bla bla blogger 2 novembre 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger – speciale 7 membri più attivi nel mese di Ottobre.

Questo numero della rassegna stampa contiene i post dei 7 membri che nel mese di Ottobre sono stati più attivi nel gruppo facebook Adotta 1 blogger, attraverso adozioni, condivisioni, segnalazioni, commenti e suggerimenti. Si tratta di Valeria Bianchi Mian (Torino), Sonia Bertinat (Torino), Ferruccio Gianola (Lecco), Anna Pompilio (Roma), Nick Murdaca (Milano), Luca Borghi (Como), Rita Fortunato (Udine). In questo appuntamento mensile, i nostri blogger ci mettono la faccia. Come sempre, l’augurio è quello di vedere alternarsi e di presentarvi nelle pagine di questa rassegna stampa, volti sempre nuovi e diversi dei nostri blogger. A riprova del fatto che #adotta1blogger è una community variegata, condivisiva, orizzontale ed in costante crescita! Numero attuale dei membri della community: 812.

ottobrebBuona lettura!

Anche il  #CurriculumDelLettore di Ottobre, come quello di Settembre, è tutto al femminile. Emerge la lettura come sensibilità e riflessione.
Concentratevi nella lettura di un buon libro e nel leggere una bella storia e vi sentirete sempre al centro dell’attenzione. Non vi mancherà più nulla. Di colpo vi troverete decine e decine di amici e di amori addosso.
La percezione di una città come Torino a volte dondola tra i ricordi di una visita, le informazioni raccolte negli anni e le persone incontrate nella vita “reale” e “virtuale”.
Come quel cane che attende la sua padrona in auto, un pandino da macero, e se ne sta dritto come un fidanzato d’altri tempi
Il funzionamento della mente dipende da quello che essa consuma. Ma esattamente qual è il suo carburante, e da dove lo prende?
Sono molti i canali che influenzano le nostre scelte. Da una parte, spot e campagne pubblicitarie trasmessi in modo tradizionale, attraverso manifesti, radio e televisione. Dall’altra, i social network e i portali di e-commerce.
Ma non si può non partire da una corretta informazione nelle scuole come via per il rispetto dell’altro, incluso il superamento degli stereotipi di genere.

Ovvero:

#CurriculumDelLettore, un ottobre introspettivo e avventuroso. di Rita Fortunato

Leggere per imparare a stare da soli. di Ferruccio Gianola

Gran Torino. di Anna Pompilio

Scritture autunnali – appuntamenti poetici novembrini – #Torino di Valeria Bianchi Mian

Il cervello e la sua energia: il cibo. di Nick Murdaca

Quali fattori influenzano i nostri acquisti? di Luca Borghi

Stereotipi di genere, educazione e inclusività. di Sonia Bertinat

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Andrea Girardi, Nick Murdaca.

a cura di Paola Chiesa

 


bla bla blogger 5 ottobre 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia oggi la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Signal è lo strumento che consentirà ai giornalisti di trovare su Facebook le fonti più interessanti ed autorevoli, e le news più fresche da riproporre al proprio pubblico. In una prima fase sarà utilizzabile solo negli Stati Uniti.
A volte, però, Italians do it better. Prendi il caso Vinci vs Pennetta.
Poi c’è l’accoglienza greca, quella di un popolo che, nonostante tutto, resta gioioso e legato alla propria cultura. Canti popolari, persone che danzano nei ristoranti e per la strada. Uomini e donne trasportati da una musica ora vivace, ora malinconica, rapiti da una danza senza fine. E’ Santorini, signori!
C’è chi la chiama mindfullness, uno strumento semplice ed efficace per calmare stati emotivi negativi e ritrovare l’armonia interiore.
In fondo, anche essere un buon community manager non dipende dalle tecniche apprese e nemmeno dai titoli: dipende dalla persona che sei.
Mentre invece, per invitare i visitatori del tuo sito ad iscriversi alla newsletter, devi avere un sito che offre qualcosa di utile: risposte, consigli, divertimento, informazioni che non si trovano da nessun’altra parte, o che, come le presenti tu, nessun altro sa fare.
Insomma devi avere un sito fatto da persone per le persone!

