bla bla blogger 23 luglio 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia oggi la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

10 cose da fare prima di cliccare “Connetti”. di Luca Bozzato

Chi sono gli instagramers? 5 domande per Alessio Cifani. di Simone Bennati

In vacanza con i social: divertimento o stress? di Carlos Bellini

Perché pubblico i prezzi dei servizi sul mio sito web. di Laura Lonighi

Si va in scena. di Serena Bianca De Matteis

Le vite sospese. di Daniela Rossi

Ayutthaya, l’antica capitale siamese. di Federica Puccioni

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Francesco Ambrosino, Cristina Arnaboldi, Bruna Athena, Sylvia Baldessari, Giulia Bezzi, Giacomo Esposito, Alessandro Mariani, Mirna Pioli.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 22 luglio 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia oggi la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Marketing: finalmente qualche buona notizia. di Fabio Piccigallo

È giusto regalare le nostre competenze alla concorrenza? di Alessio Beltrami

Web tools e risorse online per creare contenuti per il web. di Federico Goran

La strada che faccio tutte le mattine. di Marta Traverso

Siamo tutte stuprabili? di Barbara Giorgi

Cos’è l’Art Nouveau? E lo stile Liberty? Li raccontiamo in 10 punti. di Marco Lovisco

Torta Semifreddo alle Pesche. di Alessia Pellegrini

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Sonia Bertinat, Luca Bozzato, Loris Castagnini, Valentina Coppola, Federica Farinelli, Arianna Senore.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 1 luglio 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger – speciale 7 membri più attivi nel mese di Giugno.

Questo numero della rassegna stampa contiene i post dei 7 membri che nel mese di Giugno sono stati più attivi nel gruppo facebook Adotta 1 blogger, attraverso adozioni, condivisioni, segnalazioni, commenti e suggerimenti. Si tratta di Mirna Pioli (Parma), Francesco Ambrosino (Avellino), Sonia Bertinat (Torino), Valeria Bianchi (Torino), Rita Fortunato (Udine), Nick Murdaca (Milano), Valentina Coppola (Palermo). In questo appuntamento mensile, i nostri blogger ci mettono la faccia. Come sempre, l’augurio è quello di vedere alternarsi e di presentarvi nelle pagine di questa rassegna stampa, volti sempre nuovi e diversi dei nostri blogger. A riprova del fatto che #adotta1blogger è una community variegata, condivisiva, orizzontale ed in costante crescita! Numero attuale dei membri della community: 432.

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Buona lettura!

Educare significa trovare le risorse interne di ognuno, aiutarlo a svilupparle, armonizzarle, e condurlo dove queste risorse lo possono condurre. Sollecitando, senza imporre. Ben diverso dall’istruire che è un “mettere dentro”, un riempire. Non che sia negativo, ma se fatto non in sinergia con l’educare rischia di diventare uno sterile indottrinamento. Sembra che attraverso la rete, sia  gli adulti che i ragazzi possano esprimere se stessi in un modo migliore che nella realtà. Un passaggio per poter incontrare l’altro spazzando le paure che l’incontro può creare. Oltretutto la disinibizione mentale che lo schermo permette, fa si che spesso si conosca una persona meglio in rete che nella realtà, e forse in tempi più ridotti. Questo a patto di portarvi e incontrarvi le persone “reali” e non le proiezioni fantasmatiche dei loro alter ego. In questo caso l’incontro è fasullo. Non meno piacevole, ma ingannevole. Per se stessi e per gli altri.
Questo continuo altalenare tra online e offline fa a volte apparire la vita come una pallina da golf e il suo movimento. Rimbalzi da una parte all’altra delle scelte fatte e subite. Scelte di cui, forse, non sei sempre consapevole ma che condizionano il corso della tua vita. Una presa di coscienza, seppur tardiva, ci può allora anche aiutare anche a comprendere, per esempio, che le donne che odiano le donne bloccano se stesse, si feriscono allo specchio, si distruggono. Le “altre” sono i riflessi del proprio Io, gli aspetti inascoltati. Donne che criticano altre donne perché le ritengono troppo sguaiate, troppo libere, troppo poco libere, troppo rigide, troppo superficiali o magari stupide, troppo attaccate all’estetica, troppo trascurate, troppo femmine, troppo poco femmine, troppo religiose, troppo progressiste, troppo fasciste, troppo… non comprendono che quella particolare donna che ci regala emozioni nel bene e nel male, ci aiuta a riconoscere un pezzettino di noi stesse, e in fondo ci fa prendere cura del principio femminile.
Se vogliamo parlare di cose da fare e da non fare, possiamo serenamente rifarci al filo conduttore della gentilezza che deve sempre accompagnarci, anche nel mondo del lavoro: ricordiamoci il nome di chi ci sta davanti e pronunciamolo spesso; arriviamo puntuali agli appuntamenti; ascoltiamo sinceramente ed attentamente il nostro interlocutore; durante una colazione di lavoro non controlliamo compulsivamente mail-sms-chiamate; curiamo il look… niente calzini corti o camicie a manica corta per gli uomini, niente eccessi per le donne (“se una donna è malvestita si nota l’abito, se è impeccabile si nota la donna.”, diceva Coco Chanel).
Perché esiste quel modo di dire comune: “Conta fino a dieci prima parlare!”. E’ semplice da capire ma, ammettiamolo, difficile da mettere in pratica! Dietro questo consiglio c’è in realtà una spiegazione scientifica legata al funzionamento del nostro cervello… prendersi il tempo necessario per non identificarsi con l’argomento, stoppare sul nascere la reazione emotiva che, per velocità, batterebbe sul tempo una risposta ponderata, e la ostacolerebbe. Rallentare il flusso delle parole, dando un ritmo a quello che diciamo: alternando le pause alle parole ci poniamo in un ascolto attivo e consapevole che aiuta a entrare maggiormente in sintonia con la persona con cui stiamo parlando.
Se sei un blogger, le persone per te sono molto importanti, se no per chi scrivi? Come fai, una volta pubblicato il tuo post sul blog, a diffondere i tuoi contenuti sfruttando i social?
Come sai un post non può vivere e prosperare autonomamente, a meno che tu non abbia puntato tutto sulla SEO. E’ indispensabile costruire una buona presenza sui social, condividere ed interagire con i lettori: insomma non chiuderti in te stesso, perché senza i lettori il tuo blog è destinato a fallire.
E poi ricordati sempre, che sia il neo blogger o aspirante tale, che quello già affermato, diventeranno veramente dei grandi se e quando capiranno che tutti abbiamo bisogno di tutti. Dalle nostre parti, cioé nella community #adotta1blogger, lanciamo per esempio un “adott-segnale” e in maniera partecipativa e condivisiva, con umiltà, facciamo tesoro dei consigli altrui, arricchendoci reciprocamente e, quindi, prendendoci ulteriormente cura dei nostri lettori.

