Dai dati alle informazioni nella Pubblica Amministrazione

open data

 

L’importanza dei dati della Pubblica Amministrazione per la conoscenza

Che differenza c’è tra non avere a disposizione nessun dato e averne a disposizione tanti?

A ben vedere nessuna, se consideriamo che il dato di per sé non aggiunge valore a ciò che conosciamo; ciò che veramente ci arricchisce è l’informazione, il risultato dell’elaborazione dei dati, che ci permette di venire a conoscenza di qualcosa.

Quindi i dati da soli non ci salveranno…

E’ interessante però notare l’importanza attribuita ai dati dalle aziende private, che con processi sofisticati e complessi li strutturano, li elaborano e li monitorano con analytics potenti per ricavarne informazioni utili ai fini delle politiche di marketing.

Diversamente la Pubblica Amministrazione è mediamente spettatrice e vittima dell’entropia da lei stessa creata; i dati, quando ci sono, a volte non sono adeguatamente governati, mediamente non sono comunicati, spesso e volentieri non sono spiegati. Così nella percezione comune del cittadino generano qualcosa che, paradossalmente, viene percepito come un appesantimento e una complicazione della macchina amministrativa, aggravati da una terminologia pressoché incomprensibile (open data, open government, open content, open source ecc.) e dall’errore prospettico di considerare l’argomento come appannaggio di informatici ed ingegneri, confondendo lo strumento tecnologico con lo scopo di principio: applicare la trasparenza.

Parlare di dati nella PA implica un chiaro riferimento alla tematica della trasparenza e agli open data.

L’open data si richiama alla più ampia disciplina dell’open government, cioè una dottrina in base alla quale la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, tanto in termini di trasparenza quanto di partecipazione diretta al processo decisionale, anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; e ha alla base un’etica simile ad altri movimenti e comunità di sviluppo “open”, come l’open source, l’open access e l’open content.

Il fatto di trovare sui siti web dei Comuni o sui portali dedicati, innumerevoli record di dataset, di per sé non è sufficiente, perché sono dati aggregati cui manca il tassello finale in grado di dare senso ai dati: l’informazione che portano con sé.

Cosa significano quei dataset? A chi sono destinati? Cosa ci si può fare? Cosa significa riutilizzarli? Chi è a conoscenza dell’esistenza di tali dati? I cittadini cosa sanno degli open data?

Perché tutte queste domande?

Perché il nostro approccio da attivisti digitali ci spinge non solo a voler capire la realtà in cui viviamo, ma anche a voler fare un po’ di chiarezza in un argomento che a torto viene ritenuto riserva di caccia di nerd che parlano inglese e di autoreferenziali innovatori.

A ben vedere, proprio la materia degli open data richiede la collaborazione creativa e trasversale tra soggetti diversi, giuristi ingegneri informatici, uffici amministrativi e della comunicazione, affinché possa generare un valore aggiunto significativo per la comunità di riferimento.

Gli open data non sono il punto di arrivo di un’amministrazione che applica la normativa sulla trasparenza, sono anzi un punto di partenza verso forme di democrazia partecipata, per trovare soluzioni condivise sulle finalità di utilizzo, per consentire la conoscenza delle politiche pubbliche, per stimolare la produzione di nuovi open data, per avviare politiche sinergiche tra PA su tematiche comuni, per incentivare le imprese a creare prodotti utili ed innovativi.

Il requisito primo è che tutti dobbiamo parlare lo stesso linguaggio (magari anche l’italiano), fatto di percorsi ed obiettivi condivisi.

Quando in passato, in campagna di inverno, ci si recava alla sera in visita a casa di qualcuno, era buona usanza portare con sé un tizzone ardente preso dalla propria stufa, che aveva la duplice funzione di illuminare il tragitto a piedi e di contribuire a riscaldare la casa dell’ospite. Un gesto inequivocabile con una triplice valenza di cortesia, utilità e bene comune.

Mutatis mutandis, riportando il discorso a come potrebbe essere la diffusione della cultura degli open data da parte della Pubblica Amministrazione, immaginiamola come una padrona di casa che voglia invitare a cena degli ospiti ma:

1) non glielo faccia sapere

2) non comunichi l’indirizzo di casa

3) non dica che a casa propria fa freddo e che per il bene di tutti è meglio che ognuno porti un tizzone per la stufa

La conseguenza sarà che alcuni non andranno a casa della signora perché nessuno li ha informati, altri non ci arriveranno perché non sanno l’indirizzo, infine i fortunati che ci saranno riusciti non ci torneranno più, quanto meno perché saranno morti di freddo…

E la padrona di casa continuerà a frequentare i soliti quattro amici.

