bla bla blogger 5 giugno 2017

La community di  #adotta1blogger consiglia per questa settimana la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati” e “segnalati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura. Tali post, condivisi dai blogger della community #adotta1blogger all’interno dell’omonimo gruppo chiuso su facebook, li vogliamo mettere in comune, per contribuire nel nostro piccolo alla diffusione della conoscenza. Con il caratteristico spirito di condivisione che ci caratterizza, basato sull’approfondimento e sulla ricerca di un confronto costruttivo.

Buona lettura!

In questa rassegna si parla di blogging, marketing, tools, educazione digitale.

Blogging
La storia di Alice , di Gisella Novello

Vite appese , di Margherita Penza

Marketing
Il tuo blog perde visite: 4 idee per risolvere il problema , di Riccardo Esposito

Accogliere bene chi si iscrive alla newsletter: i miei test sul campo , di Alessandra Farabegoli

SERP di Google e comportamento degli utenti nel Turismo Ricettivo , di Danilo Pontone

Tools
13 tool free e non per PMI e Startup: strumenti utili per il marketing digitale , di Flavius Florin Harabor

Educazione digitale
Bot, Chatbots e Artificial Intelligence. Strumenti buoni e proficui o spietati e dannosi? di Rachele Zinzocchi
Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Orso Romeo, Gloria Vanni, Ilario Gobbi, Simone Bennati, Flavius Florin Harabor.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 18 luglio 2016

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia per questa settimana la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Là c’è il mare e il posto non è male, ma… non sopporti più nulla: l’assenza di aria ti sta soffocando, il sole a picco che ti segue, quel terribile vociare di bambini che saltano a destra e sinistra, lo slalom tra la gente che gioca a volley, i castelli di sabbia che si sgretolano asciutti.
Con l’arrivo dell’estate, per moltissimi blog accadono solitamente due cose… scopriamole!
Ma… a Elli non interessava quello spazio angusto: lei sognava la Luna, così bella, rotonda, candida, distante.
Si conferma il dato di quel macro-segmento importante nel marketing turistico ma sottovalutato in fase strategica: le donne. Sono loro al centro del processo decisionale. Gli uomini, vuoi per pigrizia, vuoi per maggiore capacità di adattamento, spesso delegano a mogli e fidanzate l’organizzazione di viaggi e vacanze.
Vorrei poterti dire che ho voltato pagina, che ho detto basta, che ho chiuso per sempre con te. E con i dolci. Con la cioccolata, con la panna, con lo zucchero, con le torte, con i gelati. Ma non te lo dico, perché ti mentirei. Su tutto.
Ecco, ognuno ama partendo da un vissuto personalissimo e unico; passa per percorsi che manco ci s’immagina; ha finalità le più disparate; è per sempre o per un momento effimero oppure a intermittenza, con una oppure più persone. Ama ed è amato; o ama ma seppur respinto continua ad amare; ama e odia allo stesso tempo.
Il tempo. Una delle cose che amo di Lisbona é la percezione del tempo, di quello passato, che peró é ancora presente. Non é un ossimoro, ma é quello che ho avvertito, azzardando una mia reinterpretazione della saudade portoghese.
Questione di tempo, e Facebook rivoluzionerà le pagine aziendali che assomiglieranno sempre più ad un sito internet, per la gioia di tutti quegli imprenditori che fanno della cultura del risparmio un loro cavallo di battaglia. Ma costoro ignorano un dato oggettivo: i social possono cambiare le regole da un momento all’altro, mentre un sito internet di proprietà sarà realizzato in base alle proprie esigenze personali.
Spostiamo il focus sull’utilità di ciò che facciamo. Per esempio, il Klout Score è veramente un parametro così utile, ai fini della misurazione della propria popolarità sui social?

Ovvero:

Scrittura, Blogging
Elli dorme sola. di Emma Frignani

Il web e la ricerca della leggerezza. di Andrea Girardi

Beghine bacchettoni baciapile. di Luca Bedino

Marketing
Donne e marketing turistico. di Silvia Comerio

Come ti frego il Klout con un tweet. di Andrea Toxiri

Facebook rivoluzionerà il web design? di Angelo Cerrone

Come gestirai il tuo blog durante l’estate? di Francesco Gavello

Turismo
Lousitania Express, treno di notte da Lisbona. di Mafalda D’Alessandro

Cucina
Vorrei ma non posso e quindi posto: gelati su stecco allo yogurt e frutti di bosco. di Alessandra Bruni

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Margherita Penza, Nick Murdaca, Sonia Bertinat, Mafalda D’Alessandro, Luca Borghi, Gloria Vanni, Noemi Bengala.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 4 luglio 2016

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia per questa settimana la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Disegno sempre appena posso, appena ho un attimo, prima di dormire. I disegni sono uno sputo, uno schiaffo, un sogno, una carezza, una pausa, un modo profondo per esprimermi.
Ho pensato a quel bambino, alla sua innocenza, e che tra non molto arriverà qualche calcio al culo dalla vita, e sulla sua lingua non ci sarà più solo il sapone, ma anche polvere e catrame.
E ci sono momenti di vorrei. Si fanno sentire forti. Mi piace appenderli su tante grucce, guardarli, riordinarli ma non troppo, buttarne alcuni, trovare lo spazio per quelli nuovi. Irrazionali, frivoli, importanti.
Ma per creare bisogna passare attraverso la distruzione. E l’orlo del caos è la zona in cui si ha distruzione e creazione.
Al porto, nell’attesa del traghetto, scattano i ricordi.
Un’isola si sa è circondata dal mare. Ma Ischia è speciale.
Cambiando argomento, si parla sempre più di content marketing, dei vari casi studio di successo, ma quando e dove nasce questa disciplina?
Mentre invece WordPress.com sta diventando sempre più personalizzabile e sta lasciando più libertà ai suoi utenti. Per esempio il Pannello di Controllo SEO permette di migliorare le prestazioni del proprio blog, senza dover essere necessariamente esperti di SEO.
Infine, i servizi di Report continuano a far discutere sui social, specie da quando le imprese hanno adottato un atteggiamento proattivo, intervenendo durante o dopo la trasmissione con azioni di debunking o tentativi di crisis management. È il turno di Amadori.