Facebook lancia Signal: fonti, trending topic e strumenti evoluti per giornalisti. di Pierluigi Vitale

Vinci vs Pennetta: quando la storia insegna. di Ilenia Dalmasso

Santorini #4: l’accoglienza della Grecia. di Bruna Athena

Mindfulness: vivere nel presente. di Claudia Porta

Quattro Chiacchiere con Daniela Patroncini, tra cuGGini e digitale. di Francesco Ambrosino

Email marketing, domande e risposte a #unnomeunsogno. di Alessandra Farabegoli

Il restyling di Subito. di Marco Stizioli

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Carlos Bellini, Sonia Calamiello, Anna Corposanto, Nick Murdaca, Natalia Robusti, Gloria Vanni.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 26 maggio 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Anche quando si dà sfogo alla propria indole, ci dedichiamo comunque a qualcun altro. Perché, in fin dei conti, non si smette mai di trasmettere un messaggio. Come il viaggio di Siddharta che tocca varie tappe ognuna delle quali lo fa evolvere, distruggere, fino quasi al suicidio, per poi alla fine toccare con mano la liberazione del proprio Io. La ricerca del proprio percorso è come un vortice, ma la ricerca della verità cambia di volta in volta e lui stesso arriverà a tante verità nella sua vita. Perché non esiste un’unica verità. Esiste in effetti un’evidente  peregrinazione, come quella del freelance, alla continua ricerca di nuove opportunità, facendo attenzione a non perdersi nella disorganizzazione. Ecco perché Pinterest ha avuto così tanto successo, perché dopo il primo impatto di smarrimento, ti trasmette in realtà una sensazione di organizzazione, precisione e senso estetico. Una scelta vincente quella dei suoi ideatori, che dal 2010 l’hanno portato ad essere oggi il secondo social network negli  Stati Uniti!
Può anche essere che stimolare la ricerca ti porti a desiderare di autopubblicare ciò che scrivi, attraverso il self-publishing, badando di trovare anche in questo campo la corretta via… per scrivere la tua storia: semplice o complicata? Non c’è scritto da nessuna parte che si debba per forza pensare a una storia con una dozzina di personaggi, e tutto quello che si portano dietro di case, ambienti, modo di parlare e di vestire, e via discorrendo. Invece si sceglie proprio una storia del genere. Ci si crea dei problemi. Perché la realtà è complicata, è vero, ma bisogna anche saperla raccontare. Un po’ come imparare a trasmettere fiducia, raccontando ogni giorno il nostro lavoro e trasmettendo informazioni utili; non temiamo di prendere per mano i nostri lettori e clienti, per accompagnarli lungo un percorso che noi già ben conosciamo ma che per loro è oscuro ed impervio. Così abbiamo una concreta chance di arrivare alla condivisione, quell’atto coraggioso ed intimo tanto ambito.Ti sembro matta? Tanto i matti non esistono… chiedilo a uno psicologo. Ma per favore, non fargli mai questa domanda: “Stanotte ho sognato un’auto a forma di colibrì, però di colore più simile a quello di un coleottero geneticamente modificato. Sulla macchina c’erano i Flinstones e stavano ascoltando una musica metallara a tutto volume. Tu che sei psicologo, cosa significa questo sogno”?

Ovvero:

#Libriamo in volo con Herman Hesse e Siddharta una guida alla ricerca di se stessi.  di Daniele Maisto

Come organizzare la giornata-tipo del freelance. di Lorenzo Renzulli

Come usare Pinterest, il social network delle immagini. di Luca Borghi

By Your Self-publishing: siti utili per gli autori indie. di Annarita Faggioni

Storia semplice o storia complicata? di Marco Freccero

Fiducia, non traffico. di Laura Lonighi

Lo psicologo come il Minotauro. di Laura Salvai

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Valeria Bianchi Mian, Rita Fortunato, Alessandro Nasdrovian Mariani,  Roberta Vacca.