Una PA la cui attività sia realmente animata dalla volontà di diffondere la cultura degli open data dovrebbe seguire un metodo logico in cui sia evidente il percorso e l’obiettivo, grazie a semplici ed indispensabili passi:

  1. pubblicare dataset open data
  2. divulgare con iniziative pubbliche rivolte alla cittadinanza la tematica degli open data
  3. stimolare gli stakeholders del territorio (cittadini, imprese, associazioni, altri enti pubblici) a riutilizzare gli open data
  4. rendere gli open data uno strumento concreto per intervenire sulla realtà, migliorandone le criticità grazie al contributo di diversi soggetti
  5. utilizzare i social media quale strumento di comunicazione snello a supporto dell’attività dell’ente in tema di open data
  6. verificare il miglioramento del servizio pubblico in seguito all’utilizzo/riutilizzo degli open data.

C’è una grossa differenza tra una PA che applica la normativa sulla trasparenza in quanto “deve”, e una che invece abbraccia spontaneamente e proattivamente i valori della trasparenza.

E quando cominceremo a misurare i risultati sulla base del miglioramento della qualità dei servizi erogati, sarà il cittadino, e non le società di rating, che potrà dire se vive in una comunità smart. A quel punto probabilmente gli open data non saranno più né un mistero né fonte di smarrimento per nessuno, e potremo forse anche chiamarli dati aperti.

Paola Chiesa


Costruire la smart city con un’equazione

equazione smart city

 

L’equazione smart city

Tutta la vita è risolvere problemi” diceva Karl Popper… ma perché abbiamo la sensazione che, anziché provare a risolverli, ci si diletti a crearne sempre di nuovi?

Parlando ad esempio di smart city, è assodato che una città è smart se lo è la comunità in cui è inserita; di fatto però, nella maggioranza dei casi non è al momento identificabile una vera e propria comunità, quanto piuttosto singole individualità ed esperienze, magari anche di eccellenza, che la rete non riesce a far proprie, perché ancora la cultura della condivisione e quindi della comunità da noi è immatura: la rete è per lo più virtuale , è il mondo dei social, dei portali open data, delle conferenze e degli eventi… e poi? Perché non si riesce a trasformare quell’esperienza in valore aggiunto per il cittadino, lo studente, l’ente pubblico, l’impresa? Si preferisce crogiolarsi nella sregolatezza del genio italico che miracolosamente sarà prima o poi in grado di produrre risultati inaspettati e gratificanti (sempre per pochi), piuttosto che seguire un metodo, una tecnica, una logica matematica, che sia in grado non solo di condurre a risultati prevedibili e programmabili, ma anche e soprattutto di verificare l’efficacia in termini di utilità, per la comunità intera, dei risultati raggiunti; quella logica che, se necessario, consentirà di ritarare i parametri in base ai nuovi obiettivi di riferimento.

Coerentemente con quanto scritto, abbiamo allora voluto drappeggiare di utilità queste righe, provando a studiare l’equazione matematica che potrebbe supportare i progetti legati allo sviluppo della smart city e della comunità di riferimento.

E l’abbiamo immaginata così:

dove T= territorio (smart city), PA= Pubblica Amministrazione, C= cittadini, I= imprese, S= scuole

Il territorio inteso come città a misura d’uomo, smart, è il risultato dell’ impegno sinergico dei suoi enti pubblici, dei cittadini, di imprese e scuole, elevato alla potenza “responsabilità”, intesa come capacità di dare risposte efficaci ed utili, alla collettività .

Per converso quindi, la radice di un territorio basato sulla capacità di dare delle risposte, è data dall’impegno sinergico della PA, dei cittadini, delle imprese e delle scuole.

Emerge come nè l’impegno solitario di ognuno di questi soggetti, né l’impegno congiunto ma non finalizzato a produrre dei risultati verificabili, siano sufficienti per costruire la città o il territorio smart; una lodevole iniziativa di un Comune che non sia frutto di una contaminazione con la cittadinanza lascia il tempo che trova, così come l’imprenditore illuminato che realizza un progetto esemplare ma di fatto isolato o non replicabile.

L’elemento chiave è la responsabilità intesa come capacità di dare risposte a qualcuno, sulla base di dati, di risorse, di processi e di risultati; non dimenticando che quel “qualcuno” è la comunità.

Ecco che allora la comunità diventerà tanto più smart, ovvero intelligente, quanto più sarà alta la consapevolezza di dover pretendere risultati misurabili e verificabili.