Ovvero:

Scrittura, Blogging
Fossero solo questi. di Margherita Penza

Sangue e fiesta. di Orso Romeo

E andare via. di Laura Mattera Iacono

Il Giardino delle Esperidi ed i margini del Caos (The edge of Caos) II. di Ciro Ferraro

Marketing
Storia del Content Marketing. di Valentina Baldon

Amadori-Report: analisi delle conversazioni su Facebook. di Pierluigi Vitale

Arte
Una maestra dal cuore d’artista: intervista a Nina a. di Anna Mattedi

Turismo
L’ isola che c’ è: Ischia. di Sarah Liotto

Tools, Tutorials
[HELP WORDPRESS]: Configurare il Pannello di Controllo SEO su WordPress.com di Andrea Toxiri

Le adozioni e segnalazioni sono sate effettuate da: Carmen Innocenti, Chiara Bertora, Sarah Liotto, Valeria Bianchi Mian, Rita Fortunato, Benedetto Motisi, Laura Mattera Iacono.
a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 18 aprile 2016

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia per questa settimana la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

L’Aquila”. Una città così particolare già dal nome, che si permette tutt’ora di tenere l’articolo come fosse più di una città, un concetto, un sentimento.
Un po’ più giù, a Polignano, c’è invece Dorino, il grande mattatore che con la sua barca ti accompagna fin dentro le grotte marine, enumerandole una a una e raccontando per ognuna di esse una storia: ” non c’è paese più bello di Polignano” dice e, mentre lo sguardo vaga fra roccia, cielo e mare risalendo pian piano la scogliera fino a incontrare le case, compatte come una fortezza, non è difficile credergli.
Quando sei un espatriato, al contrario, non hai radici lunghe e salde nel luogo che ti ospita, e lo sradicarsi per spingersi più in là, inseguendo un orizzonte sconosciuto, è più semplice.
Particolare, ma in fondo neanche tanto, la solitudine dello “scomodo” Pasolini: attorno ha pochissime presenze, nessun politico, pochi editori, che secondo i casi lo blandiscono e respingono. La lucida rudezza e l’assenza di diplomazia lo isolano fra gli stessi intellettuali.
Fare storytelling non è perciò buttare sui social una foto con due o tre hashtag generici come #felicità #noi e #lanostrastoria. Il Gruppo Ospedaliero San Donato non l’ha sicuramente fatto.
A prescindere, per le aziende è importante garantire una comunicazione continua, rispondere immediatamente agli utenti,  che cercano di capire come le aziende si evolvono, se ci sono nuovi progetti, iniziative o eventi attraverso i social e il web.
Se poi vogliamo allargarci alle aziende estremamente complesse, nelle quali tutti i componenti hanno rilevanza come singoli, possiamo tranquillamente parlare  delle famiglie!
A questo punto non possiamo fare a meno delle liste, fondamentali per organizzare il lavoro, e ancor di più per coloro che lavorano in proprio e che devono ottimizzare le giornate badando bene a non disperdere energie/idee/tempo prezioso.
In quest’ottica anche MailChimp, la piattaforma con la scimmietta come mascotte, è uno strumento molto utile perché consente di creare belle newsletter, leggibili anche sui dispositivi mobile e di integrarsi con altre piattaforme.

Ovvero:

Scrittura, Blogging
L’Aquila era bella. di Alessandro Borgogno

Pasolini, la solitudine fra i senza pietà. di Enrico Campofreda

Marketing
Storytelling: quando cade la lacrimuccia (Case Study) di Alessandra Arpi

10 liste che un freelance dovrebbe sempre creare. di Manuela Cervetti

Pantone e OVS insieme senza comunicare. di Barbara De Monaco

Turismo
Dal Medio Oriente alla Russia. di Carmen Innocenti

Polignano a Mare e la sua gente. di Elena De Becaro

Economia, Sostenibilità
La famiglia è un’azienda complessa che non deve avere debito. di Lisa Bortolotti

Tools, Tutorials
Fare marketing con MailChimp. di Maura Cannaviello

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Silvia Camnasio, Natalia Robusti, Andrea Girardi, Angelo Cerrone, Noemi Bengala, Arale Pink, Francesco Brioweb Russo, Francesco Ambrosino.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 23 dicembre 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia oggi la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Possiamo parlare finalmente di un mercato globale digitalizzato che si regge su tre concetti:qualità dei prodotti, marketing e servizio clienti.
Non dimentichiamoci mai che la comunicazione deve sempre essere strategica per brand e aziende e non solo far parlare di sé senza uno scopo concreto. Non si vive di sola visibilità,  il fumo non basta più. Se non si è capaci lasciamo stare. È meglio.
Cosa vuole dire essere primi? Quanto vogliamo essere primi in tutto e per tutto, o ci sentiamo meglio ad essere consistenti ed interessanti per un gruppo?
La positività a tutti i costi, ci rende finti, stupidi e fragili. Deve essere il risultato di un processo interiore di consapevolezza ed accettazione di noi stessi così come siamo.
Io alla storia delle fasi che iniziano e finiscono senza lasciar traccia, non ci ho mai creduto. Ogni evento lascia un segno, una propaggine, un pezzettino, un sassolino che ci accompagna al riparo in una tasca. Ed è bello che sia lì, nella tasca dico, perché mi piace poter infilare la mano e sapere che sono io, sempre, e anche quel sassolino che mi porto dietro è parte di me.
Ricorderò sempre quando un giorno il Guerriero mi disse:  “Io e te siamo pareja, siamo uguali dentro questa relazione”.
E poi… c’è qualcosa di magico nelle biblioteche. Sono luoghi dove, non appena si entra, non si può fare a meno di ammutolire, non solo per rispettare chi vi sosta per leggere o studiare ma anche per l’immensità della cultura conservata e per come sono predisposti gli spazi.

Ovvero:

I negozi del futuro potrebbero non avere più le pareti,i manichini e le commesse. di Angelo Cerrone

La mitologia del pensiero positivo. di Carmen Innocenti

Sto attraversando la fase di attraversare una fase. di Veronica Barsotti

Più parejas, meno coppie – contro la violenza sulle donne. di Giulia Calli

Le più belle biblioteche del mondo in splendide foto. di Rita Fortunato

La finiamo con questo marketing non convenzionale improvvisato? di Matteo Pogliani

“Essere primi” è un’idea vincente? di Daniela Pellegrini

Le adozioni e segnalazioni sono state effetuate da: Delia Enigmamma, Rita Fortunato, Anna Pompilio, Andrea Toxiri, Gloria Vanni.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 16 novembre 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia oggi la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Al parco è tutto un “Vai a giocare con quel bimbo, fai amicizia” e poi tra voi non spiccicate parola.
E state su WhatsApp, quell’apostrofo verde tra il “mi fa piacere sapere che respiri ancora” e il “fanqù“.
Oramai la condivisione in tempo reale è da considerarsi il passaparola del nuovo millennio, e anche il settore ristorazione si sta adeguando. Alcuni ristoratori, oltre ai social classici, utilizzano Steller, un social nato nel 2014  per lo storytelling, adattabile molto facilmente al settore ristorazione, ma ancora poco conosciuto in Italia.
Spesso mi chiedo se ho dei punti deboli come blogger e devo confessare che sono più di uno, ma non è affatto semplice rendersene conto.
Quali differenze ci sono tra blog personale e blog aziendale, e quale strategia di blogging è utile attuare per un’azienda?
A volte, l’imprenditore ragiona con la mentalità del consumatore, giocando al risparmio. Ma non è detto che il prodotto o servizio più economico tra quelli che ci possiamo permettere, sia anche quello più adatto a farci raggiungere il successo.
E poi, non dimentichiamoci che ciò che spinge il pubblico ad ascoltare un grande affabulatore è spesso la carica di emotività che trasmette.