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa


#adotta1blogger: da una campagna di condivisione alla rete

adotta 1 blogger
Nella rete dei blogger “adottati”

La campagna #adotta1blogger  nasce in sordina la notte del 5 marzo scorso, complice una strepitosa luna piena, mi piace pensare. Ho la fortuna di vivere nei pressi della basilica di Superga, sulla collina di Torino, ripresa in un suggestivo timelapse proprio di quella notte. Ho un debole per questo luogo sacro, da tempo complice dei momenti belli e rifugio per quelli bui, oltretutto una manna per il mio pessimo senso dell’orientamento.
Quella notte avrei dovuto scrivere un post sull’e-commerce, ma  sono scivolata su ben altro… ed ha preso il sopravvento la Rete, non intesa come social media o genericamente il web, ma come quella energia che da anni caratterizza il mio modo di essere e di agire. La rete collega naturalmente le persone quando c’è condivisione di interessi, necessità ed obiettivi. E ciò accade sempre di più nella nostra società, tant’è che siamo di fatto coinvolti nelle dinamiche della smart community, dove interazione sociale e condivisione di informazione e conoscenza producono innovazione. Così anche la cittadinanza attiva, l’attivismo digitale, l’utilizzo degli open data, sono in fondo modalità nuove per consentire la collaborazione di vari soggetti (enti pubblici, aziende, scuole, associazioni) al fine di realizzare buone pratiche, utili per migliorare la qualità della vita del cittadino. Chiamiamola pure innovazione sociale, che va a braccetto con i concetti di inclusione, sharing economy e sostenibilità.
D’altra parte la rete non è una linea retta immaginabile come una sequenza di prima e dopo. E’ invece più simile ad un cerchio, quello che ognuno di noi, più o meno consapevolmente, traccia simbolicamente attorno a sé definendo contemporaneamente il proprio raggio d’azione ed il limite di interazione concesso agli altri.
Se vogliamo far rete, il raggio intorno a noi è destinato ad allargarsi, facendo entrare nella nostra circonferenza altri, con i quali condividere spazi, bisogni, necessità, desideri, obiettivi, azioni. E’ una dimensione orizzontale che si nutre per definizione del tempo presente e che consente la proliferazione di situazioni.
Ma anche le buone pratiche lasciano il tempo che trovano se alla fin fine si riducono ad essere solo degli episodi eccellenti. La scommessa vera per rendere vivace ed utile la rete è quella di fare sistema tra progettualità e soggetti diversi, attraverso la disponibilità di dati che veicolino informazione, formazione, cultura. A tutto tondo. C’è anche un impegno sociale in questo, certo. Ma non serve né  l’ennesima piattaforma tecnologica, né l’ultimo metodo del blasonato guru, né l’aperitivo in terrazza  tra i soliti quattro amici che lanciano un evento in pompa magna.
Ciò che serve è essere in risonanza con quello che ci circonda, e che il nostro bisogno coincida con quello di altri, di tanti altri… Se poi aggiungi un briciolo di creatività, audacia, disponibilità, un paio di social e tanta passione, può succedere non solo che la rete  si crei, ma anche che si autoalimenti:

#adotta1blogger si è trasformata così in una rete in continua crescita (la madre dei blogger è sempre incinta!) che vanta al momento una cinquantina di blogger adottati in tutta Italia, un paio di “adozioni internazionali” ed una comunità molto attiva su facebook.  Perle nascoste portate alla luce che stanno mettendo in rete esperienza, professionalità, creatività, entusiasmo ed emozioni attraverso le pagine digitali dei loro blog. Donano una vitalità contagiosa attraverso le loro opere, che quotidianamente condividiamo; leggerli equivale a un’esperienza di realtà aumentata, è come vivere più esistenze contemporaneamente.
Un blogger lo sa bene che il proprio ritmo è quello del passista, ma quello che forse non si aspetta è che da qualche parte ci sia qualcuno che non solo lo osserva, ammira la sua resistenza e lo attende al traguardo per complimentarsi, ma che addirittura lo adotti, con un gesto di stima e affetto, senza scadenza, per quello che riesce a trasmettere: capacità di costruire valori solidi in un mondo liquido.