Paola Chiesa


Da una pietra a un modello di smart community

walt disney,smart community

 

Un prototipo di smart community

“Di fronte a scenari inediti occorre rispondere in modo inedito”; sorrido pensando allo slogan di un evento che si tenne a Torino a fine 2010, due giorni di lavori che per noi sono stati il seme che abbiamo successivamente cercato di far germogliare…

Tutto è nato da una pietra, una delle dieci messe all’asta durante il seminario, che personalmente abbiamo raccolto proprio perché pronti ad un’azione concreta rispetto all’assunzione di responsabilità. Quella pietra si chiamava non a caso Immaginario

Il portale responsabilities.it (response + abilities) è il frutto di quel seme raccolto: l’ideazione di uno strumento capace di essere propagatore dell’humus dal quale è partito e che si sviluppa e si rivolge a due ambiti: la persona e l’impresa, saldamente radicate nel territorio, nel quale vivono ed operano, con il quale possono interagire e verificare in modo diretto i risultati dei propri interventi.

Il portale è l’espressione concreta di un modello di smart community, nella quale i diversi attori del territorio, cioè il cittadino, l’impresa, l’ente pubblico, la scuola, le associazioni, collaborano per costruire insieme un modello di realtà ed un modo di partecipare alla cosa pubblica, basati sul territorio di riferimento.

Nella sezione e-commerce sono ospitate gratuitamente le aziende per la vendita di prodotti e servizi on line; nella sezione relativa ai medici si può richiedere la prenotazione online delle visite mediche.

Quando si acquista un prodotto o un servizio, una percentuale viene devoluta dal venditore ai progetti sostenuti in quel periodo, di natura culturale, ambientale, sociale.

Il portale è stato realizzato come un prototipo che si pone come uno strumento concreto e attivo per contribuire, in ottica di responsabilità sociale e di cittadinanza attiva, a trovare soluzioni originali ed inedite nel complesso e faticoso scenario economico e sociale in cui viviamo.

Il modello è nato a Torino nel 2012, ma per sua natura punta alla replicabilità e scalabilità in altre città, con l’obiettivo di valorizzare i diversi territori, ognuno con le proprie peculiarità.

E’ doveroso, sempre in ottica di condivisione, evidenziare la criticità di questo progetto, che è quella di essere germogliato in autonomia e libertà, come quei fiori che nascono miracolosamente tra le rocce: è un progetto di natura politica ma non ha nessun padrino; è un progetto imprenditoriale di ampio respiro, ma non rientra in nessun circuito di start up innovative; è un prototipo funzionante, in un Paese in cui spesso contano di più i business plan patinati; è stato ideato ed implementato da una donna, ma nel contesto del sostegno all’imprenditoria femminile ciò non ha rappresentato alcun vantaggio; si rivolge al target delle piccole imprese, ma in Italia non c’è né la consapevolezza né una strategia sul ruolo delle piccole aziende nell’economia e nella società.

Evidentemente ci sfugge qualcosa…

Paola Chiesa


Il linguaggio dell’innovazione

innovazione

 

Come comunicare l’innovazione

Social innovation, smart city, smart community, start up, business plan, social design, societal challenges, elevator pitch, forum leadership, social renaissance, app, sono solo alcune delle parole e slogan ricorrenti quando si parla di innovazione, anzi di innovation.

Già, perché l’innovazione è indissolubilmente legata all’idioma inglese; curioso, visto che in base a una ricerca effettuata in 60 Paesi nel mondo, l’Italia è risultata addirittura agli ultimi posti per la conoscenza della lingua anglosassone (e lasciamo perdere le altre lingue straniere).

Ma non vogliamo in questa sede approfondire il discorso della miopia e dell’inadeguatezza della politica scolastica che non investe strategicamente nell’ insegnamento efficace delle lingue straniere.

Vorremmo invece soffermarci sul fatto che non basta certo utilizzare un linguaggio smart per essere considerati degli innovatori.

Cosa significa esattamente innovazione? “L’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione e sim. (…) In senso concreto, ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica” (Treccani)

In questi termini il rapporto che lega i due concetti è riconducibile in qualche modo a una sorta di lotta, nella quale il nuovo ha la meglio perché scalza il vecchio, sostituendolo.

In ottica smart e di evoluzione però la logica di tale approccio è limitativa, perché non considera il valore della tradizione , che è quella modalità che consente al “vecchio” di evolversi, sopravvivendo quindi ma traducendosi in innovazione. Il nuovo come evoluzione del vecchio, in una consapevole valorizzazione delle irrinunciabili conquiste della civiltà.