Ovvero:

Cose che i bambini ci direbbero volentieri, ma sono troppo educati. di Enrica Tesio

WhatsApp: guida pratica contro il fanqù terapeutico. di Anna Le Rose

Storytelling e food: si può con Steller. di Valentina Baldon

Il punto debole del vostro #blogging. di Ferruccio Gianola

Come sviluppare una strategia per un blog aziendale. di Francesco Ambrosino

La mentalità dell’imprenditore vs. la mentalità del consumatore. di Federico Chigbuh Gasparini

#MeetCoppola e le radici. di Camilla Ronzullo

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Sonia Calamiello, Silvia Ceriegi, Sara Della Torre Valsassina, Paola Forneris, Rita Fortunato, Andrea Toxiri.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 5 novembre 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia oggi la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Se tu chiedi a sette blogger creative quale strumento preferiscono per creare le immagini dei propri post, ognuna ti risponderà in modo diverso… se no che creative sarebbero!
Nessuno di noi è soltanto il qualcosa già creato, nessuno di noi è il nome che ci è stato dato, nessuno di noi è quello che la natura e il potere pretendono che siamo. Noi siamo infinitamente più di questo o quello: ognuno di noi è terra e cielo, ognuno di noi è merda e dio.
Con la scusa di fare storytelling social, o visual storytelling, o storytelling photography, quelli che non hanno niente da dire sono andati a cercar fortuna su Facebook o su Instagram. In pratica nel giro di due anni sono spuntate fuori un sacco di persone che scattano foto di cose bellissime e non sanno cosa dirci intorno. Anche perché non sempre la foto è così bella da riuscire a parlare da sola.
E invece che bella storia quella di Dorando Pietri, il podista pasticciere di Carpi!
Che tu sia un piccolo o grande brand, ormai devi fare i conti con tre variabili importanti: la qualità comunicata, la qualità condivisa, la qualità percepita.
Se poi vuoi vivere nella “comfort zone” è consolatorio, ma sappi che non porta da nessuna parte.
Come Macbeth, a un certo punto avrai a che fare  con l’urgenza e la pericolosità dell’uomo che sfida se stesso in cerca di una gloria più o meno legittima.

Ovvero:

Strumenti per creare le immagini dei post. I preferiti di 7 blogger creative. di Carmen Tortorella

Noi siamo tutti i nomi del mondo. di Patti Spinetta

Lo storytelling social è una cagata pazzesca. di Giovanna Gallo

1911 Budino Pietri Dorando. di Samanta Cornaviera

Come fare Branding sui Social Media. di Marina Pitzoi

Macbeth, l’uomo alla prova della foresta oscura. di Francesco Mercadante

15 Modi Per Far Fallire Il Tuo Business! di Federico Chigbuh Gasparini

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Rossana De Michele, Emma Frignani, Daniela Mosca, Maria Cristina Pizzato, Andrea Toxiri, Gloria Vanni, Roberta Verdelli.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 12 ottobre 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia oggi la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Se i social network fossero i sette vizi capitali, noi li assaporeremmo tutti, senza mostrare un minimo di pentimento.
Anche vivere è bucarsi continuamente il braccio e analizzare il sangue. E bloggare è come vivere. Quindi bloggare è come essere costantemente sotto esame. Ma non essere sotto esame su qualcosa su cui possiamo barare.
E lo sport? E’ una specie di test strutturato che mette alla prova le nostre abitudini, e al netto di tutte le maschere che indossiamo, le rivela. E’ il nostro specchio.
Perciò, poco importa alla fine se pubblichiamo sul blog contenuti take-away che si leggono con facilità e senza scrollare lo schermo, oppure post più lunghi e approfonditi, che sviscerano ogni aspetto o quasi dell’argomento che si sta trattando.
L’importante è concentrarsi maggiormente su quello che si sa fare meglio, su quello che ci riesce meglio, e dedicare il tempo a migliorarci costantemente.
Infatti, andresti mai a farti confezionare un abito su misura da un sarto malvestito o a fare la manicure da un’estetista con le unghie rovinate? Ecco perché un’azienda dovrebbe investire tempo e risorse al fine di fare bella mostra di sé sul web!
C’è un’attività il cui successo è strettamente connesso agli attori in campo: l’influencer marketing . Un chi che diviene valore distintivo al pari del cosa e del dove. Ed esistono casi in cui la capacità d’influenza non è questione di un singolo, ma collettiva. Come le community, comunità online che racchiudono persone attorno a passioni, argomenti, settori comuni. Veri e propri hub capaci di connettere utenti e favorire le relazioni. Luoghi dove il ruolo d’influencer è demandato al gruppo di utenti che le compongono, e che sono in grado di essere punti di riferimento per gli utenti e conseguentemente per i brand. #adotta1blogger pare sia proprio una di queste!

Ovvero:

Se i social network fossero i sette vizi capitali. di Sonia Calamiello

Avere un blog è semplice. di Monia Papa

Allo specchio dello sport. di Tiziano Gamba

Meglio puntare sui post brevi o lunghi nel tuo blog? di Luana Galanti

Smetti di credere che la tua idea sia un’utopia? di Francesco Mazzoli

Perché per un’azienda è importante curare l’immagine sul web. di Simone Bennati

Quando l’influencer non è una persona: le community. di Matteo Pogliani

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Simone Bennati, Stefano Bersanetti, Sonia Bertinat, Luca Borghi, Roberto Gerosa, Il Picco, Anna Pompilio.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 28 settembre 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia oggi la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

I blog esistono da quasi 15 anni, ma hanno subito molte trasformazioni in termini di contenuti e utilizzo: se una volta erano soprattutto diari online, spesso molto personali, hanno poi preso ramificazioni diverse, differenziandosi tra blog d’opinione o tematici, talvolta “privati”.
In ogni caso, blogger non ci si improvvisa. Lo sa bene quella parte dell’imprenditoria più illuminata e propensa a ricorrere a strategie di medio e lungo periodo per la promozione aziendale, e che sceglie di andare in outsourcing.
Quanta attenzione presti al ruolo del colore all’interno di una strategia sui social media, compreso il blog?
A volte, l’ascolto della musica classica ti libera la mente e nasce uno strano gemellaggio, un tacito patto tra i tuoi schizzi e le note, tra lo spazio algebrico del tuo progetto e l’abbraccio senza peso di un tetracordo discendente.
L’obiettivo non è crearsi un mondo immaginario nel quale rifugiarsi ma trovare il punto di continuità e di unione tra ciò che rappresenta il mondo interiore e ciò che costituisce quello esteriore, con tutte le loro comprensive sfaccettature.
Ma è vero che il segreto del riordino sta nel buttare tutto quello che non si usa da un po’ di tempo?
Non lo so, intanto ci possiamo sedere al tavolo e trovare per la sgranatura quel ritmo languido, pacificante, che sembra dettato da un metronomo interno. E’ facile sgranare i piselli. E di tanto in tanto alziamo il capo per guardare chi ci sta di fronte…