Ovvero:

Educazione digitale: intervista a Sonia Bertinat. di Sylvia Baldessari

Ping Pong? di Rita Fortunato

Donne che amano/odiano le donne. di Valeria Bianchi

La gentilezza e le buone maniere nel mondo del lavoro: i 10 punti fondamentali. di Mirna Pioli

Parlare con consapevolezza: una questione di ritmo. di Nick Murdaca

Cosa succede dopo aver pubblicato un post. di Francesco Ambrosino

I consigli dei blogger di #Adotta1Blogger per i nuovi o aspiranti blogger. di Valentina Coppola

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Bruna Athena, Rita Fortunato, Roberto Gerosa, Alessandro Nasdrovian Mariani.

a cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 29 maggio 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Molti decidono troppo presto di non pubblicare più nulla sul blog e lasciarlo sospeso nella rete come una nave fantasma, senza equipaggio e senza timone. I motivi possono essere vari: aver ottenuto scarsi risultati nel breve periodo, un cattivo posizionamento SEO, la mancanza di ispirazione, scarsa monetizzazione; a volte si sottovaluta che scrivere per il web presuppone delle regole da rispettare, dei meccanismi da conoscere, delle qualità da valorizzare ed alcune mancanze a cui ovviare. Senza considerare che la tua partita te la giochi nei dettagli.
Da una ricerca commissionata da AT&T negli Stati Uniti (Paese ligio alle regole) è emerso che il 70% delle persone comprese tra i 18 ed i 65 anni, utilizza regolarmente il proprio telefono mentre guida. O hanno scambiato il device con il volante, male interpretando il concetto che “siamo i capitani del nostro destino”, o è proprio vero che la Rete ci rapisce…
La vita è così: ti sorprende, nel bene o nel male, inaspettatamente; e poi certi attimi, di per sé senza importanza, ti fanno riflettere sul senso della vita intera. E ti ritrovi magari a cercarlo nelle vie nascoste, che sembrano invitarti a guardare cosa ci sia dietro… proprio come accade ad Urbino.
È merito della fiducia, in noi stessi e negli altri, se siamo capaci di chiacchierare con sconosciuti. E quando superiamo abitudini e paure, grazie alla fiducia riusciamo anche a praticare condivisioni impensabili fino a ieri. Riusciremmo probabilmente anche a comprendere che valorizzare le donne conviene alle aziende, anziché far vergognosamente aumentare del 30%, in cinque anni, la percentuale di casi di mobbing legati alla maternità.

Ovvero:

Perché alcuni abbandonano il proprio blog. di Mario Palmieri

(Saper) scrivere per il Web: quello che devi sapere. di Ludovica De Luca

Digitali significa rincoglioniti? di Loris Castagnini

Siamo i capitani del nostro destino. di Nick Murdaca

A modo mio — Tre giorni tra Urbino e dintorni. di Federica Farinelli

Gea Scancarello: sai perché mi fido di te? di Gloria Vanni

Mobbing e maternità, in Italia i casi aumentano. di Francesca Guinand

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Francesco Ambrosino, Bruna Athena, Luca Borghi, Rita Fortunato, Susanna Moglia, Monia Taglienti.

Buona Lettura!

a cura di Paola Chiesa


#adotta1blogger ed il suo primo progetto: la rassegna stampa

Dal laboratorio liquido di #adotta1blogger a un progetto solido: la rassegna stampa “bla bla blogger”

Dalla iniziale campagna di condivisione abbiamo tessuto una rete con un intenso e piacevole lavoro di social knitting, al fine di creare sistema veicolando informazione, formazione e cultura. Poi il laboratorio liquido della community #adotta1blogger, per sua natura dinamico e dai contorni frastagliati, ha fatto il resto, creando le condizioni per iniziare a realizzare i progetti, cioé quelle attività concrete nelle quali incanalare l’esuberante flusso di energie del network; traducendo così il pensiero in azione.
E’ nato così il primo progetto di #adotta1blogger: la rassegna stampa quotidiana “bla bla blogger”.
Dal 4 aprile sulle pagine di questo blog, una rassegna stampa quotidiana degli articoli dei nostri blogger, accompagna dal lunedì al venerdì le nostre più o meno succulente pause pranzo (ma ben si adatta anche al caffè o al dopo cena, e forse anche come lettura per conciliare il sonno, chissà!)
Adozione, rete e sistema, i pilastri su cui si fonda #adotta1blogger, agiscono per mezzo della condivisione, modalità operativa per eccellenza della nostra community.
Quindi, tutti i post “adottati” vengono raccolti in un database ed elaborati per dar vita ad una rassegna stampa quotidiana, che viene poi condivisa non solo all’interno della community, ma anche generosamente fuori dalle mura, attraverso i social tradizionali. Un file quotidiano che ha un impareggiabile valore, per la qualità dei contenuti, per la varietà degli argomenti e per la cura con cui i blogger costantemente agiscono.
La costanza è in effetti un gene che ci caratterizza come community: come ho avuto già occasione di scrivere, il blogger è per sua natura un passista, abituato a ritmi su più turni, a fare le ore piccole e magari a non ricevere commenti sul proprio blog. Poi noi di #adotta1blogger siamo per giunta resilienti! Non lottiamo per liberarci da qualcuno, ma per sopravvivere alla crisi, consci del fatto che, se si è nel tunnel e non si riesce a scorgere la luce laggiù in fondo, forse è bene arredarlo…
Così, pur immersi in circostanze avverse, riusciamo nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare le difficoltà e a rinnovare la nostra esistenza, raggiungendo anche mete importanti. E sai perché? Per dirla con gli One Republic, perché “everything that kills me makes me feel alive”.

Grazie alla rassegna stampa, abbiamo realizzato anche una originale linea editoriale di #adotta1blogger, che scaturisce dalle connessioni che nascono, dagli approfondimenti degli argomenti e dalle affinità che si creano. Il risultato è una scrittura sociale elaborata concettualmente come una mappa mentale, con l’obiettivo di contestualizzare sempre il focus e la filosofia della nostra rete, e di creare anche l’humus adatto per la nascita di nuove progettualità, ulteriormente aggregative e di consolidamento.
Qualche aggiornamento sui numeri di #adotta1blogger? La community ha raggiunto in poco meno di due mesi il numero di 150 membri, ma è in continuo aumento, perciò dai un’occhiata all’omonimo gruppo su Facebook per sapere esattamente in quanti siamo! E per sapere chi siamo e come siamo distribuiti lungo lo stivale, abbiamo la mappa. E’ una crescita professionale, culturale, umana. Essendo tutti legati da una parentela di tipo elettivo, l’adozione, ovvio che abbiamo tutti l’interesse di crescere insieme, e bene.
In fondo è un gioco fatto di sapiente uso di filo a piombo e livella. Che c’entrano?
La perpendicolare, o filo a piombo, simboleggia il continuo approfondimento, la ricerca, la verticalizzazione della nostra conoscenza. Fornisce la verticale di una costruzione e permette di verificarne la stabilità. Di conseguenza rappresenta la competenza del blogger. La livella è uno strumento di precisione per la ricerca dell’equilibrio di una costruzione. Riferisce la conoscenza ad un piano orizzontale, comunitario, il solo che possa consentire il miglioramento della società. E’ la conoscenza condivisa e la scrittura sociale che ne scaturisce.
Pensare che c’è chi, in passato, grazie a questi strumenti, ha costruito addirittura dei templi, stabili ed in grado di durare nel tempo…

Paola Chiesa


#adotta1blogger: da una campagna di condivisione alla rete

adotta 1 blogger
Nella rete dei blogger “adottati”

La campagna #adotta1blogger  nasce in sordina la notte del 5 marzo scorso, complice una strepitosa luna piena, mi piace pensare. Ho la fortuna di vivere nei pressi della basilica di Superga, sulla collina di Torino, ripresa in un suggestivo timelapse proprio di quella notte. Ho un debole per questo luogo sacro, da tempo complice dei momenti belli e rifugio per quelli bui, oltretutto una manna per il mio pessimo senso dell’orientamento.
Quella notte avrei dovuto scrivere un post sull’e-commerce, ma  sono scivolata su ben altro… ed ha preso il sopravvento la Rete, non intesa come social media o genericamente il web, ma come quella energia che da anni caratterizza il mio modo di essere e di agire. La rete collega naturalmente le persone quando c’è condivisione di interessi, necessità ed obiettivi. E ciò accade sempre di più nella nostra società, tant’è che siamo di fatto coinvolti nelle dinamiche della smart community, dove interazione sociale e condivisione di informazione e conoscenza producono innovazione. Così anche la cittadinanza attiva, l’attivismo digitale, l’utilizzo degli open data, sono in fondo modalità nuove per consentire la collaborazione di vari soggetti (enti pubblici, aziende, scuole, associazioni) al fine di realizzare buone pratiche, utili per migliorare la qualità della vita del cittadino. Chiamiamola pure innovazione sociale, che va a braccetto con i concetti di inclusione, sharing economy e sostenibilità.
D’altra parte la rete non è una linea retta immaginabile come una sequenza di prima e dopo. E’ invece più simile ad un cerchio, quello che ognuno di noi, più o meno consapevolmente, traccia simbolicamente attorno a sé definendo contemporaneamente il proprio raggio d’azione ed il limite di interazione concesso agli altri.
Se vogliamo far rete, il raggio intorno a noi è destinato ad allargarsi, facendo entrare nella nostra circonferenza altri, con i quali condividere spazi, bisogni, necessità, desideri, obiettivi, azioni. E’ una dimensione orizzontale che si nutre per definizione del tempo presente e che consente la proliferazione di situazioni.
Ma anche le buone pratiche lasciano il tempo che trovano se alla fin fine si riducono ad essere solo degli episodi eccellenti. La scommessa vera per rendere vivace ed utile la rete è quella di fare sistema tra progettualità e soggetti diversi, attraverso la disponibilità di dati che veicolino informazione, formazione, cultura. A tutto tondo. C’è anche un impegno sociale in questo, certo. Ma non serve né  l’ennesima piattaforma tecnologica, né l’ultimo metodo del blasonato guru, né l’aperitivo in terrazza  tra i soliti quattro amici che lanciano un evento in pompa magna.
Ciò che serve è essere in risonanza con quello che ci circonda, e che il nostro bisogno coincida con quello di altri, di tanti altri… Se poi aggiungi un briciolo di creatività, audacia, disponibilità, un paio di social e tanta passione, può succedere non solo che la rete  si crei, ma anche che si autoalimenti:

