bla bla blogger 1 febbraio 2016

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La community di  #adotta1blogger consiglia per questa settimana la lettura dei seguenti post ed articoli “adottati”, ovvero  che sono stati divulgati attraverso i canali social della community con spirito di condivisione, per veicolare e diffondere informazione, formazione e cultura.

Buona lettura!

Potrebbe interessarti una panoramica sulle migliori applicazioni fotografiche per Android, dallo scatto alla modifica fino a giungere all’archiviazione e condivisione. Insomma un vero e proprio flusso di lavoro fotografico.
Oppure  saper utilizzare Google+ per il lavoro, partendo da un esempio di utilizzo concreto per spingere il proprio blog.
Quindi ora, anzichè produrle in serie alte, perfette, longilinee e dai visi perfettamente simmetrici e armonici, hanno pensato bene di produrre anche bambole più bassine e tarchiatelle. Ma anche le bambole più tarchiate hanno comunque visi simmetrici e armonici, le caviglie sottilissime, le braccia tornite e i nasini all’insù. Sono poi così realistiche le nuove Barbie?
Ah, l’ambizione! C’è chi sa viverla bene e chi no. C’è chi si lascia ispirare e chi, invece, appena ha un desiderio un po’ più elevato degli altri, lo ricaccia giù giù giù nel fondo del suo cassetto.
Interessante l’intervista al diciassettenne sull’utilizzo della Rete, tra social e app!
Se quello che nel Web manca è la gestualità, la prossimità, la fisicità, è allora anche vero che è importante imparare a comunicare servendosi di uno strumento che ha caratteristiche e peculiarità tutte sue.
Il blog è anche una questione di orgoglio, ma nessuno perde la faccia se per orgoglio si concede un periodo col lusso del mutismo selettivo. Continuo a chiedermi se effettivamente, tutti questi che pubblicano a raffica articoli copia e incolla di “divulgazione sulla comunicazione on line” effettivamente poi lavorino davvero nel settore.
Persino a scuola, alla fine del primo quadrimestre (o del trimestre… già, perché in tante scuole ora abbiamo i trimestri e i pentamestri) ci si prende un attimo di pausa!
Pausa, ecco, è proprio quello che ci vuole per leggere piacevolmente i #CurriculumDelLettore di Gennaio.

Ovvero:

Social media
A lezione da un 17enne: il Web tra mobile, social e chat app. di Paolo Ratto

Scrittura, Blogging
I 10 mantra della Comunicazione nel Web [+Infografica] di Ludovica De Luca

La coerenza dell’incostanza nel blogging. di Sonia Calamiello

#CurriculumDelLettore, un gennaio professionale. di Rita Fortunato

Pedagogia, Psicologia
Come era un tempo il febbraio; a scuola. di Monica D’Alessandro Pozzi

Ecco le Barbie realistiche, sarà, ma io le vedo ugualmente snob. di Delia Enigmamma

Che differenza c’è fra l’ambizione e un salto nell’iperspazio? di Paola Fantini

Tutorials, Tools
Le migliori 10 applicazioni fotografiche per Android. di Francesco Effeslash

[Social Network e Lavoro]: Utilizziamo Google Plus. di Andrea Toxiri

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Luca Borghi, Raffaele De Sandro Salvati, Simone Bennati, Francesco Ambrosino, Sylvia Baldessari.

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Un particolare ringraziamento va ancora ai blogger che nel mese di Gennaio sono stati più attivi nel gruppo facebook Adotta 1 Blogger, attraverso adozioni, condivisioni, segnalazioni, commenti e suggerimenti.