Ovvero:

Alla scoperta delle professioni del web 2.0: il blogger. di Ivana De Innocentis

Aziende e Blogger: come lavorano insieme? di Fabio Piccigallo

Quali colori per il tuo logo? di Roberto Gerosa

Le piace Bach? E Stravinsky? Piccolo breviario di opere d’arte sonore #1 di Mimma Rapicano

La Storia Infinita, da leggere all’infinito. di Rita Fortunato

Il magico potere del riordino, ma anche no. di Micaela LeMcronache

Settembre e i piccoli piaceri della vita. di Laura Petrolo

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Simone Bennati, Sonia Bertinat, Nick Murdaca, Anna Pompilio, Gloria Vanni.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 25 giugno 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia oggi la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Formazione in azienda: 3 buoni motivi per usare lo storytelling. di Roberta Migliori

LinkedIn SEO: cosa fare per triplicare le visite al profilo. di Martina De Nardi

L’ombra del vento, oblio e memoria a Barcellona. di Rita Fortunato

Il diavolo moderno irride il simbolo. di Valeria Bianchi

Da Alessandro Magno al Blogger: la gloria e il metodo Totti. di Francesco Mercadante

Persi tra le nevi in Patagonia. di Nicoletta Sala

I mille volti della città contemporanea. di Arianna Senore

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Sonia Bertinat, Ludovica De Luca, Annarita Faggioni, Alessandro Nasdrovian Mariani, Anna Pompilio.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 9 giugno 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Noi blogger siamo stupidi. Temerari ma prudenti, ingenui ma smaliziati, machiavellici ma sinceri.
Facciamo impazzire chi ci accompagna nei nostri viaggi: dobbiamo immortalare tutto, dagli spaghetti nel piatto alla porta del gabinetto del bar, “che magari ci faccio un post”. Pur non ricevendo commenti, continuiamo imperterriti a scrivere, editare e postare.
Ma ‘ndo vai se il Klout Score alto non ce l’hai? Alcune aziende lo considerano molto seriamente per la necessità di inserire nel proprio organico qualcuno che abbia un certo seguito. Ciò che queste aziende fanno, dunque, è chiedere uno score minimo a coloro che intendono candidarsi per determinate posizioni aperte. Anche se a far schizzare verso l’alto il Klout Score di un utente non è la qualità delle interazioni generate, ma la quantità delle stesse. Mah…
Altra cosa è la visibilità di Whatsapp, intesa come feature che puoi modificare, così come le notifiche delle chat di gruppo o le famigerate “spunte blu”. Walt Disney, che non lasciava nulla al caso, neanche i colori scelti per i personaggi dei film, di solito riservava il blu  a soggetti positivi, che però risultano spesso piuttosto noiosi. Come le spunte di Whatsapp, appunto.
E la paura, invece, di che colore è? Per alcuni, verde come una cavalletta… Ma di solito il verde è il colore della rabbia, come quella che provi quando vivi in un Paese fondato sulla corruzione capitale. Per combatterla non bastano certo le leggi, serve una battaglia culturale, che può essere portata avanti non da una classe politica immersa fino al collo nel marciume, ma da una società civile che abbia ben presente la differenza tra richieste che nascono da una carenza, ed offerte che nascono da una volontà di servizio. Tutto il resto è una negoziazione che non ci appartiene.

Ovvero:

I Blogger sono stupidi. di Eli Sunday Siyabi

Habemus Klout. Daje. di Simone Bennati

5 trucchi per migliorare l’utilizzo di WhatsApp. di Luca Borghi

Appendice… Del blu e di altre storie di La Kasa Imperfetta

Anche i supereroi hanno paura. di Roberta Vacca

Spunti di vista, vivere in Italia un Paese fondato sulla corruzione capitale. di Daniele Maisto

Il coaching per la suocera. di Tamara Gavina

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Francesco Ambrosino, Luca Borghi, Rita Fortunato, Roberto Gerosa, La Kasa Imperfetta,  Matteo Pogliani.

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa

 


A cosa servono i social media?

socialmedia
Dai social media ai social networks

C’è una differenza dottrinale tra i social media e i social networks, secondo cui i primi sono un veicolo, un mezzo per condividere un qualsiasi contenuto, documento, video o immagine con un pubblico di ampie dimensioni; per intenderci la piattaforma tecnologica (facebook, twitter, google+ ecc.); mentre i social networks sono reti sociali, più persone che condividono gli stessi interessi (culturali, religiosi, lavorativi ecc.).

Eppure c’è uno stretto legame tra gli uni e gli altri. Vediamolo in concreto, passando velocemente in rassegna i social media più utilizzati, secondo il nostro tipico  approccio pragmatico.
Facebook: è come sfogliare una rivista nella sala d’aspetto del dentista, guardando le vite degli altri;
Twitter: è il qui ed ora, un lampo, è come il fioretto, dove devi colpire il bersaglio avendo iniziato l’attacco prima dell’avversario;
LinkedIn: è l’architetto che costruisce la propria casa nel tempo, badando ai particolari e documentandone le varie fasi progettuali e realizzative;
Pinterest: è il film che vai a vedere al cinema, perché solo lì trovi rappresentata la vita senza le sue parti noiose;
Instagram: è il perfezionismo, il gusto per i dettagli e la qualità; come quando esci dall’estetista e ti senti la donna più bella del mondo;
Google+: è la sicurezza di soddisfare gli ospiti cucinando il tuo piatto forte.

Si ma se è tutto come nella vita, quella vera, allora a che servono i social media? Tanto vale…

In effetti  dipende da che prospettiva guardiamo i social: per un’azienda l’interesse sarà principalmente quello di promuovere il brand e presentare un’immagine allettante dei propri servizi e prodotti; per una Pubblica Amministrazione, i social media  saranno strumenti di informazione, di ascolto, di dialogo, di agevolazione nell’erogazione dei servizi al cittadino (per approfondimenti sulla PA suggeriamo questo studio sulle social media policy); per un cittadino, l’interesse sarà quello di entrare in contatto con amici, aziende e Pubblica Amministrazione, al fine di interagire e condividere stati d’animo, informazioni, gusti, esperienze, idee.