#adotta1blogger si è trasformata così in una rete in continua crescita (la madre dei blogger è sempre incinta!) che vanta al momento una cinquantina di blogger adottati in tutta Italia, un paio di “adozioni internazionali” ed una comunità molto attiva su facebook.  Perle nascoste portate alla luce che stanno mettendo in rete esperienza, professionalità, creatività, entusiasmo ed emozioni attraverso le pagine digitali dei loro blog. Donano una vitalità contagiosa attraverso le loro opere, che quotidianamente condividiamo; leggerli equivale a un’esperienza di realtà aumentata, è come vivere più esistenze contemporaneamente.
Un blogger lo sa bene che il proprio ritmo è quello del passista, ma quello che forse non si aspetta è che da qualche parte ci sia qualcuno che non solo lo osserva, ammira la sua resistenza e lo attende al traguardo per complimentarsi, ma che addirittura lo adotti, con un gesto di stima e affetto, senza scadenza, per quello che riesce a trasmettere: capacità di costruire valori solidi in un mondo liquido.

Paola Chiesa


Adotta 1 blogger!

blogger
Campagna di condivisione #adotta1blogger

E’ una figura un po’ ottocentesca quella del blogger, immersa nelle letture, nei silenzi, nei sogni, spesso nel disordine delle cose di casa, nelle quali è facile che si perda… Ma è anche piuttosto organizzato, si districa in fondo bene tra strategie, piani editoriali ed analytics, sa ben condire testi con immagini e video, dosare tempi. Seduce anche gli sconosciuti, già. O almeno ci prova…
Il suo pubblico è esigente, sfuggente, spesso infedele, volubile, non sempre puntuale agli appuntamenti. Lui che è un po’ scrittore un po’ grafico un po’ informatico un po’ psicologo un po’ sociologo un po’ creativo, può trovare spunti di ispirazione in tutto e niente, si entusiasma e si abbatte altrettanto facilmente, perché è  un attento osservatore, completamente immerso nel flusso di ciò che gli accade attorno. Lui c’è, punto. E’ una piccola certezza, è un innamorato non sempre corrisposto, sempre disponibile ad instaurare connessioni e conversazioni, spesso critiche, a volte coraggiose. Non a caso il suo habitat naturale è costituito dai social.
Il blogger fa sempre il primo passo, del resto la sua stessa etimologia lo richiede: blogger è l’autore di un blog, a sua volta contrazione di  web-log, cioé diario in rete. Poi quello che succede succede… certo che se non succede nulla va in crisi forte! Perché se scrivi in rete, l‘interazione non è solo gradita, è anche necessaria.
Per che cosa? Ad esempio nel nostro caso serve per creare ponti di comunicazione tra vari soggetti di un territorio, pubblici e privati, su temi spesso sconosciuti ai più, quali open data, digitale, smart communities, commercio elettronico, per contribuire a renderli più comprensibili e, di conseguenza, utili per migliorare e misurare il livello della qualità della vita.

Perciò veniamo alla campagna #adotta1blogger. Avete notato che c’è sempre un giorno per tutto e per tutti? quello della mamma, del papà, dei nonni, della donna, del libro, dell’albero… del gatto!
Lungi da noi l’idea di suggerire la creazione di nuove festività (per carità), vogliamo invece lanciare una simpatica campagna, per cominciare a costruire una rete, che potremmo definire di condivisione della conoscenza. E’ semplicissima e funziona così: condividiamo sui social 1 post di un blogger a scelta, dopo averlo possibilmente letto! Non c’è limite alle adozioni. Basta che ad ogni condivisione usiamo l’hashtag #adotta1blogger. La campagna inizia oggi e beh… il suo destino è nelle mani della rete.
Se ti va, #adotta1blogger! Se non ti va, ogni tanto magari leggilo…

Vuoi sapere come sta procedendo la campagna? Clicca qui!

Paola Chiesa


Quello che Google sa di te

google
Il completamento automatico di Google


La funzione completamento automatico di Google è attiva dal 2008  e genera delle previsioni di ricerca grazie ad un algoritmo che si basa prevalentemente sulle ricerche effettuate in passato da altri utenti. Una funzione decisamente utile non solo per risparmiare tempo e per le correzioni ortografiche attive, ma anche perché dà un’idea immediata di quello che la maggioranza delle persone ha cercato precedentemente, rispetto a quel dato termine di ricerca.
Le previsioni di completamento possono in effetti anche avere un’influenza negativa sulla brand reputation, quando i suggerimenti automatici sono correlati a termini di ricerca tali da ledere l’immagine e la reputazione di un soggetto, influenzando negativamente colui che effettua la ricerca.
In vari Paesi ci sono stati precedenti  di risarcimento economico per i danni arrecati alla reputazione, oltre, in alcuni casi (per esempio in Germania) all’obbligo di rimuovere la funzione di suggerimento automatico. Per approfondimenti sul tema segnaliamo questo articolo.
Da notare che Google offre la possibilità di compilare un apposito modulo per segnalare contenuti lesivi dell’immagine, dei quali si vuole richiedere la rimozione.

Tornando ad un utilizzo normale dello strumento, che non leda l’immagine di un soggetto ma che anzi sia di supporto nella ricerca di informazioni sul web, se si prova a “giocare” con il completamento automatico di Google, i risultati possono essere davvero interessanti per la situazione che rappresentano, e stimolanti per la ricerca di soluzioni ad eventuali criticità emergenti.
Come nel caso di Life through Google’s eyes, un video nel quale lo youtuber Marius Budin ha ricostruito le ricerche effettuate da persone dai dieci agli ottantacinque anni, accomunati dal fatto di cercare una risposta ai propri problemi. Ci ha talmente appassionato che abbiamo creato un nostro video, rappresentativo della situazione italiana.
Il risultato?
Emerge chiaramente un disagio, si dichiara quello che non si è o che non si riesce ad avere, ma c’è il conforto di scoprire di non essere i soli ad avere quel problema, e ci si riconosce nell’esperienza altrui, simile alla nostra. Emergono alcune tematiche prevalenti: la sessualità, l’amicizia, il rapporto con gli altri, il desiderio di avere un figlio, la mancanza di un lavoro, la solitudine, la vita che finisce.

Che dire, grazie a Google questi dati emergono, viviamo in un mondo di dati. La domanda ora è: qualcuno farà anche qualcosa per risolvere quei problemi?

Paola Chiesa


Applicare la “disruptive innovation” alla PA

disruptive
Perché adottare la disruptive innovation nella Pubblica Amministrazione?

In un precedente post avevamo parlato dell’innovazione ideale come evoluzione dal vecchio al nuovo attraverso quel filo sottile della tradizione, che consente di valorizzare le irrinunciabili conquiste di civiltà e di valutare l’efficacia delle azioni innovative.

