La trasparenza può facilitare una comunicazione non ostile?

Contributo per il panel “Politica e legge” al convegno Parole O_Stili di Trieste, 17-18 febbraio 2017

Abstract

Lavorare sul tema “trasparenza” significa, per un amministratore pubblico, oltre a lottare quotidianamente per il cambiamento di una mentalità per così dire ancora piuttosto sorda sull’argomento, utilizzare un linguaggio generoso dove prevalgono parole come  “open” (data), riutilizzo, condivisione, compatibilità, divulgazione. Sono parole che creano ponti tra le persone, che richiamano immagini di comunità laboriose, di coesione, di inclusione, di sviluppo. Perché la trasparenza avvicina le persone.
Una comunicazione costruttiva ed innovativa in politica è quella in cui le persone, oltre a porsi domande, imparano a porle, in particolare al cittadino, disponendosi  così all’ascolto, quindi al silenzio, e alla conseguente interazione, frutto di parole pesate. Qual è il segno di punteggiatura più adatto ad evidenziare la disposizione al silenzio, all’attesa, al confronto? Quello che più di altri richiede risposte: il punto interrogativo. Perché non iniziamo allora a farne maggior uso in politica, per una comunicazione non ostile, fondata su fatti documentati e su dati verificati?

Testo

Desidero condividere con voi un’esperienza significativa e molto costruttiva sul fronte dell’innovazione sociale , che provo a tradurre in un contributo auspicabilmente utile alla causa del  tavolo di lavoro “Politica e Legge” al convegno Parole o Stili di Trieste.
Alcune settimane fa ho partecipato a Torino alla presentazione di un workshop su FirstLife, un social network civico che forse alcuni di voi conoscono, realizzato dal Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino, in particolare dallo staff del Prof. Guido Boella. In quell’occasione si è attivato un confronto tra i presenti (Istituzioni locali, associazioni, imprese, mondo accademico, ma anche cittadini e studenti), sull’impatto della ricerca e dello sviluppo di tale social network sui progetti locali e sulle nuove pratiche di collaborazione tra settore pubblico e privato.

Questo social network civico potremmo definirlo in effetti come un tool di collaborazione tra cittadini, i quali possono mappare la città di Torino con  iniziative o temi di interesse, nonché impostare la ricezione di notifiche ad hoc per essere informati sui nuovi inserimenti. Così, se abito in un determinato quartiere  e sono per esempio appassionata di cinema, troverò mappate le poche o tante iniziative su quel tema. Allo stesso modo potrò inserirne altre di cui sono a conoscenza. Questo modo di operare consente al cittadino di inserirsi in un flusso che naturalmente lo porta a conoscere il suo quartiere e a trasformarlo. Un modo utile ed efficace per esercitare la cittadinanza attiva.  Viene in effetti definito come social network “di quartiere” ed ha contribuito a rendere Torino la seconda città più innovativa d’Europa, dopo Amsterdam.

Scopriamo così di avere a Torino quartieri con alta concentrazione di attività culturali, accanto ad altre con scarsa presenza di  servizi sociali, ecc. In tutto questo, il primo aspetto degno di nota è che la notizia è prodotta dal cittadino, persona direttamente informata sui fatti, dato che vive il territorio di riferimento. Ma il concetto innovativo che più mi ha colpito, e su cui si basa questo social network,  è la condivisione di domande e soluzioni tra  persone che vivono nello stesso quartiere e condividono la stessa quotidianità. In particolare, il legame che nasce è frutto di reti di collaborazione basate sull’agire, non sull’amicizia reale o virtuale, come accade su altri social network. Il paradigma è rovesciato , e penso che abbia proprio colto nel segno, se lo scopo è quello di portare le comunità di cittadini al centro dei processi di collaborazione e di cittadinanza attiva, di incidere positivamente sull’inclusione e sulla coesione sociale. Un approccio intelligente che può incidere in modo significativo sulla ricomposizione delle relazioni sociali.