Ricapitolando, sui social media le aziende  cercano i cittadini e la Pubblica Amministrazione, la Pubblica Amministrazione cerca i cittadini e le aziende, i cittadini cercano le aziende e la Pubblica Amministrazione. Tutti cercano tutti, ma poi off line ognuno si comporta come se non avesse bisogno di nessun altro.
E’ un bluff?
No, è che al momento siamo centrifugati in un think tank di hackathon, open government, smart community, social innovation, mappathon, piattaforme collaborative e digital party,  con tanto di sentiment, per carità. Ma manca la comunità, quella che per esistere, oltre alla disponibilità di informazioni (quindi dati, e magari anche open data), presuppone conoscenza e identificazione dei bisogni, affinché possa nascere anche una condivisione di interessi, quindi una collaborazione finalizzata al raggiungimento di obiettivi. Se ci sono questi ingredienti minimali, allora può nascere la rete sociale, il social network; grazie anche ai social media, che possono sostenere la creazione di intelligenze collettive a vantaggio della comunità territoriale.
Tutto il resto è traffico… utile per qualcuno, purtroppo non per il cittadino.

Paola Chiesa

 


Applicare la “disruptive innovation” alla PA

disruptive
Perché adottare la disruptive innovation nella Pubblica Amministrazione?

In un precedente post avevamo parlato dell’innovazione ideale come evoluzione dal vecchio al nuovo attraverso quel filo sottile della tradizione, che consente di valorizzare le irrinunciabili conquiste di civiltà e di valutare l’efficacia delle azioni innovative.

Continuando le nostre riflessioni, questo approccio ci conduce verso il concetto della disruptive innovation di Clayton Christensen, ideatore della teoria del job to be done, secondo la quale il focus si sposta dal prodotto al bisogno che il prodotto è chiamato a soddisfare: banalmente, le persone non vogliono un frigorifero, vogliono conservare il cibo per consumarlo in un momento successivo. Secondo questa diversa prospettiva, l’innovazione è allora un processo per definire un concetto di prodotto o servizio che soddisfi dei bisogni importanti e non soddisfatti. Per arrivare a capire quali sono questi bisogni, è indispensabile interagire sapientemente con il mercato, con la gente.

La caratteristica fondamentale della disruptive innovation è che non è legata, come si potrebbe immaginare, a mutamenti tecnologici estremi o particolarmente complessi, quanto alla capacità di cogliere, secondo una metodologia quasi maieutica, quali sono i bisogni latenti nel consumatore, che ci sono sempre stati ma che per vari motivi non sono ancora emersi. Questo si che è dirompente. Una volta individuati, anche l’effetto è dirompente, perché genera il successo dell’iniziativa e ne viralizza gli effetti positivi.

Questo tipo di approccio, che mette il bisogno della persona al centro, mi riporta alla mente alcune significative tesi del Cluetrain Manifesto di Fredrick Levine, Christopher Locke, David Searls e David Weinberger, che già nella sua prima versione del 1999 diceva “parlare con voce umana non è un gioco di società, non si impara certo partecipando a qualche convegno esclusivo; per parlare con voce umana, le aziende devono condividere gli interessi delle loro comunità; ma, prima, devono appartener a una comunità; […] se la loro mentalità d’impresa non arriva a coinvolgere la comunità, allora non hanno mercato” (tesi nn. 33-37). Concetto ribadito nella nuova edizione “The New Clues”, il manifesto per un nuovo umanesimo digitale: “Avevamo ragione la prima volta: i mercati sono conversazioni.; avere una conversazione non significa strattonarci per una manica per parlarci di un prodotto che non ci interessa […]” (tesi 52- 53).

Tradizionalmente i concetti sopra esposti sono riferibili alle aziende e alla loro necessità di aggredire un nuovo mercato, ma ci piace nel nostro piccolo essere “dirompenti” nell’immaginare come si potrebbe contaminare la Pubblica Amministrazione, aiutandola con metodologie nuove a captare le necessità importanti della propria comunità. Ne abbiamo parlato qualche tempo fa in un post, suggerendo quale potrebbe essere l’utilizzo esemplare dei social network da parte della PA; secondo noi la Pubblica Amministrazione dovrebbe agire come un soggetto facilitatore di disruptive innovation, facendo emergere le criticità e i reali bisogni dei cittadini relativamente ai servizi pubblici, ad esempio mettendo a disposizione gli open data e investendo su sentiment analysis, affinché le aziende ed i centri di ricerca possano modellare dei processi che portino a obiettivi condivisi e a risultati misurabili.

Paola Chiesa


Dai dati alle informazioni nella Pubblica Amministrazione

open data

 

L’importanza dei dati della Pubblica Amministrazione per la conoscenza

Che differenza c’è tra non avere a disposizione nessun dato e averne a disposizione tanti?

A ben vedere nessuna, se consideriamo che il dato di per sé non aggiunge valore a ciò che conosciamo; ciò che veramente ci arricchisce è l’informazione, il risultato dell’elaborazione dei dati, che ci permette di venire a conoscenza di qualcosa.

Quindi i dati da soli non ci salveranno…

E’ interessante però notare l’importanza attribuita ai dati dalle aziende private, che con processi sofisticati e complessi li strutturano, li elaborano e li monitorano con analytics potenti per ricavarne informazioni utili ai fini delle politiche di marketing.

Diversamente la Pubblica Amministrazione è mediamente spettatrice e vittima dell’entropia da lei stessa creata; i dati, quando ci sono, a volte non sono adeguatamente governati, mediamente non sono comunicati, spesso e volentieri non sono spiegati. Così nella percezione comune del cittadino generano qualcosa che, paradossalmente, viene percepito come un appesantimento e una complicazione della macchina amministrativa, aggravati da una terminologia pressoché incomprensibile (open data, open government, open content, open source ecc.) e dall’errore prospettico di considerare l’argomento come appannaggio di informatici ed ingegneri, confondendo lo strumento tecnologico con lo scopo di principio: applicare la trasparenza.

Parlare di dati nella PA implica un chiaro riferimento alla tematica della trasparenza e agli open data.

L’open data si richiama alla più ampia disciplina dell’open government, cioè una dottrina in base alla quale la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, tanto in termini di trasparenza quanto di partecipazione diretta al processo decisionale, anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; e ha alla base un’etica simile ad altri movimenti e comunità di sviluppo “open”, come l’open source, l’open access e l’open content.

Il fatto di trovare sui siti web dei Comuni o sui portali dedicati, innumerevoli record di dataset, di per sé non è sufficiente, perché sono dati aggregati cui manca il tassello finale in grado di dare senso ai dati: l’informazione che portano con sé.

Cosa significano quei dataset? A chi sono destinati? Cosa ci si può fare? Cosa significa riutilizzarli? Chi è a conoscenza dell’esistenza di tali dati? I cittadini cosa sanno degli open data?