Continuando le nostre riflessioni, questo approccio ci conduce verso il concetto della disruptive innovation di Clayton Christensen, ideatore della teoria del job to be done, secondo la quale il focus si sposta dal prodotto al bisogno che il prodotto è chiamato a soddisfare: banalmente, le persone non vogliono un frigorifero, vogliono conservare il cibo per consumarlo in un momento successivo. Secondo questa diversa prospettiva, l’innovazione è allora un processo per definire un concetto di prodotto o servizio che soddisfi dei bisogni importanti e non soddisfatti. Per arrivare a capire quali sono questi bisogni, è indispensabile interagire sapientemente con il mercato, con la gente.

La caratteristica fondamentale della disruptive innovation è che non è legata, come si potrebbe immaginare, a mutamenti tecnologici estremi o particolarmente complessi, quanto alla capacità di cogliere, secondo una metodologia quasi maieutica, quali sono i bisogni latenti nel consumatore, che ci sono sempre stati ma che per vari motivi non sono ancora emersi. Questo si che è dirompente. Una volta individuati, anche l’effetto è dirompente, perché genera il successo dell’iniziativa e ne viralizza gli effetti positivi.

Questo tipo di approccio, che mette il bisogno della persona al centro, mi riporta alla mente alcune significative tesi del Cluetrain Manifesto di Fredrick Levine, Christopher Locke, David Searls e David Weinberger, che già nella sua prima versione del 1999 diceva “parlare con voce umana non è un gioco di società, non si impara certo partecipando a qualche convegno esclusivo; per parlare con voce umana, le aziende devono condividere gli interessi delle loro comunità; ma, prima, devono appartener a una comunità; […] se la loro mentalità d’impresa non arriva a coinvolgere la comunità, allora non hanno mercato” (tesi nn. 33-37). Concetto ribadito nella nuova edizione “The New Clues”, il manifesto per un nuovo umanesimo digitale: “Avevamo ragione la prima volta: i mercati sono conversazioni.; avere una conversazione non significa strattonarci per una manica per parlarci di un prodotto che non ci interessa […]” (tesi 52- 53).

Tradizionalmente i concetti sopra esposti sono riferibili alle aziende e alla loro necessità di aggredire un nuovo mercato, ma ci piace nel nostro piccolo essere “dirompenti” nell’immaginare come si potrebbe contaminare la Pubblica Amministrazione, aiutandola con metodologie nuove a captare le necessità importanti della propria comunità. Ne abbiamo parlato qualche tempo fa in un post, suggerendo quale potrebbe essere l’utilizzo esemplare dei social network da parte della PA; secondo noi la Pubblica Amministrazione dovrebbe agire come un soggetto facilitatore di disruptive innovation, facendo emergere le criticità e i reali bisogni dei cittadini relativamente ai servizi pubblici, ad esempio mettendo a disposizione gli open data e investendo su sentiment analysis, affinché le aziende ed i centri di ricerca possano modellare dei processi che portino a obiettivi condivisi e a risultati misurabili.

Paola Chiesa


Al panda piacciono i contenuti di qualità

panda1

 

I contenuti di qualità migliorano l’indicizzazione

Google sta dando sempre più importanza alla qualità dei contenuti, con la creazione di algoritmi sempre più raffinati e in grado di distinguere un buon contenuto da uno pessimo. In generale è cambiata la filosofia con cui vengono valutati i siti, mettendo al primo posto l’interesse degli utenti.

L’algoritmo Panda, al di là del suo nome simpatico e innocente, analizza i contenuti e penalizza i siti che non rispettano una serie di requisiti.

Ricordatevi che una penalizzazione da parte di Google può spostare il vostro sito dalle prime pagine della Serp alle ultime rendendo davvero difficile recuperare posizioni:

Possiamo dividere i contenuti a rischio penalizzazione in 5 categorie:

Contenuti inconsistenti

Una pagina con poche righe di testo e centinaia di link verso i prodotti, non ha alcuna utilità per il lettore. Inoltre i motori di ricerca hanno bisogno di buoni contenuti per determinare la rilevanza di una pagina rispetto a una ricerca. Senza un buon contenuto il motore non riesce a capire qual è l’argomento di cui si parla nella pagina.

Contenuti irrilevanti

Una pagina potrebbe inizialmente sembrare rilevante al motore di ricerca per una determinata ricerca, ma se l’utente non trova ciò che cerca, esce dalla pagina. Alla lunga, il comportamento dell’utente viene analizzato da Google che finisce col penalizzare i siti che non offrono i contenuti promessi. Anche una pagina molto vecchia potrebbe risultare irrilevante: è importante aggiornare continuamente le pagine di testo altrimenti Google potrebbe crearsi la convinzione che il sito sia stato abbandonato.

Contenuti generati automaticamente

Ripetendo contenuti quasi uguali per ogni pagina del sito, si alleggerisce il lavoro ma non si offre un buon servizio agli utenti. Inoltre anche i motori di ricerca se ne accorgono. Per quanto possa essere difficile, bisogna comunque sforzarsi di rendere unica ogni pagina del proprio sito.

Contenuti aggregati

Aggregare contenuti provenienti da altri siti può aver senso solo se si utilizzano in piccola percentuale. Nel caso, meglio segnalare la fonte e inserire un link all’originale.

Contenuti duplicati

È sempre preferibile non creare testi con il “copia e incolla”. I contenuti creati così vengono riconosciuti da Google come un doppione, e fortemente penalizzati.

 

Panda penalizza, ma può anche premiare!

Se il vostro sito è stato penalizzato o non volete rischiare che accada ecco alcuni suggerimenti che potete mettere in atto:

  • Scrivi per informare e coinvolgere.  Il contenuto si valuta sulla base di ciò che un lettore imparerà da esso; solo una piccola parte del contenuto dovrebbe essere finalizzato alla vendita dei prodotti.
  •  Ricordatevi che scrivete per un pubblico e non per un motore di ricerca. I contenuti vanno strutturati in modo da rendere facile la lettura, con titoli, paragrafi, elenchi e immagini. Un testo strutturato in questo modo è più leggibile e gradevole.
  •  Non lesinare sui dettagli. Sono preferibili articoli che contengano più di 300-500 parole. Meglio pochi articoli che combinano insieme una serie di argomenti, piuttosto che molti articoli brevi.
  •  Inserite parole e frasi chiave o sinonimi relativi al vostro contenuto, rilevabili sia dal pubblico che dai motori di ricerca. In passato, l’uso eccessivo di parole chiave funzionava per ottimizzare i siti, ma colpiva gravemente la leggibilità, cosa che oggi non è più accettabile.
  •  Evitate gli errori di ortografia e grammatica. In fondo per correggere gli articoli basta usare Word o farsi aiutare facendo leggere l’articolo da qualcun altro. Non c’è niente di peggio di un articolo sciatto e pieno di errori.
  •  Non dimenticare di includere link interni e in uscita. I collegamenti interni hanno lo scopo di indirizzare i lettori verso altri articoli o prodotti del vostro sito, mentre i link in uscita servono a completare le informazioni con utili approfondimenti. I link in uscita dovrebbero essere impostati in modo da aprirsi in pagine supplementari, per non far uscire il lettore dal sito in cui si trova: potrebbe non saper ritrovare la strada di ritorno.

Daniela Savino

 Fonti: http://positionly.com/blog/seo/google-panda-update

http://blog.searchmetrics.com/us/2014/09/23/5-ways-to-definitely-get-hit-by-a-panda-algorithm-penalty/


Costruire la smart city con un’equazione

equazione smart city

 

L’equazione smart city

Tutta la vita è risolvere problemi” diceva Karl Popper… ma perché abbiamo la sensazione che, anziché provare a risolverli, ci si diletti a crearne sempre di nuovi?