Eccoli, i magnifici 7: Silvia Camnasio, Massimo Della Penna, Nick Murdaca, Daniela Conte, Rita Fortunato, Valeria Bianchi Mian, Francesco Ambrosino.

gennaioba cura di Paola Chiesa


bla bla blogger 16 giugno 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Iniziano presto i generatori d’ansia, in particolare al passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria. “Sospetto dsa”, “sospetto dislessia”, “sospetto ADHD” dicono, riferendosi a bimbi che non hanno ancora iniziato a leggere, scrivere e far di conto, se non in misura assai ridotta. Poco si parla invece delle abilità apprese rispetto all’inizio del percorso, poco si dice delle inclinazioni del bambino, del carattere, delle capacità di relazioni acquisite. Tutto passa in secondo piano rispetto ad un qualcosa che ha a che fare strettamente con la prestazione. Poi cresci e ti senti un’oca all’ingrasso, alimentata a forza con un imbuto in gola: come manager, il tuo tempo è una risorsa scarsa e preziosa; come libero professionista, il tuo tempo è denaro; come uomo o donna, il tuo tempo è vita. E ci servono come l’aria quegli strumenti che ci aiutano a risparmiare tempo, ottimizzandolo.
Allora sorge spontanea una domanda: che rapporto c’è tra narrazione ed efficacia delle pratiche educative? A fianco allo storytelling che tante aziende attuano perché è l’arte del raccontare storie impiegata come strategia di comunicazione persuasiva, l’educazione professionale può, anzi, deve mostrare uno scarto: non narro per persuaderti, ma narro perché ciò serve a comprendere. I servizi educativi fanno fatica ad assolvere a questa funzione.
Persino Facebook dall’inizio del 2015 ha stretto sempre più le proprie maglie per indirizzare gli iscritti verso un uso più consapevole del social network. Tra i requisiti c’è quello di scegliere “il biglietto da visita” che meglio rappresenti la propria identità sul social network e a comprendere le differenze tra profilo privato, fan page, gruppi, anche perché il passaggio da un profilo privato a una pagina facebook non è proprio indolore.
Se si vuole allora evitare che una strategia imprenditoriale si riveli fallimentare, è necessario comunicare in modo tempestivo, non stravolgere completamente il progetto, rispettare i contratti, proteggere i dati degli utenti, prevedere un piano di eventuale crisi reputazionale che integri i social.
A questo punto è forse bene rispolverare anche le liste, per raccogliere nel modo migliore i ricordi e per non disperderli. Esse sono anche terapeutiche, una sorta di esorcismo contro il panico dell’oblio e la sensazione di perdita di memoria, di se stessi e della vita che fluisce senza forma. C’è una sorta di panico “a bassa intensità” che sembra a volte accompagnarci, e forse è quello che ci fa desiderare tra le mura domestiche il viaggio di un peperoncino, il fumo di una sigaretta, il profumo del caffè, il sapore di un bacio, il voler vivere in un sogno…

Ovvero:

Generatori d’ansia – Parte 1- La valutazione. di Elisa Benzi

I 3 strumenti chiave che uso per massimizzare il mio tempo su LinkedIn. di Luca Bozzato

Educazione: narrazione vs efficacia. di Anna Gatti

Come convertire il profilo in Pagina quando dà errore. di Maura Cannaviello

Come distruggere il proprio business. Adotta un Ragazzo e la sua strategia “scellerata”. di Angelo Cerrone

Le liste, che passione.  di Giovanni Manizzi

Habanero, tabacco e caffè, romanzo rosa tra Grado e Trieste. di Rita Fortunato

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Francesco Ambrosino, Sonia Bertinat, Anna Pompilio.

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa

 

 

 

 