Paola Chiesa


Dai dati alle informazioni nella Pubblica Amministrazione

open data

 

L’importanza dei dati della Pubblica Amministrazione per la conoscenza

Che differenza c’è tra non avere a disposizione nessun dato e averne a disposizione tanti?

A ben vedere nessuna, se consideriamo che il dato di per sé non aggiunge valore a ciò che conosciamo; ciò che veramente ci arricchisce è l’informazione, il risultato dell’elaborazione dei dati, che ci permette di venire a conoscenza di qualcosa.

Quindi i dati da soli non ci salveranno…

E’ interessante però notare l’importanza attribuita ai dati dalle aziende private, che con processi sofisticati e complessi li strutturano, li elaborano e li monitorano con analytics potenti per ricavarne informazioni utili ai fini delle politiche di marketing.

Diversamente la Pubblica Amministrazione è mediamente spettatrice e vittima dell’entropia da lei stessa creata; i dati, quando ci sono, a volte non sono adeguatamente governati, mediamente non sono comunicati, spesso e volentieri non sono spiegati. Così nella percezione comune del cittadino generano qualcosa che, paradossalmente, viene percepito come un appesantimento e una complicazione della macchina amministrativa, aggravati da una terminologia pressoché incomprensibile (open data, open government, open content, open source ecc.) e dall’errore prospettico di considerare l’argomento come appannaggio di informatici ed ingegneri, confondendo lo strumento tecnologico con lo scopo di principio: applicare la trasparenza.

Parlare di dati nella PA implica un chiaro riferimento alla tematica della trasparenza e agli open data.

L’open data si richiama alla più ampia disciplina dell’open government, cioè una dottrina in base alla quale la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, tanto in termini di trasparenza quanto di partecipazione diretta al processo decisionale, anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; e ha alla base un’etica simile ad altri movimenti e comunità di sviluppo “open”, come l’open source, l’open access e l’open content.

Il fatto di trovare sui siti web dei Comuni o sui portali dedicati, innumerevoli record di dataset, di per sé non è sufficiente, perché sono dati aggregati cui manca il tassello finale in grado di dare senso ai dati: l’informazione che portano con sé.

Cosa significano quei dataset? A chi sono destinati? Cosa ci si può fare? Cosa significa riutilizzarli? Chi è a conoscenza dell’esistenza di tali dati? I cittadini cosa sanno degli open data?

Perché tutte queste domande?

Perché il nostro approccio da attivisti digitali ci spinge non solo a voler capire la realtà in cui viviamo, ma anche a voler fare un po’ di chiarezza in un argomento che a torto viene ritenuto riserva di caccia di nerd che parlano inglese e di autoreferenziali innovatori.

A ben vedere, proprio la materia degli open data richiede la collaborazione creativa e trasversale tra soggetti diversi, giuristi ingegneri informatici, uffici amministrativi e della comunicazione, affinché possa generare un valore aggiunto significativo per la comunità di riferimento.

Gli open data non sono il punto di arrivo di un’amministrazione che applica la normativa sulla trasparenza, sono anzi un punto di partenza verso forme di democrazia partecipata, per trovare soluzioni condivise sulle finalità di utilizzo, per consentire la conoscenza delle politiche pubbliche, per stimolare la produzione di nuovi open data, per avviare politiche sinergiche tra PA su tematiche comuni, per incentivare le imprese a creare prodotti utili ed innovativi.

Il requisito primo è che tutti dobbiamo parlare lo stesso linguaggio (magari anche l’italiano), fatto di percorsi ed obiettivi condivisi.

Quando in passato, in campagna di inverno, ci si recava alla sera in visita a casa di qualcuno, era buona usanza portare con sé un tizzone ardente preso dalla propria stufa, che aveva la duplice funzione di illuminare il tragitto a piedi e di contribuire a riscaldare la casa dell’ospite. Un gesto inequivocabile con una triplice valenza di cortesia, utilità e bene comune.