Parlando ad esempio di smart city, è assodato che una città è smart se lo è la comunità in cui è inserita; di fatto però, nella maggioranza dei casi non è al momento identificabile una vera e propria comunità, quanto piuttosto singole individualità ed esperienze, magari anche di eccellenza, che la rete non riesce a far proprie, perché ancora la cultura della condivisione e quindi della comunità da noi è immatura: la rete è per lo più virtuale , è il mondo dei social, dei portali open data, delle conferenze e degli eventi… e poi? Perché non si riesce a trasformare quell’esperienza in valore aggiunto per il cittadino, lo studente, l’ente pubblico, l’impresa? Si preferisce crogiolarsi nella sregolatezza del genio italico che miracolosamente sarà prima o poi in grado di produrre risultati inaspettati e gratificanti (sempre per pochi), piuttosto che seguire un metodo, una tecnica, una logica matematica, che sia in grado non solo di condurre a risultati prevedibili e programmabili, ma anche e soprattutto di verificare l’efficacia in termini di utilità, per la comunità intera, dei risultati raggiunti; quella logica che, se necessario, consentirà di ritarare i parametri in base ai nuovi obiettivi di riferimento.

Coerentemente con quanto scritto, abbiamo allora voluto drappeggiare di utilità queste righe, provando a studiare l’equazione matematica che potrebbe supportare i progetti legati allo sviluppo della smart city e della comunità di riferimento.

E l’abbiamo immaginata così:

dove T= territorio (smart city), PA= Pubblica Amministrazione, C= cittadini, I= imprese, S= scuole

Il territorio inteso come città a misura d’uomo, smart, è il risultato dell’ impegno sinergico dei suoi enti pubblici, dei cittadini, di imprese e scuole, elevato alla potenza “responsabilità”, intesa come capacità di dare risposte efficaci ed utili, alla collettività .

Per converso quindi, la radice di un territorio basato sulla capacità di dare delle risposte, è data dall’impegno sinergico della PA, dei cittadini, delle imprese e delle scuole.

Emerge come nè l’impegno solitario di ognuno di questi soggetti, né l’impegno congiunto ma non finalizzato a produrre dei risultati verificabili, siano sufficienti per costruire la città o il territorio smart; una lodevole iniziativa di un Comune che non sia frutto di una contaminazione con la cittadinanza lascia il tempo che trova, così come l’imprenditore illuminato che realizza un progetto esemplare ma di fatto isolato o non replicabile.

L’elemento chiave è la responsabilità intesa come capacità di dare risposte a qualcuno, sulla base di dati, di risorse, di processi e di risultati; non dimenticando che quel “qualcuno” è la comunità.

Ecco che allora la comunità diventerà tanto più smart, ovvero intelligente, quanto più sarà alta la consapevolezza di dover pretendere risultati misurabili e verificabili.

Paola Chiesa


Non facciamoci scappare il mercato cinese

22/09/2014 / e-commerce, Web / 0 Comments
mercato cinese

 

 L’opportunità del mercato cinese dell’e-commerce

Negozi di abbigliamento, ristoranti, edicole… i cinesi presidiano molte attività redditizie nella loro invasione silenziosa e operosa del nostro Paese… Possiamo lamentarci e protestare, ma loro sono bravi nella capacità di adattarsi a un nuovo ambiente, con nuove regole e una burocrazia complicata.. E io rispetto la loro perseveranza e il loro coraggio.. Perché per noi invece è così difficile fare altrettanto?

Noi compriamo i prodotti cinesi perché costano poco, mentre in Cina amano l’italian style, dall’abbigliamento al cibo, perché rappresenta uno status symbol, quindi i nostri prodotti sono molto richiesti. Il mercato cinese dell’e-commerce ha un enorme potenziale, costituito da almeno 300 milioni di possibili compratori. E soprattutto è costituito da compratori esperti e abituati ad acquistare online. Qualcosa di impensabile qui da noi!! Ma le nostre aziende sono ancora molto indietro nella scalata del mercato cinese.

Il Consorzio Netcomm sta lavorando da due anni ormai per aiutare le aziende italiane che vogliono partire alla conquista del mercato cinese. Non è un mondo facile, è molto diverso dal nostro, con una burocrazia piuttosto complessa, ma il governo cinese sta spingendo affinché l’online cresca sempre di più ed è pronto ad accogliere chi vuole investire in questo settore.

Il mercato cinese deve essere compreso perché ha delle sue caratteristiche ben precise. Bisogna presentare i prodotti andando incontro ai gusti di un pubblico con una cultura e delle tradizioni lontanissime dalle nostre, creando cataloghi su misura, utilizzando gli strumenti di pagamento locali e organizzando una logistica che deve tenere conto di spazi immensi da coprire (non dimentichiamo che Pechino da sola è grande come il Lazio).

Ma come i cinesi che sono venuti in Italia hanno imparato ad adattarsi ai nostri gusti e abitudini, servendo nei loro ristoranti piatti che in Cina è praticamente impossibile trovare, anche le nostre imprese devono imparare a conoscere questo nuovo mercato, utilizzando consulenti locali e facendosi aiutare a comprendere appieno i bisogni di un pubblico che ricerca il prodotto italiano e che ne capisce il valore.

L’e-commerce in Cina è un’opportunità reale per le aziende italiane. Viste le dimensioni delle grandi città cinesi, la possibilità di riuscire a presidiare la grande richiesta di prodotti a marchio italiano solo con punti fisici è praticamente inesistente. A fianco dei negozi si può proporre la vendita online di prodotti italiani, sia utilizzando i grandi mall cinesi come Tmall e JD che aggregano marchi e prodotti differenti, sia costruendo il proprio sito di e-commerce monomarca.

È sicuramente un investimento importante, e la partenza per questa avventura comporta un grande impegno di mezzi e risorse, ma la crisi si combatte anche così.. con coraggio.. lo stesso coraggio che hanno dimostrato i cinesi venendo qui da noi, a soddisfare un bisogno che mancava.

Daniela Savino

Fonti:

Italia Oggi

Consorzio Netcomm


Il digitale è un’azione da far accadere

digitale

 

Immaginiamo il digitale come un verbo

Il linguaggio può influenzare il pensiero? Facciamo una prova e supponiamo che voglia invitarvi a casa mia; potrei esprimermi in almeno due modi:

“Domenica co-eating in salsa social; location country particolarmente adatta al think tank; non portate nulla, piuttosto facciamo smart cooking insieme; sicuramente sarà più carino partecipare in modalità eat and tweet, basta che #usehashtagwithouterrorsonyoursmartphone. In caso di sole, surprise beach party. Car sharing benvenuto, cohousing disponibile, dress code via @”

Oppure: “Se vogliamo trovarci domenica in collina da me per mangiare pane e salame, gentilmente vi aggregate e date anche un passaggio a chi è senz’auto ? Così facciamo due chiacchiere in allegria, parliamo di futuro e facciamo una telefonata anche a chi non avrà potuto raggiungerci! Se il tempo sarà clemente faremo pure i gavettoni! Se qualcuno alzerà il gomito, nessun problema… potrà fermarsi a dormire. Vestitevi come volete.”

Sul linguaggio scriviamo spesso (cfr. Il linguaggio dell’innovazioneQuando l’informazione è anche un valore), perché per noi è quel presupposto irrinunciabile che ci consente di creare relazionicondivisione di valori e comunità.

In tema di innovazione, Pubblica Amministrazione e Agenda Digitale, un illuminante articolo di Nello Iacono descrive come la carenza di sensibilità e consapevolezza sull’utilizzo del digitale in Italia, abbia creato le condizioni per relegarlo in un ambiente di nicchia, sempre più distante dalla realtà.

In effetti è come se il mondo in cui viviamo fosse costituito da due parti, una reale per la maggior parte delle persone, e una digitale per pochi eletti. Si perde così di vista l’obiettivo vero, che è quello di lavorare per costruire il nostro futuro, anche attraverso lo strumento del digitale.

