitalizzazione di processi, procedure e servizi, se parallelamente non viene disincentivato il procedimento erogato in modalità tradizionale. Infatti il paradosso è che a fronte di ingenti investimenti nel digitale, gli utenti preferiscono usare le versioni cartacee! Perché?

Perché per determinare il successo o il fallimento di un servizio di e-government sono fondamentali la conoscenza della sua esistenza, un linguaggio chiaro, modalità di divulgazione che ne incentivino l’utilizzo, la velocità di reperimento del servizio, la facilità d’uso dello stesso, la verifica periodica dei risultati raggiunti come ulteriore strumento per raffinare il servizio.

A chi come noi interessa che le buone prassi non restino rinchiuse in ambienti insonorizzati ed invisibili, non resta che promuoverne la ricerca, la valutazione critica e la condivisione.

Link all’applicativo per il calcolo del dividendo dell’efficienza dell’Agenda Digitale Lombarda

Materiale informativo sul dividendo dell’efficienza per le Pubbliche Amministrazioni

Paola Chiesa


Il linguaggio dell’innovazione

innovazione

 

Come comunicare l’innovazione

Social innovation, smart city, smart community, start up, business plan, social design, societal challenges, elevator pitch, forum leadership, social renaissance, app, sono solo alcune delle parole e slogan ricorrenti quando si parla di innovazione, anzi di innovation.

Già, perché l’innovazione è indissolubilmente legata all’idioma inglese; curioso, visto che in base a una ricerca effettuata in 60 Paesi nel mondo, l’Italia è risultata addirittura agli ultimi posti per la conoscenza della lingua anglosassone (e lasciamo perdere le altre lingue straniere).

Ma non vogliamo in questa sede approfondire il discorso della miopia e dell’inadeguatezza della politica scolastica che non investe strategicamente nell’ insegnamento efficace delle lingue straniere.

Vorremmo invece soffermarci sul fatto che non basta certo utilizzare un linguaggio smart per essere considerati degli innovatori.

Cosa significa esattamente innovazione? “L’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione e sim. (…) In senso concreto, ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica” (Treccani)

In questi termini il rapporto che lega i due concetti è riconducibile in qualche modo a una sorta di lotta, nella quale il nuovo ha la meglio perché scalza il vecchio, sostituendolo.

In ottica smart e di evoluzione però la logica di tale approccio è limitativa, perché non considera il valore della tradizione , che è quella modalità che consente al “vecchio” di evolversi, sopravvivendo quindi ma traducendosi in innovazione. Il nuovo come evoluzione del vecchio, in una consapevole valorizzazione delle irrinunciabili conquiste della civiltà.

Ma è anche necessario porsi una domanda, se vogliamo parlare di efficacia dell’innovazione: come si misura la sua utilità?

Quando si spengono i riflettori sugli avvincenti eventi di presentazione, ci aspetta una scommessa con il mondo esterno, quello vero là fuori: far convivere l’aspetto teorico e tecnologico dell’innovazione, con quello pratico della sua effettiva applicazione nel tessuto sociale ed economico, e delle relative implicazioni. E per fare ciò servono ponti di comunicazione a due vie che mettano in relazione e coinvolgano attivamente i vari soggetti del territorio: gli ambienti della ricerca, le amministrazioni locali, le imprese, i cittadini, la scuola.

Altrimenti tali eventi resteranno affascinanti esercizi virtuosi per pochi soggetti che parlano un linguaggio incomprensibile ai più (tra l’altro sono stata invitata ad un “beach start up party” a Torino, non so cosa sia esattamente, ma so per certo che il mare a Torino non c’è; come mi devo vestire?)

Per farci comprendere nella comunicazione dei valori, laddove le parole non bastano, possiamo utilizzare il linguaggio universale dell’arte, in grado di parlare contemporaneamente alla testa ed al cuore.

L’innovazione feconda è quella che pesca nella memoria del passato, sedimentata e sopita nell’anima di chi vive il presente; è questione di un attimo, se l’intelligenza riesce a riscaldare il cuore, perdendosi in esso, produce il genio. Ed è allora che ci riconosciamo come appartenenti alla stessa comunità evoluta, perché riusciamo a condividere linguaggi e forme di comunicazione antichi e moderni, dando senso e orientamento al nostro presente.

Paola Chiesa