Mutatis mutandis, riportando il discorso a come potrebbe essere la diffusione della cultura degli open data da parte della Pubblica Amministrazione, immaginiamola come una padrona di casa che voglia invitare a cena degli ospiti ma:

1) non glielo faccia sapere

2) non comunichi l’indirizzo di casa

3) non dica che a casa propria fa freddo e che per il bene di tutti è meglio che ognuno porti un tizzone per la stufa

La conseguenza sarà che alcuni non andranno a casa della signora perché nessuno li ha informati, altri non ci arriveranno perché non sanno l’indirizzo, infine i fortunati che ci saranno riusciti non ci torneranno più, quanto meno perché saranno morti di freddo…

E la padrona di casa continuerà a frequentare i soliti quattro amici.

Una PA la cui attività sia realmente animata dalla volontà di diffondere la cultura degli open data dovrebbe seguire un metodo logico in cui sia evidente il percorso e l’obiettivo, grazie a semplici ed indispensabili passi:

  1. pubblicare dataset open data
  2. divulgare con iniziative pubbliche rivolte alla cittadinanza la tematica degli open data
  3. stimolare gli stakeholders del territorio (cittadini, imprese, associazioni, altri enti pubblici) a riutilizzare gli open data
  4. rendere gli open data uno strumento concreto per intervenire sulla realtà, migliorandone le criticità grazie al contributo di diversi soggetti
  5. utilizzare i social media quale strumento di comunicazione snello a supporto dell’attività dell’ente in tema di open data
  6. verificare il miglioramento del servizio pubblico in seguito all’utilizzo/riutilizzo degli open data.

C’è una grossa differenza tra una PA che applica la normativa sulla trasparenza in quanto “deve”, e una che invece abbraccia spontaneamente e proattivamente i valori della trasparenza.

E quando cominceremo a misurare i risultati sulla base del miglioramento della qualità dei servizi erogati, sarà il cittadino, e non le società di rating, che potrà dire se vive in una comunità smart. A quel punto probabilmente gli open data non saranno più né un mistero né fonte di smarrimento per nessuno, e potremo forse anche chiamarli dati aperti.

Paola Chiesa


Approccio di una PA esemplare ai social media

socialmedia

 

Il ruolo della Pubblica Amministrazione nell’approccio ai social media

C’è evidentemente un bisogno ancestrale dell’uomo di lasciare un “segno”, una sorta di impronta che faccia parlare di sè nel futuro, cui non corrisponde in realtà un’analoga capacità di interpretare ed elaborare quel segno da parte dell’interlocutore. Nella preistoria erano i dipinti rupestri che raffiguravano scene di caccia o di danza ma che ancor oggi non sappiamo esattamente se avessero un valore puramente artistico, o se avessero anche un significato simbolico, come la centralità della caccia, il rapporto uomo-animale, la sacralità della danza, ecc.

Oggi sono le frasi, le immagini, i tweet, i video che postiamo sui social media; nuovi segni attraverso cui esprimiamo i nostri gusti e gli stati d’animo, ci georeferenziamo e ci immortaliamo nella nostra presunta forma migliore. Rispetto ai nostri antenati preistorici abbiamo anche lo strumento della scrittura, che ci consente di essere potenzialmente più efficaci nelle nostre esternazioni.

Però, allora come adesso, il processo comunicativo si interrompe e il messaggio non giunge a destinazione integro; forse perché l’uomo è biologicamente sociale ma ahimè culturalmente individuale, e la sua incapacità di comunicare è legata al non saper ascoltare davvero ciò che viene detto? Peraltro motivo per cui privilegiamo le affermazioni alle domande, che potrebbero mettere in discussione le nostre certezze e insinuare in noi il dubbio

Mentre è piuttosto semplice esplicitare se stessi attraverso i social (dichiarare cosa mi piace o non mi piace, dove sono in questo momento, quali sono le mie competenze, i miei hobby ecc.) è sicuramente più nebuloso individuare sia a chi venga indirizzata tale presentazione, sia cosa venga compreso dall’ipotetico destinatario. Esuliamo in questa sede dai discorsi sul target di pubblico che si vuole raggiungere; ci preme piuttosto stimolare una riflessione su come far emergere un’interazione autentica tra gli interlocutori; un’azienda privata, dovendo promuovere il proprio brand e vendere i propri prodotti, andrà a cercare il riflesso di se stessa in un pubblico nel quale si riconosce, o meglio ancora cercherà di plasmare un pubblico che si possa riconoscere nei propri prodotti.