Questa confusione tra strumenti e obiettivi ha una sua ragion d’essere, legata secondo noi anche all’utilizzo della lingua ed alla sua capacità di incidere sul pensiero. Quando in analisi logica studiamo le strutture del linguaggio con la ripartizione in sostantivi, aggettivi e verbi, impariamo a conformare il nostro pensiero in termini di oggetti, proprietà, azioni, ovvero personaggi, sentimenti ed eventi, peraltro descritti rispettivamente dai tre generi di letteratura classica quali epica, lirica e dramma (imperdibili e molto istruttivi al riguardo gli scritti sulla logica di Piergiorgio Odifreddi).

Nelle lingue moderne vi sono molti più sostantivi che verbi: per questo noi tendiamo a pensare al mondo come oggetti piuttosto che come eventi. Nella lingua greca, ad esempio, la prevalenza di verbi rispetto ai sostantivi rispecchia un diverso modo di pensare, una visione del mondo concentrata sulle azioni. Differenze tra lingue, differenze che incidono sul pensiero… Queste differenze linguistiche sono alla base della diatriba presente tra la scuola filosofica analitica, che parla l’inglese, lingua moderna rivolta agli oggetti, e la scuola filosofica continentale, che parla il tedesco, lingua dal pensiero simile al greco.

Tornando perciò al digitale, sembra difficile farlo uscire da quella nicchia avulsa dal mondo e piuttosto autoreferenziale, se non smettiamo di immaginarlo come un sostantivo, o ancor peggio, come aggettivo. Proviamo invece a immaginarlo come un verbo, un’azione da far accadere e da far evolvere nel tempo, per modificare la realtà, migliorandola.

Sarà forse un’occasione per cominciare a ragionare in termini di obiettivi, valori, risorse, competenze, processi, risultati, condivisione, comunità.

Paola Chiesa


Come cambiano le spedizioni con i Locker

11/09/2014 / e-commerce, Web / 0 Comments
locker

 

Ritira il tuo pacco quando e come vuoi con il Locker

Quante volte, comprando su Internet ci siamo posti il problema del ritiro della merce acquistata.

Si lavora fino a tardi, la vicina di casa è sorda, la posta è scomoda e fa orari impossibili, il servizio di consegna magari ti dice il giorno, ma non l’ora del passaggio… insomma, quando compri online spesso non sai se riuscirai a ricevere il tuo acquisto.

All’ultimo e-commerce forum organizzato dal Consorzio Netcomm il 20 maggio 2014, è stato presentato un nuovo sistema per il ritiro degli acquisti online. Si chiama Locker, ed è un’idea semplice ma brillante, che nasce da un accordo fra TNT Express Italy e InPost.

In pratica si tratta di un distributore automatico funzionante 7 giorni su 7 e 24 ore su 24. Il Locker è suddiviso in diverse cassette protette da un codice. Il prodotto acquistato viene riposto in una di queste cassette e si può ritirare digitando il proprio codice personale ricevuto tramite SMS o e-mail.

I Locker non sono ancora molti ma si stanno diffondendo rapidamente. Verranno installati inizialmente in diverse città dell’Italia Settentrionale e Centrale, e in seguito si allargheranno anche al resto dell’Italia. Si prevede che per la fine del 2015 arrivino a ca 1000. I Locker saranno in posizioni strategiche, raggiungibili facilmente sia tornando a casa sia andando al lavoro. Ad esempio, se fai il pendolare, potrai ritirare il tuo acquisto lungo il tragitto per l’ufficio…

Inoltre, se non vuoi pagare online potrai pagare al ritiro con contrassegno utilizzando il bancomat o la carta di credito, e se non sei soddisfatto del tuo acquisto potrai restituirlo sempre utilizzando il Locker. Basterà etichettare il pacco con il codice a barre della spedizione, mostrare l’etichetta allo scanner del Locker e riporre il pacco nella cassettina.

I primi siti italiani a far uso del servizio saranno E-price e Saldi Privati che li aggiungeranno all’attuale servizio di ritiro Pick and Pay (ordini sul sito e ritiri in punti fisici con personale, presso cui puoi anche pagare in contanti).

Il Locker facilita gli acquisti online, sia per il consumatore che per il venditore. L’uso dei Locker riduce i  costi di gestione e le giacenze, in quanto i pacchi vengono ritirati sempre al primo tentativo (il 90% degli ordini viene ritirato addirittura nelle prime 24 ore, pur avendo a disposizione tre giorni di tempo per farlo). Il cliente soddisfatto ritorna e acquista con minor timore delle conseguenze, felice di poter ritirare il pacco anche fuori dall’orario di ufficio o nel week end. Insomma, un ottimo sistema per diffondere ulteriormente l’e-commerce, anche tra i più scettici!

Daniela Savino


Contenuti di qualità per il web

contenuti per il web

 

Quando la vacanza ispira i contenuti

Non ci siamo volutamente salutati prima delle vacanze, anzi ricordo di aver detto che per me la vacanza non è uno (s)tacco 12, ma un sandalo infradito.

Infatti non sono mancate strade calcate, tratte in aereo e traversate in nave su un Egeo furioso, per raggiungere qualcosa di insolito, di inconsueto. Per poi pormi, come ogni anno, la solita domanda: perché l’inconsueto lo cerchiamo solo in vacanza e non in quel novantacinque per cento del tempo che viviamo invece psicologicamente come una noiosa routine?

In vacanza diventiamo tutti sportivi e avventurosi, socievoli e gentili. Poi torniamo al nostro tran tran quotidiano e diventiamo ombrosi, litighiamo col vicino e usiamo l’ascensore anche se abitiamo al primo piano.

E’ come se la vacanza fosse vissuta un po’ come una sbornia…

Traslando il discorso sui contenuti, possiamo immaginare la meta della vacanza come obiettivo di utilità dell’argomento trattato; le escursioni, le visite culturali e i monumenti storici come la scelta di una specifica tecnica e metodo; i colori della natura come definizione di uno specifico target.

Ripensando così alla mia vacanza in Grecia, la contemplazione silenziosa del Partenone mi ha aiutato a comprendere che l’utilità dei valori che si trasmettono in un contenuto è comunque sempre legata alla tecnica: ad esempio così come le colonne per apparire perfettamente dritte sono in realtà state costruite con una leggera inclinazione verso l’interno, che l’occhio umano non avverte, così per trattare un argomento che abbia l’obiettivo di essere utile occorre utilizzare tecniche anche complesse, ma conosciute talmente in profondità dal web editor, da lasciare al lettore una sensazione di testo piacevole e scorrevole, senza alcuna traccia di complessità.

I colori delle Cicladi e del loro mare, la luce abbagliante e insostenibile, la bellezza del paesaggio, rendono chiaramente l’idea di cosa significhi far parte di una community che è in grado di viralizzare i propri contenuti.

Solidità, chiarezza, semplicità, rigore, conoscenza, affidabilità, coerenza, bellezza: se la forma riesce a plasmare la sostanza, allora anche il contenuto può creare un valore.

Son tornata a casa con un sogno: quello di riuscire a comunicare tutto ciò

Paola Chiesa


E-commerce sostenibile

e-commerce

 

Il problema dell’e-commerce è davvero la pausa estiva?

“Come acquistare in sicurezza sotto l’ombrellone”, leggevo in questi giorni…

In effetti è vero, è proprio un piacere acquistare dai grandi players dell’e-commerce: 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno e servizio ineccepibile; poi ci sono gli altri…i piccoli, ai quali mi riferisco spesso per poterne fare emergere le esigenze; quelli che se ricevono un ordine ad agosto da un cliente che è sotto l’ombrellone per giunta, maledicono la sorte avversa perché l’impiegata è in ferie, perché devono verificare l’avvenuto pagamento, perché devono procedere a spedire la merce (impacchettare il prodotto, chiamare il corriere, farsi trovare dal corriere) perché per evadere l’ordine devono sospendere l’attività che stavano svolgendo. Insomma è vissuto tutto come un dovere, dimenticandosi che grazie all’e-commerce hanno acquisito un cliente che normalmente sarebbe stato irraggiungibile, se non altro da un punto di vista geografico.