Perché tutte queste domande?

Perché il nostro approccio da attivisti digitali ci spinge non solo a voler capire la realtà in cui viviamo, ma anche a voler fare un po’ di chiarezza in un argomento che a torto viene ritenuto riserva di caccia di nerd che parlano inglese e di autoreferenziali innovatori.

A ben vedere, proprio la materia degli open data richiede la collaborazione creativa e trasversale tra soggetti diversi, giuristi ingegneri informatici, uffici amministrativi e della comunicazione, affinché possa generare un valore aggiunto significativo per la comunità di riferimento.

Gli open data non sono il punto di arrivo di un’amministrazione che applica la normativa sulla trasparenza, sono anzi un punto di partenza verso forme di democrazia partecipata, per trovare soluzioni condivise sulle finalità di utilizzo, per consentire la conoscenza delle politiche pubbliche, per stimolare la produzione di nuovi open data, per avviare politiche sinergiche tra PA su tematiche comuni, per incentivare le imprese a creare prodotti utili ed innovativi.

Il requisito primo è che tutti dobbiamo parlare lo stesso linguaggio (magari anche l’italiano), fatto di percorsi ed obiettivi condivisi.

Quando in passato, in campagna di inverno, ci si recava alla sera in visita a casa di qualcuno, era buona usanza portare con sé un tizzone ardente preso dalla propria stufa, che aveva la duplice funzione di illuminare il tragitto a piedi e di contribuire a riscaldare la casa dell’ospite. Un gesto inequivocabile con una triplice valenza di cortesia, utilità e bene comune.

Mutatis mutandis, riportando il discorso a come potrebbe essere la diffusione della cultura degli open data da parte della Pubblica Amministrazione, immaginiamola come una padrona di casa che voglia invitare a cena degli ospiti ma:

1) non glielo faccia sapere

2) non comunichi l’indirizzo di casa

3) non dica che a casa propria fa freddo e che per il bene di tutti è meglio che ognuno porti un tizzone per la stufa

La conseguenza sarà che alcuni non andranno a casa della signora perché nessuno li ha informati, altri non ci arriveranno perché non sanno l’indirizzo, infine i fortunati che ci saranno riusciti non ci torneranno più, quanto meno perché saranno morti di freddo…

E la padrona di casa continuerà a frequentare i soliti quattro amici.

Una PA la cui attività sia realmente animata dalla volontà di diffondere la cultura degli open data dovrebbe seguire un metodo logico in cui sia evidente il percorso e l’obiettivo, grazie a semplici ed indispensabili passi:

  1. pubblicare dataset open data
  2. divulgare con iniziative pubbliche rivolte alla cittadinanza la tematica degli open data
  3. stimolare gli stakeholders del territorio (cittadini, imprese, associazioni, altri enti pubblici) a riutilizzare gli open data
  4. rendere gli open data uno strumento concreto per intervenire sulla realtà, migliorandone le criticità grazie al contributo di diversi soggetti
  5. utilizzare i social media quale strumento di comunicazione snello a supporto dell’attività dell’ente in tema di open data
  6. verificare il miglioramento del servizio pubblico in seguito all’utilizzo/riutilizzo degli open data.

C’è una grossa differenza tra una PA che applica la normativa sulla trasparenza in quanto “deve”, e una che invece abbraccia spontaneamente e proattivamente i valori della trasparenza.

E quando cominceremo a misurare i risultati sulla base del miglioramento della qualità dei servizi erogati, sarà il cittadino, e non le società di rating, che potrà dire se vive in una comunità smart. A quel punto probabilmente gli open data non saranno più né un mistero né fonte di smarrimento per nessuno, e potremo forse anche chiamarli dati aperti.

Paola Chiesa


Non facciamoci scappare il mercato cinese

22/09/2014 / e-commerce, Web / 0 Comments
mercato cinese

 

 L’opportunità del mercato cinese dell’e-commerce

Negozi di abbigliamento, ristoranti, edicole… i cinesi presidiano molte attività redditizie nella loro invasione silenziosa e operosa del nostro Paese… Possiamo lamentarci e protestare, ma loro sono bravi nella capacità di adattarsi a un nuovo ambiente, con nuove regole e una burocrazia complicata.. E io rispetto la loro perseveranza e il loro coraggio.. Perché per noi invece è così difficile fare altrettanto?

Noi compriamo i prodotti cinesi perché costano poco, mentre in Cina amano l’italian style, dall’abbigliamento al cibo, perché rappresenta uno status symbol, quindi i nostri prodotti sono molto richiesti. Il mercato cinese dell’e-commerce ha un enorme potenziale, costituito da almeno 300 milioni di possibili compratori. E soprattutto è costituito da compratori esperti e abituati ad acquistare online. Qualcosa di impensabile qui da noi!! Ma le nostre aziende sono ancora molto indietro nella scalata del mercato cinese.

Il Consorzio Netcomm sta lavorando da due anni ormai per aiutare le aziende italiane che vogliono partire alla conquista del mercato cinese. Non è un mondo facile, è molto diverso dal nostro, con una burocrazia piuttosto complessa, ma il governo cinese sta spingendo affinché l’online cresca sempre di più ed è pronto ad accogliere chi vuole investire in questo settore.

Il mercato cinese deve essere compreso perché ha delle sue caratteristiche ben precise. Bisogna presentare i prodotti andando incontro ai gusti di un pubblico con una cultura e delle tradizioni lontanissime dalle nostre, creando cataloghi su misura, utilizzando gli strumenti di pagamento locali e organizzando una logistica che deve tenere conto di spazi immensi da coprire (non dimentichiamo che Pechino da sola è grande come il Lazio).

Ma come i cinesi che sono venuti in Italia hanno imparato ad adattarsi ai nostri gusti e abitudini, servendo nei loro ristoranti piatti che in Cina è praticamente impossibile trovare, anche le nostre imprese devono imparare a conoscere questo nuovo mercato, utilizzando consulenti locali e facendosi aiutare a comprendere appieno i bisogni di un pubblico che ricerca il prodotto italiano e che ne capisce il valore.

L’e-commerce in Cina è un’opportunità reale per le aziende italiane. Viste le dimensioni delle grandi città cinesi, la possibilità di riuscire a presidiare la grande richiesta di prodotti a marchio italiano solo con punti fisici è praticamente inesistente. A fianco dei negozi si può proporre la vendita online di prodotti italiani, sia utilizzando i grandi mall cinesi come Tmall e JD che aggregano marchi e prodotti differenti, sia costruendo il proprio sito di e-commerce monomarca.

È sicuramente un investimento importante, e la partenza per questa avventura comporta un grande impegno di mezzi e risorse, ma la crisi si combatte anche così.. con coraggio.. lo stesso coraggio che hanno dimostrato i cinesi venendo qui da noi, a soddisfare un bisogno che mancava.