Una presenza esemplare dell’ente pubblico sui social dovrebbe invece avere lo scopo non di ricercare un facile consenso, quanto invece di far emergere un problema ed individuare delle criticità attraverso un’interazione stimolante, che passi attraverso le fasi dell’ascolto e dell’osservazione costanti, che aiutino effettivamente a capire e comprendere le esigenze del cittadino e più in generale della comunità.

Dovessimo visualizzare con un esempio il tipo di approccio che l’ente pubblico dovrebbe avere sui social, potremmo immaginarlo così:

Certo non è semplice né immediato, ma è indispensabile se è vero che, come diceva Goethe, “comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura; tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura”.

Se è normale che un’azienda faccia leva sulla natura umana, è indispensabile che la PA faccia leva sulla cultura, in un processo bidirezionale che permetta di individualre i punti critici su cui intervenire, le attività da programmare, gli obiettivi da raggiungere, la presentazione dei risultati, la verifica dell’efficacia dei risultati. E la cultura richiede informazione, formazione e lucida logica di servizio pubblico verso la propria comunità di riferimento.

Paola Chiesa


Quando l’informazione è anche un valore

volo storni
La capacità di creare valore

Avete presente il volo degli storni e la loro capacità di creare spettacolari coreografie, affascinanti per la loro sincronicità? Pare che ogni singolo storno si muova in volo in base a ciò che vede fare a un numero fisso di altri uccelli del gruppo che si trovano nelle sue vicinanze, circa sette, che possono anche allontanarsi in fasi successive del volo. Viaggiano compatti in gruppi di 5-10 mila esemplari, e volano ad una distanza di circa 80 centimetri-1 metro l’uno dall’altro, per difendersi dai rapaci, ad esempio dal falco. Quest’ultimo infatti, nel momento in cui tenta di attaccare lo stormo, trova difficile farlo in quanto non solo forma e direzione cambiano di continuo, ma anche perché non riesce ad isolare un individuo dal gruppo. Inoltre gli individui cambiano continuamente posizione tra la periferia e l’interno del gruppo cosicché la probabilità di essere predati (alta quando sono alla periferia dello stormo) è notevolmente ridotta.

Oppure come non ricordarsi delle formiche quando procedono simpaticamente incolonnate come truppe verso la fonte di cibo, per poi fare ritorno al formicaio; in questo caso pare che la formica, quando ha avuto successo nella ricerca del cibo, in futuro tenderà a tornare verso la stessa fonte. Ma quando questa formica torna al formicaio, stimola fisicamente un’altra formica a seguirla verso il luogo del rifornimento attraverso una secrezione chimica. Lasciando una scia di tali secrezioni, alcuni tipi di formiche sono addirittura in grado di indirizzare interi gruppi di loro simili. Pertanto la scelta di una formica che esce per la prima volta dal formicaio sarà influenzata dalle scie delle formiche che incontra lungo il proprio itinerario.

Poi ci siamo noi che ci avventuriamo nei social: il nostro comportamento non è valutabile né secondo parametri di eleganza e sincronicità, né per ordine e disciplina, nè per coerenza

In natura è evidente un sistema di comunicazione basato sulla trasmissione di informazioni finalizzate a dei valori essenziali ed imprescindibili: la difesa dai nemici nel caso degli storni o la ricerca di cibo nel caso delle formiche, in ogni caso valori legati alla sopravvivenza.

Nei nostri sempre più ricchi e variegati sistemi di comunicazione ed interazione sui social, la nostra attenzione è richiamata dalle informazioni diffuse dal nostro piccolo o grande gruppo di “storni” di riferimento, diverse da gruppo a gruppo. Quello che manca è la sensibilità capace di definire e rendere riconoscibile una comunità in grado non solo di interagire e comunicare con i propri membri, ma anche e soprattutto di creare, consolidare e trasmettere un sistema di valori, rivelando una tradizione e allargando la comunità di partenza, migliorandola.

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Paola Chiesa