Come si collega tutto questo alla sfida che vogliamo lanciare alla politica per andare oltre gli slogan e rifuggire le battute ad effetto, favorendo invece la diffusione di interazioni e dialoghi democratici sui social?
Lasciamo First Life, togliamoci il berretto da innovatrice e indossiamo quello da amministratore pubblico, per approdare alla realtà dei social network che frequentiamo abitualmente: la presenza in rete della classe politica è di fatto ampiamente caratterizzata dalla ricerca di un consenso ottenuto attraverso una comunicazione “ostile”, basata su toni aggressivi e provocatori che hanno lo scopo di costruire una visibilità attorno al personaggio, altrimenti difficilmente raggiungibile.

La domanda che a questo punto dovremmo porci è: quale tipo di comunicazione può aiutare la classe politica a passare dal consenso generato dalla visibilità della persona,  al consenso collegato all’evidenza dei contenuti e dei risultati ottenuti?
Servono tecnica, contenuti e trasparenza.

La tecnica.
In effetti, quando parliamo di “classe politica” ci riferiamo a soggetti che rappresentano i cittadini in un determinato ente, o in un organo politico amministrativo. La comunicazione sui social, espressione di quell’ente o di quell’organo politico, dovrebbe rifarsi sempre ad una netiquette: la social media policy è allora proprio lo strumento che consente di definire in  termini chiari e trasparenti le forme e le modalità della propria presenza on line, delle attività istituzionali e del rapporto proposto ai cittadini; in secondo  luogo consente agli enti di organizzare al meglio la gestione dei contenuti e dei i flussi informativi, e di capire maggiormente le esigenze e le richieste degli interlocutori, garantendo così agli stessi un servizio migliore. I social  media costituiscono infatti non soltanto strumenti di informazione ma anche di ascolto, di dialogo, di agevolazione nell’erogazione dei servizi al cittadino, di promozione dell’immagine dell’ente, del territorio e della comunità. Diffondere, spiegare, educare all’utilizzo di questa modalità operativa sui social, dovrebbe diventare una pratica condivisa.
I contenuti.
I social media sono anche strumenti di documentazione dell’attività di un ente, attraverso i quali si possono intercettare i bisogni dei cittadini e anche sviluppare la creazione di intelligenze collettive a vantaggio della comunità territoriale. Il loro utilizzo consente alle pubbliche amministrazioni di sondare come è valutata la propria attività da parte dei cittadini ed il loro livello di soddisfazione, aprendo nuovi scenari in materia di customer satisfaction dei servizi.
La trasparenza.
L’utilizzo dei social media e l’adozione di social media  policy, consentono di tradurre in pratica la promessa di trasparenza ed accountability nei confronti della comunità. Si tratta a ben vedere di rendere evidenti i contenuti dell’attività svolta, divulgandoli, spiegandoli, condividendoli, riutilizzandoli. Investire sulla politica della trasparenza significa passare dal concetto di “ufficio” a quello di “servizio pubblico”: creando i dati, pianificandone l’apertura, estraendone le informazioni, gestendone le implicazioni e le reazioni, misurandoli, controllandoli, rendicontandoli.
Infine, come incide la trasparenza sul linguaggio, in politica? È sorprendente notare come la diffusione della trasparenza in un ente pubblico significhi per un amministratore pubblico, oltre a lottare quotidianamente per il cambiamento di una mentalità ancora molto ingessata, fare anche un largo utilizzo di parole quali “open” (data), riutilizzo, condivisione, compatibilità, divulgazione. Sono parole che creano ponti tra le persone, che richiamano immagini di comunità laboriose, di coesione, di inclusione, di sviluppo. La trasparenza avvicina le persone.

Un’ ultima suggestione: una comunicazione costruttiva ed innovativa in politica è quella che oltre a porsi domande, le pone al cittadino, disponendosi all’ascolto, quindi al silenzio, e alla conseguente interazione. Qual è il segno di punteggiatura più adatto ad evidenziare la disposizione al silenzio, all’attesa, al confronto? Quello che più di altri richiede risposte: il punto interrogativo.

Paola Chiesa


2 Comments

  1. Natalia

    17/02/2017
    / Reply

    Grazie Paola! Come sempre un contributo pieno di contenuti!!!

    • Paola

      17/02/2017
      / Reply

      Ti ringrazio, Nat! Speriamo che serva alla causa :)


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