Daniela Savino

Fonti:

Italia Oggi

Consorzio Netcomm


Da una pietra a un modello di smart community

walt disney,smart community

 

Un prototipo di smart community

“Di fronte a scenari inediti occorre rispondere in modo inedito”; sorrido pensando allo slogan di un evento che si tenne a Torino a fine 2010, due giorni di lavori che per noi sono stati il seme che abbiamo successivamente cercato di far germogliare…

Tutto è nato da una pietra, una delle dieci messe all’asta durante il seminario, che personalmente abbiamo raccolto proprio perché pronti ad un’azione concreta rispetto all’assunzione di responsabilità. Quella pietra si chiamava non a caso Immaginario

Il portale responsabilities.it (response + abilities) è il frutto di quel seme raccolto: l’ideazione di uno strumento capace di essere propagatore dell’humus dal quale è partito e che si sviluppa e si rivolge a due ambiti: la persona e l’impresa, saldamente radicate nel territorio, nel quale vivono ed operano, con il quale possono interagire e verificare in modo diretto i risultati dei propri interventi.

Il portale è l’espressione concreta di un modello di smart community, nella quale i diversi attori del territorio, cioè il cittadino, l’impresa, l’ente pubblico, la scuola, le associazioni, collaborano per costruire insieme un modello di realtà ed un modo di partecipare alla cosa pubblica, basati sul territorio di riferimento.

Nella sezione e-commerce sono ospitate gratuitamente le aziende per la vendita di prodotti e servizi on line; nella sezione relativa ai medici si può richiedere la prenotazione online delle visite mediche.

Quando si acquista un prodotto o un servizio, una percentuale viene devoluta dal venditore ai progetti sostenuti in quel periodo, di natura culturale, ambientale, sociale.

Il portale è stato realizzato come un prototipo che si pone come uno strumento concreto e attivo per contribuire, in ottica di responsabilità sociale e di cittadinanza attiva, a trovare soluzioni originali ed inedite nel complesso e faticoso scenario economico e sociale in cui viviamo.

Il modello è nato a Torino nel 2012, ma per sua natura punta alla replicabilità e scalabilità in altre città, con l’obiettivo di valorizzare i diversi territori, ognuno con le proprie peculiarità.

E’ doveroso, sempre in ottica di condivisione, evidenziare la criticità di questo progetto, che è quella di essere germogliato in autonomia e libertà, come quei fiori che nascono miracolosamente tra le rocce: è un progetto di natura politica ma non ha nessun padrino; è un progetto imprenditoriale di ampio respiro, ma non rientra in nessun circuito di start up innovative; è un prototipo funzionante, in un Paese in cui spesso contano di più i business plan patinati; è stato ideato ed implementato da una donna, ma nel contesto del sostegno all’imprenditoria femminile ciò non ha rappresentato alcun vantaggio; si rivolge al target delle piccole imprese, ma in Italia non c’è né la consapevolezza né una strategia sul ruolo delle piccole aziende nell’economia e nella società.

Evidentemente ci sfugge qualcosa…

Paola Chiesa


E-commerce sostenibile

e-commerce

 

Il problema dell’e-commerce è davvero la pausa estiva?

“Come acquistare in sicurezza sotto l’ombrellone”, leggevo in questi giorni…

In effetti è vero, è proprio un piacere acquistare dai grandi players dell’e-commerce: 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno e servizio ineccepibile; poi ci sono gli altri…i piccoli, ai quali mi riferisco spesso per poterne fare emergere le esigenze; quelli che se ricevono un ordine ad agosto da un cliente che è sotto l’ombrellone per giunta, maledicono la sorte avversa perché l’impiegata è in ferie, perché devono verificare l’avvenuto pagamento, perché devono procedere a spedire la merce (impacchettare il prodotto, chiamare il corriere, farsi trovare dal corriere) perché per evadere l’ordine devono sospendere l’attività che stavano svolgendo. Insomma è vissuto tutto come un dovere, dimenticandosi che grazie all’e-commerce hanno acquisito un cliente che normalmente sarebbe stato irraggiungibile, se non altro da un punto di vista geografico.

Peraltro in Italia solo 1 sito su 4 è ottimizzato per l’e-commerce mobile, nonostante gli acquisti da device si attestino sul 20%

I dati relativi all’e-commerce sono positivi e seguono un costante trend di crescita, ma quali ricadute concrete hanno sulla realtà territoriale?

Il punto vero è che l’e-commerce in Italia è una bella realtà ancora solo per pochi. Guardando al lato positivo della cosa, ciò significa che abbiamo un ottimo margine di miglioramento!

Se un’azienda decide di intraprendere questa strada che succede?

Può capitare ad esempio che ci si ricordi di essere iscritti alla Camera di Commercio, quell’ente che una volta all’anno si ricorda di te per il pagamento del diritto annuale, e l’associazione mentale può facilmente innescarsi: commercio elettronico=Camera di Commercio.

Magari! Adempimenti amministrativi, fiscali e normativi, scelta della piattaforma e-commerce, forme di pagamento sicure, creazione del catalogo prodotti, redazione di contenuti, organizzazione della logistica, supporto clienti pre e post vendita, sono tutte tematiche non proprio banali che il piccolo imprenditore si trova a dover affrontare di fatto contemporaneamente e presso soggetti diversi (commercialista, consulente legale, Agenzia delle Entrate, Comune, sofware house, spedizioniere, banca, personale dell’azienda), senza sapere da che parte iniziare. ll tutto dando per scontato di avere un accesso alla rete veloce

Al che è veramente curioso che da un lato ci sia una proliferante letteratura positiva sull’e-commerce che spinge le aziende ad investire nel settore, mentre dall’altro si avverte l’attrito rappresentato dagli enti che a vario titolo  dovrebbero essere strutturalmente d’aiuto e di incentivo nei confronti delle aziende stesse: per esempio la Camera di Commercio, che è anche un osservatorio privilegiato in grado anche di prevedere verosimilmente la direzione del mercato locale; per esempio la Regione attraverso il suo Assessorato alle Attività Produttive, con azioni propositive incisive; e perché non includere anche i Comuni?

Ferma restando l’assoluta libertà di ogni azienda di procedere secondo la procedura che ritiene migliore nel mare magnum del mondo e-commerce, attraverso consulenti, agenzie, guru ecc, balza agli occhi l’ingiustificata assenza del livello di politica istituzionale attiva; dato il valore economico che l’argomento rappresenta, perché non gestire un intervento positivo congiunto e sinergico tra più soggetti, in grado di declinare sul territorio la spinta innovativa per rilanciare qualità e inventiva delle nostre imprese? Le mutate forme di relazione e le interdipendenze crescenti tra i soggetti pubblici e privati di una realtà territoriale, di fatto impongono nuove modalità di approccio, secondo procedure e metodologie condivise che, se finalizzate a gestire il cambiamento che avanza, non potranno che dare risultati in ottica di sostenibilità economica, sociale ed ambientale. Già, perché la sostenibilità in sé non esiste, la si costruisce e se ne misurano gli effetti in termini di sviluppo.