Peraltro in Italia solo 1 sito su 4 è ottimizzato per l’e-commerce mobile, nonostante gli acquisti da device si attestino sul 20%

I dati relativi all’e-commerce sono positivi e seguono un costante trend di crescita, ma quali ricadute concrete hanno sulla realtà territoriale?

Il punto vero è che l’e-commerce in Italia è una bella realtà ancora solo per pochi. Guardando al lato positivo della cosa, ciò significa che abbiamo un ottimo margine di miglioramento!

Se un’azienda decide di intraprendere questa strada che succede?

Può capitare ad esempio che ci si ricordi di essere iscritti alla Camera di Commercio, quell’ente che una volta all’anno si ricorda di te per il pagamento del diritto annuale, e l’associazione mentale può facilmente innescarsi: commercio elettronico=Camera di Commercio.

Magari! Adempimenti amministrativi, fiscali e normativi, scelta della piattaforma e-commerce, forme di pagamento sicure, creazione del catalogo prodotti, redazione di contenuti, organizzazione della logistica, supporto clienti pre e post vendita, sono tutte tematiche non proprio banali che il piccolo imprenditore si trova a dover affrontare di fatto contemporaneamente e presso soggetti diversi (commercialista, consulente legale, Agenzia delle Entrate, Comune, sofware house, spedizioniere, banca, personale dell’azienda), senza sapere da che parte iniziare. ll tutto dando per scontato di avere un accesso alla rete veloce

Al che è veramente curioso che da un lato ci sia una proliferante letteratura positiva sull’e-commerce che spinge le aziende ad investire nel settore, mentre dall’altro si avverte l’attrito rappresentato dagli enti che a vario titolo  dovrebbero essere strutturalmente d’aiuto e di incentivo nei confronti delle aziende stesse: per esempio la Camera di Commercio, che è anche un osservatorio privilegiato in grado anche di prevedere verosimilmente la direzione del mercato locale; per esempio la Regione attraverso il suo Assessorato alle Attività Produttive, con azioni propositive incisive; e perché non includere anche i Comuni?

Ferma restando l’assoluta libertà di ogni azienda di procedere secondo la procedura che ritiene migliore nel mare magnum del mondo e-commerce, attraverso consulenti, agenzie, guru ecc, balza agli occhi l’ingiustificata assenza del livello di politica istituzionale attiva; dato il valore economico che l’argomento rappresenta, perché non gestire un intervento positivo congiunto e sinergico tra più soggetti, in grado di declinare sul territorio la spinta innovativa per rilanciare qualità e inventiva delle nostre imprese? Le mutate forme di relazione e le interdipendenze crescenti tra i soggetti pubblici e privati di una realtà territoriale, di fatto impongono nuove modalità di approccio, secondo procedure e metodologie condivise che, se finalizzate a gestire il cambiamento che avanza, non potranno che dare risultati in ottica di sostenibilità economica, sociale ed ambientale. Già, perché la sostenibilità in sé non esiste, la si costruisce e se ne misurano gli effetti in termini di sviluppo.

Paola Chiesa


Parodia del post di successo

life

 

Ennesimo decalogo per scrivere un post di successo

Nel momento giusto ed al posto giusto sono riuscita a scattare la foto che vedete qui sopra; mi piace molto ed avevo pensato di utilizzarla in un post perché la ritengo di per sé una efficace espressione visiva dell’equilibrio tra buio e luce, passato e futuro, inquietudine e speranza, immobilità e movimento.

Poi il tecnicismo del come scrivere ha preso il sopravvento sulla sostanza, sul contenuto in sè, danneggiando irrimediabilmente la creatività del momento. Da qui questo post autoironico sull’arte di scrivere un post.

Tu come scrivi quando scrivi? Proviamo a percorrere insieme le varie tappe:

  1. Il titolo deve essere ovviamente stuzzicante
  2. Il contenuto? Se consideri che la gente non ama leggere, deve essere sintetico-esaustivo-avvincentepiacevole-intrigante-con citazioni-cantato e danzato.
  3. Le immagini? Certo non possono mancare, ma devono essere originali e con il soggetto ed i colori che si adattano al contenuto, e guai se sbagli le dimensioni. Se poi sei così geniale, o semplicemente fortunato, da aver azzeccato titolo e immagine, il contenuto è spesso superfluo perché il lettore si ritiene già soddisfatto così. E risparmi pure il punto 2, in teoria il più difficile della lista!
  4. La lista…oh quanto piacciono i post con le liste: “ i 7 errori da evitare su Linkedin” “le 10 cose che non devi fare su Facebook”, “i 5 ingredienti indispensabili per un post virale”, con tanto di riferimenti alla numerologia sacra di cui pare siano tutti esperti.
  5. Il riferimento al sesso è d’obbligo anche se stai parlando di open data per dire, serve eccome per attrarre click.
  6. Fasce orarie sacre in cui postare: mai nel week end perché si sa, i social sono frequentati al lavoro e durante gli orari di lavoro!
  7. Indispensabile avere sul proprio blog un “email subscribe button” per consentire ai lettori affezionati di iscriversi e di ricevere automaticamente i nuovi post via mail (sai la fila…tutti a spintonarsi perché non vedono l’ora di ricevere i tuoi post!)
  8. Utilizzare termini inglesi nel testo, o addirittura nel titolo, è molto “cool”, gratifica l’ego di noi italiani in particolare, perché fa sembrare più interessante il contenuto e più intelligente chi lo legge.
  9. Avere una lunga lista di “social button”, anche di quelli di cui non sapevi nemmeno l’esistenza, per incentivare la diffusione del post (che poi quanto può essere psicologicamente devastante vedere che nessuno l’ha condiviso…)
  10. Dimostrare di conoscere la SEO attraverso decine di tag inseriti nei post, che a volte sono così ingombranti da distrarti persino nella lettura del post.

Qui mi fermo perché tanto il punto 11 non lo leggerebbe nessuno…

Al di là dell’ironia, forse non ci farebbe male smarcarci un po’ dalle ricette preconfezionate e pressoché indistinguibili le une dalle altre, per tornare a cercarsi e scegliersi ecletticamente a vicenda, blogger e lettore; nelle famose liste delle cose da fare o non fare, non esiste un punto che personalmente ritengo cruciale: come creare e misurare il valore sociale di un post.

Cosa nasce dalla eventuale condivisione di un contenuto? Una interazione reale? Una critica? Un progetto? Un impatto positivo sul territorio? Questo è quello che io personalmente cerco in un post, sia come lettrice che come autrice: non la esplicitazione di un piccolo particolare sapere, quanto invece un punto di inizio verso la costruzione di una buona prassi collettiva.

Non mi resta che attendere commenti allora…!

Paola Chiesa


Quando l’informazione è anche un valore

volo storni
La capacità di creare valore

Avete presente il volo degli storni e la loro capacità di creare spettacolari coreografie, affascinanti per la loro sincronicità? Pare che ogni singolo storno si muova in volo in base a ciò che vede fare a un numero fisso di altri uccelli del gruppo che si trovano nelle sue vicinanze, circa sette, che possono anche allontanarsi in fasi successive del volo. Viaggiano compatti in gruppi di 5-10 mila esemplari, e volano ad una distanza di circa 80 centimetri-1 metro l’uno dall’altro, per difendersi dai rapaci, ad esempio dal falco. Quest’ultimo infatti, nel momento in cui tenta di attaccare lo stormo, trova difficile farlo in quanto non solo forma e direzione cambiano di continuo, ma anche perché non riesce ad isolare un individuo dal gruppo. Inoltre gli individui cambiano continuamente posizione tra la periferia e l’interno del gruppo cosicché la probabilità di essere predati (alta quando sono alla periferia dello stormo) è notevolmente ridotta.

Oppure come non ricordarsi delle formiche quando procedono simpaticamente incolonnate come truppe verso la fonte di cibo, per poi fare ritorno al formicaio; in questo caso pare che la formica, quando ha avuto successo nella ricerca del cibo, in futuro tenderà a tornare verso la stessa fonte. Ma quando questa formica torna al formicaio, stimola fisicamente un’altra formica a seguirla verso il luogo del rifornimento attraverso una secrezione chimica. Lasciando una scia di tali secrezioni, alcuni tipi di formiche sono addirittura in grado di indirizzare interi gruppi di loro simili. Pertanto la scelta di una formica che esce per la prima volta dal formicaio sarà influenzata dalle scie delle formiche che incontra lungo il proprio itinerario.