Ma è anche necessario porsi una domanda, se vogliamo parlare di efficacia dell’innovazione: come si misura la sua utilità?

Quando si spengono i riflettori sugli avvincenti eventi di presentazione, ci aspetta una scommessa con il mondo esterno, quello vero là fuori: far convivere l’aspetto teorico e tecnologico dell’innovazione, con quello pratico della sua effettiva applicazione nel tessuto sociale ed economico, e delle relative implicazioni. E per fare ciò servono ponti di comunicazione a due vie che mettano in relazione e coinvolgano attivamente i vari soggetti del territorio: gli ambienti della ricerca, le amministrazioni locali, le imprese, i cittadini, la scuola.

Altrimenti tali eventi resteranno affascinanti esercizi virtuosi per pochi soggetti che parlano un linguaggio incomprensibile ai più (tra l’altro sono stata invitata ad un “beach start up party” a Torino, non so cosa sia esattamente, ma so per certo che il mare a Torino non c’è; come mi devo vestire?)

Per farci comprendere nella comunicazione dei valori, laddove le parole non bastano, possiamo utilizzare il linguaggio universale dell’arte, in grado di parlare contemporaneamente alla testa ed al cuore.

L’innovazione feconda è quella che pesca nella memoria del passato, sedimentata e sopita nell’anima di chi vive il presente; è questione di un attimo, se l’intelligenza riesce a riscaldare il cuore, perdendosi in esso, produce il genio. Ed è allora che ci riconosciamo come appartenenti alla stessa comunità evoluta, perché riusciamo a condividere linguaggi e forme di comunicazione antichi e moderni, dando senso e orientamento al nostro presente.

Paola Chiesa


IT DAY 2014 – Torino 30 maggio 2014

It Day 2014 Torino
 It Day 2014

“Sognavo una macchina amichevole alla quale delegare quelle operazioni che sono causa di fatica mentale e di errori, una macchina che sapesse imparare e poi eseguire docilmente, che immagazzinasse dati e istruzioni semplici e intuitive, il cui uso fosse alla portata di tutti, che costasse poco e fosse delle dimensioni degli altri prodotti per ufficio ai quali la gente era abituata. Dovevo creare un linguaggio nuovo, che non avesse bisogno dell’interprete in camice bianco” (Pier Giorgio Perotto)

Se volessimo trovare un filo conduttore che idealmente colleghi la “Perottina”, Programma 101, primo prototipo mondiale di personal computer inventato dall’ing. Pier Giorgio Perotto nel 1964 alla Olivetti, e il mondo dei social network presentato al convegno IT DAY – IT’s SOCIAL NETWORK del Club Dirigenti di Informatica di Torino, potremmo individuarlo nella tecnologia disegnata per aiutare l’uomo ad essere più libero e più autonomo.

E così le brillanti esperienze presentate al convegno IT day 2014, da quella di Instagram e del suo peculiare racconto per immagini del territorio (Orazio Spoto), a quella sulla mobilità sostenibile di Granda Transit (Mauro Paoletti), a quella sul supporto ai servizi di emergenza durante i grandi eventi attraverso l’analisi dei social media (Fabio Ciravegna), alla nuova frontiera dell’Ict che nella RAI si fonde sempre più con il contenuto (Massimo Rosso), alla capacità di migliorare il comportamento nella guida di Fiat eco Drive (Massimo Cavazzini), alla centralità dell’esperienza del cliente di Alpitour nei social (Elena Usilla), verranno ricordate non solo per la competenza e la capacità di suscitare emozione da parte dei loro relatori, ma anche per il messaggio molto preciso che ha raggiunto la platea, ovvero quello dell’irrinunciabile carattere di utilità che deve avere la tecnologia per risultare interessante ed intrigante, grazie anche ad un complice utilizzo dei social.

Torino, che come ci ricorda l’Assessore Enzo Lavolta è la città dove da sempre nasce il futuro (http://www.torinosmartcity.it/), si pone l’obiettivo di concretizzare in azioni e buone pratiche la sfida di creare una comunità smart diffusa sul territorio in grado di rendere la vita dei cittadini più armoniosa, inclusiva, sostenibile.

La nostra più grande emozione è stata vedere la “Perottina” esposta nei locali del Teatro Regio, su gentile concessione del Museo del Politecnico di Torino. Sobrietà e riservatezza ancora una volta ci hanno ammaliato e ci hanno ricordato un valore intramontabile: l’eleganza sabauda.

Paola Chiesa