Paola Chiesa


E-commerce e piccole imprese

16/06/2014 / e-commerce, Web / 0 Comments
e-commerce e piccole imprese
E-commerce e piccole imprese

Pochi dati sono sufficienti per rassicurarci sul fatto che l’ e-commerce sia oggi per le imprese italiane un valido strumento per superare la contingente crisi economica, e nello stesso tempo per misurarsi concretamente con i livelli di crescita raggiunti dagli altri Paesi europei:

  • Le prime evidenze per il 2014 indicano in Italia un aumento delle vendite online B2C del 17% rispetto al 2013, mantenendo un trend in costante crescita
  • In Italia si registra la maggiore crescita delle vendite online rispetto a Paesi come Francia, Germania, United Kingdom e USA, che si attestano intorno al 10%. Ciò si spiega in relazione al basso tasso di penetrazione che ha il mercato dell’online in Italia, pari al 3,6%, dato che ne dimostra la potenzialità espansiva
  • Cosa acquistano gli italiani online? Tra i servizi soprattutto turismo e assicurazioni, tra i prodotti abbigliamento, editoria, informatica ed elettronica
  • Circa il 20% degli acquisti online sono effettuati da device mobili (smartphone e tablet)
  • I metodi di pagamento privilegiati negli acquisti online sono la carta di credito (70%), paypal (23%), e un residuale 7% distribuito tra bonifico bancario e contrassegno.

Se consideriamo che il 67% delle imprese italiane ha un sito internet, ma che solo una su quattro utilizza almeno un social media, che solo una su quattro utilizza il digitale nei processi amministrativi, che il 45% acquista online, e che solamente il 7% vende online, ci rendiamo conto che la strada da percorrere è però lunga e non priva di ostacoli.

Per di più i dati si riferiscono tipicamente ad aziende che hanno più di 10 dipendenti, il che significa ad esempio che, contestualizzando il discorso in ambito territoriale piemontese, stiamo parlando del 5,2% delle imprese. E le altre?

Chiaramente la realtà diffusa del tessuto imprenditoriale è costituita da imprese che hanno meno di 10 dipendenti, la spina dorsale italiana, per le quali l’e-commerce rappresenta ancora un fenomeno che approcciano con diffidenza.

Si tratta infatti di realtà non strutturate, nelle quali la figura dell’imprenditore-artigiano coincide spesso con la figura del commerciale e dell’amministratore. Si tratta di realtà nelle quali il prodotto-servizio di qualità non riesce ad emergere e a farsi conoscere, perché spesso le risorse sono dedicate quasi esclusivamente alla produzione e raramente esiste in azienda una politica commerciale e di marketing. In questo quadro l’e-commerce diventa un onere aggiuntivo che porta via tempo e risorse: scrivere testi per le schede prodotto, produrre foto di qualità, leggere regolarmente la posta elettronica per verificare se sono arrivati ordini online, spedire la merce, aggiornare disponibilità e prezzi, gestire i resi ecc.

Cosa hanno però in comune le aziende, a prescindere dalle loro dimensioni? Il fatto che sono sollecitate dalla domanda, per cui l’aumento degli acquisti online come dato globale, di per sé va colto come un incentivo ed un’opportunità per essere presenti nel web con il proprio commercio elettronico e di conseguenza aumentare il proprio fatturato ed espandere la clientela, magari raggiungendo anche quella estera.

L’e-commerce d’altra parte per essere maggiormente efficace dovrebbe essere espressione di una società realmente interconnessa, di una rete che collega i venditori ai consumatori attraverso un processo che premia entrambi nella misura in cui rispondono alle esigenze della comunità.

Illuminante e quanto mai attuale a questo scopo è il Cluetrain Manifesto del 1999, secondo cui “[…] per parlare con voce umana le aziende devono condividere gli interessi delle loro comunità; ma, prima, devono appartenere a una comunita’; […] se la loro mentalità d’impresa non arriva a coinvolgere la comunità, allora non hanno mercato.”

E’ importante che le imprese riflettano anche sulla dimensione sociale della loro attività economica, perché quanto più questa è in grado di confrontarsi con la comunità locale ed è parte attiva in progetti condivisi, tanto più sarà in grado di realizzare un’attività tecnicamente sostenibile, in termini di responsabilità economica e sociale.

Manca ancora un tassello: questa comunità può diventare virtuosa se accompagnata anche da una politica attiva degli enti locali, che investa sull’e-commerce attaverso progetti in grado di trasferire e condividere tecnologie e conoscenza. Concetti quali multicanalità, user experience, strumenti di advertising, utilizzo dei social aziendali, epayment, non devono essere riservati a pochi addetti ai lavori, ma devono entrare nel linguaggio comune di ogni azienda che abbia ancora il desiderio di intraprendere

Paola Chiesa

Fonti:

Osservatorio eCommerce B2C – Politecnico di Milano

Netcomm

Istat


Tutti parlano di buoni propositi…

Buoni propositi
Buoni propositi per l’anno nuovo

E allora ecco i nostri buoni propositi, o meglio quelli che ci piacerebbe vedere applicati; abbiamo pensato a qualcosa di (ovviamente) diverso ed originale:

se sei un filosofo chiamala successione di Fibonacci, se sei più pragmatico chiamala realtà aumentata.

0 Chi non ha nulla da dire volendo potrebbe anche restare in silenzio
1 Tutti quelli che dispensano consigli su come fare per ottenere il meglio dai social, per una volta potrebbero limitarsi a darli se gli vengono richiesti
1 Cosa ci fai sul piedistallo col ditino alzato? O sei un direttore d’orchestra oppure scendi dai e siediti con gli altri, magari in cerchio…
2 E per una volta chiedere consigli? Ad esempio su come viene percepito il proprio modo di agire, la
propria persona; è indice di umiltà, modestia e rispetto degli altri, in particolare di quelli con cui desideri interagire
3 Il personal branding non vale solo per il cliente; potresti stupirti a scoprire, bevendo il caffè in un bar senza wifi, che la gente si fida di te perché gli hai dimostrato umanità o gli hai dedicato semplicemente parte del tuo tempo prezioso
5 Siccome social non significa né nicchia né trendy né elite, ma deriva da societas, composta da tanti socii, cioè compagni, amici, alleati, che variamente aggregandosi, interagiscono al fine di perseguire uno o più obiettivi comuni, non avere paura degli sconosciuti, sii sufficientemente curioso per capire se il loro obiettivo è sovrapponibile al tuo!
8 Una rete di persone, aziende ed enti? Perché non chiamarla Comunità?