Poi ci siamo noi che ci avventuriamo nei social: il nostro comportamento non è valutabile né secondo parametri di eleganza e sincronicità, né per ordine e disciplina, nè per coerenza

In natura è evidente un sistema di comunicazione basato sulla trasmissione di informazioni finalizzate a dei valori essenziali ed imprescindibili: la difesa dai nemici nel caso degli storni o la ricerca di cibo nel caso delle formiche, in ogni caso valori legati alla sopravvivenza.

Nei nostri sempre più ricchi e variegati sistemi di comunicazione ed interazione sui social, la nostra attenzione è richiamata dalle informazioni diffuse dal nostro piccolo o grande gruppo di “storni” di riferimento, diverse da gruppo a gruppo. Quello che manca è la sensibilità capace di definire e rendere riconoscibile una comunità in grado non solo di interagire e comunicare con i propri membri, ma anche e soprattutto di creare, consolidare e trasmettere un sistema di valori, rivelando una tradizione e allargando la comunità di partenza, migliorandola.

Tutto il resto è like tweet e pin

Paola Chiesa


Il linguaggio dell’innovazione

innovazione

 

Come comunicare l’innovazione

Social innovation, smart city, smart community, start up, business plan, social design, societal challenges, elevator pitch, forum leadership, social renaissance, app, sono solo alcune delle parole e slogan ricorrenti quando si parla di innovazione, anzi di innovation.

Già, perché l’innovazione è indissolubilmente legata all’idioma inglese; curioso, visto che in base a una ricerca effettuata in 60 Paesi nel mondo, l’Italia è risultata addirittura agli ultimi posti per la conoscenza della lingua anglosassone (e lasciamo perdere le altre lingue straniere).

Ma non vogliamo in questa sede approfondire il discorso della miopia e dell’inadeguatezza della politica scolastica che non investe strategicamente nell’ insegnamento efficace delle lingue straniere.

Vorremmo invece soffermarci sul fatto che non basta certo utilizzare un linguaggio smart per essere considerati degli innovatori.

Cosa significa esattamente innovazione? “L’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione e sim. (…) In senso concreto, ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica” (Treccani)

In questi termini il rapporto che lega i due concetti è riconducibile in qualche modo a una sorta di lotta, nella quale il nuovo ha la meglio perché scalza il vecchio, sostituendolo.

In ottica smart e di evoluzione però la logica di tale approccio è limitativa, perché non considera il valore della tradizione , che è quella modalità che consente al “vecchio” di evolversi, sopravvivendo quindi ma traducendosi in innovazione. Il nuovo come evoluzione del vecchio, in una consapevole valorizzazione delle irrinunciabili conquiste della civiltà.

Ma è anche necessario porsi una domanda, se vogliamo parlare di efficacia dell’innovazione: come si misura la sua utilità?

Quando si spengono i riflettori sugli avvincenti eventi di presentazione, ci aspetta una scommessa con il mondo esterno, quello vero là fuori: far convivere l’aspetto teorico e tecnologico dell’innovazione, con quello pratico della sua effettiva applicazione nel tessuto sociale ed economico, e delle relative implicazioni. E per fare ciò servono ponti di comunicazione a due vie che mettano in relazione e coinvolgano attivamente i vari soggetti del territorio: gli ambienti della ricerca, le amministrazioni locali, le imprese, i cittadini, la scuola.

Altrimenti tali eventi resteranno affascinanti esercizi virtuosi per pochi soggetti che parlano un linguaggio incomprensibile ai più (tra l’altro sono stata invitata ad un “beach start up party” a Torino, non so cosa sia esattamente, ma so per certo che il mare a Torino non c’è; come mi devo vestire?)

Per farci comprendere nella comunicazione dei valori, laddove le parole non bastano, possiamo utilizzare il linguaggio universale dell’arte, in grado di parlare contemporaneamente alla testa ed al cuore.

L’innovazione feconda è quella che pesca nella memoria del passato, sedimentata e sopita nell’anima di chi vive il presente; è questione di un attimo, se l’intelligenza riesce a riscaldare il cuore, perdendosi in esso, produce il genio. Ed è allora che ci riconosciamo come appartenenti alla stessa comunità evoluta, perché riusciamo a condividere linguaggi e forme di comunicazione antichi e moderni, dando senso e orientamento al nostro presente.

Paola Chiesa


Traffico uguale business

03/07/2014 / e-commerce, Web / 0 Comments
Traffico sito
 Tracciare il traffico con Analytics

Hai un sito, ok… e pensi sia fatto bene, abbia una bella grafica e contenuti interessanti. Ma sai se è davvero così?

Mi è capitato più volte di chiedere “Sai quanti ingressi hai?” a persone che mi dicevano orgogliose di aver appena fatto fare il sito della loro attività: mi guardavano come se gli avessi chiesto qual è la capitale del Turkmenistan..!!! (che peraltro è Ashgabat.., per chi non lo sapesse…)

La maggior parte delle piccole attività che ha commissionato un sito a un web master o a un’agenzia, non ha la minima idea che il sito per avere traffico dovrebbe trovarsi in prima o al massimo in seconda pagina della ricerca su Google, e che esiste un fantastico strumento gratuito per monitorare il traffico del sito: si tratta di Google Analytics!

Collegando il sito al programma di Google (potete farvi aiutare dal vostro web master), è possibile controllare ogni giorno quante persone lo visitano, che pagine guardano, con quali parole chiave entrano e da che pagina, e soprattutto per quanto tempo si soffermano a leggere i contenuti che avete compilato con grande fatica.

E qui potreste scoprire che ciò che avete scritto non viene reputato interessante, che non siete riusciti a colpire l’attenzione, che avete scritto troppo o troppo poco, che i vostri testi non sono chiari e la vostra offerta di servizi non è esattamente quello che cercavano. Soprattutto vi accorgerete quasi subito che non ricevete il traffico che credevate di avere, perché chi vi ha fatto il sito si è occupato della grafica, ma non ha compilato il sito in chiave SEO (tecnica di trattamento dei testi con cui si può migliorare l’indicizzazione sui motori di ricerca), rendendolo quasi invisibile per Google.

Avere un sito è solo un punto di partenza, mai un punto d’arrivo. Quando il vostro sito sarà online inizierà il vero lavoro, quello di mantenerlo sempre aggiornato, di adattarlo alle esigenze dei clienti, di cambiare regolarmente immagini e testi o di pubblicare articoli e novità che raccontino la vostra attività in modo simpatico e piacevole! E Google Analytics vi aiuterà a capire se avete centrato l’obiettivo e cosa invece va modificato!

Per riassumere, Google Analytics vi permette di tracciare:

  • quanti visitatori al giorno riceve il tuo sito
  • quanti sono nuovi e quanti di ritorno
  • quanto tempo il visitatore trascorre sul tuo sito (che è indice dell’interesse suscitato) e la “frequenza di rimbalzo” ossia, se il visitatore entra ed esce immediatamente, senza aprire nemmeno una pagina (che è indice di scarso gradimento del sito)
  • da dove provengono le visite: ad esempio, da Facebook, da Twitter, da Google, da link provenienti da altri siti ecc.
  • con quali parole chiave siete stati trovati (e qui di nuovo diventa fondamentale l’uso della SEO)
  • quanti visitatori hanno raggiunto l’obiettivo che vi siete prefissi (ad esempio la registrazione al sito o l’iscrizione alla Newsletter…)

…E quando diventerete davvero bravi, potrete prendere in considerazione dati sempre più complessi, che vi aiuteranno a comprendere meglio il vostro pubblico, a soddisfarne le esigenze e a trasformare il vostro sito in uno strumento di business sempre più evoluto.

Daniela Savino