bla bla blogger 22 aprile 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Dal 21 aprile 2015, l’aggiornamento mobile di Google premierà quei siti web che garantiscono una piena user experience da dispositivi mobile, a discapito dei siti che vengono invece visualizzati in modo sbagliato o incompleto. Ci saranno pesanti ripercussioni pratiche su moltissimi siti web, visto che la percentuale di traffico che interessa i dispositivi mobile sta crescendo di anno in anno; diciamo che ogni azienda dovrebbe seriamente pensare di ristrutturare il proprio sito rendendolo quantomeno responsive, per evitare di essere messi da parte nel proprio mercato.
Il commercio elettronico è un’industria che ha visto una crescita esponenziale nell’ultimo decennio. Se il tuo ecommerce non funziona non è però colpa del commercio on line; magari c’è qualcosa di sbagliato in quello che stai facendo… dimmi almeno che il tuo ecommerce è ottimizzato per il mobile! Certo non è sufficiente, ma è un passo necessario.
Altro requisito importante è il Social Media Marketing, che si fonda su 4 solidi pilastri: la resilienza come capacità di sopravvivere alla crisi, la trasparenza del brand come capacità di riacquistare il valore, l’affidabilità come capacità di conquistare la fiducia del cliente, l’amicizia che il brand deve saper far nascere. Da qui al Social Customer Care il passo è tutto sommato breve, se ci credi.
Comunicare, coinvolgere, avere cura, non sono concetti applicabili solo in azienda, ma anche alla scuola, se si vuol fare prevenzione e contrastare il fenomeno del cyberbullismo. Ma tu chi sei? E dove stai andando? Spesso comprendiamo chi siamo solo dopo numerose esperienze che ci hanno portato lì e non altrove, in quel momento e non in un altro. E magari non siamo pronti al coming out di un figlio, perché la pancia agisce spesso in modo non conforme alla testa e ci troviamo posseduti da quei pregiudizi che per una vita abbiamo cercato di scardinare. Abbiamo a che fare con troppe  parole pronunciate con inerzia o ignoranza, ripetute con leggera convinzione, abusate e svilite da un inappropriato uso, lanciate come frecce ad un bersaglio e finite come conficcate da un maldestro tiratore di coltelli. E’ un salto mentale quello che ci permetterà di liberarci del superfluo, vivere con leggerezza e di staccarci senza rimpianti dagli oggetti del nostro passato.

Ovvero:

Aggiornamento mobile-friendly di Google: cosa conviene fare di Fabio Piccigallo

Se il tuo e-commerce non funziona, forse stai facendo tu qualcosa di sbagliato di Susanna Moglia

Quattro Chiacchiere con Rachele Zinzocchi sul Social Care (e non solo!) di Francesco Ambrosino

Le nuove linee guida sul bullismo e cyberbullismo di Mauro Alovisio

Chi sei e dove stai andando? Scopri come trovare le risposte di Annachiara Margapoti

Idee di testa e idee di pancia: il coming out visto dai genitori di Sonia Bertinat

Senza parole di Anna Falcinelli

“Il magico potere del riordino” di Marie Kondo, il libro per liberarsi del superfluo e vivere con leggerezza di Serena Puosi

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Valeria Bianchi Mian, Ilaria De Vita, Rita Fortunato, Emma Frignani, Nick Murdaca, Fabio Piccigallo

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa

 


Costruire la smart city con un’equazione

equazione smart city

 

L’equazione smart city

Tutta la vita è risolvere problemi” diceva Karl Popper… ma perché abbiamo la sensazione che, anziché provare a risolverli, ci si diletti a crearne sempre di nuovi?

Parlando ad esempio di smart city, è assodato che una città è smart se lo è la comunità in cui è inserita; di fatto però, nella maggioranza dei casi non è al momento identificabile una vera e propria comunità, quanto piuttosto singole individualità ed esperienze, magari anche di eccellenza, che la rete non riesce a far proprie, perché ancora la cultura della condivisione e quindi della comunità da noi è immatura: la rete è per lo più virtuale , è il mondo dei social, dei portali open data, delle conferenze e degli eventi… e poi? Perché non si riesce a trasformare quell’esperienza in valore aggiunto per il cittadino, lo studente, l’ente pubblico, l’impresa? Si preferisce crogiolarsi nella sregolatezza del genio italico che miracolosamente sarà prima o poi in grado di produrre risultati inaspettati e gratificanti (sempre per pochi), piuttosto che seguire un metodo, una tecnica, una logica matematica, che sia in grado non solo di condurre a risultati prevedibili e programmabili, ma anche e soprattutto di verificare l’efficacia in termini di utilità, per la comunità intera, dei risultati raggiunti; quella logica che, se necessario, consentirà di ritarare i parametri in base ai nuovi obiettivi di riferimento.

Coerentemente con quanto scritto, abbiamo allora voluto drappeggiare di utilità queste righe, provando a studiare l’equazione matematica che potrebbe supportare i progetti legati allo sviluppo della smart city e della comunità di riferimento.

E l’abbiamo immaginata così:

dove T= territorio (smart city), PA= Pubblica Amministrazione, C= cittadini, I= imprese, S= scuole

Il territorio inteso come città a misura d’uomo, smart, è il risultato dell’ impegno sinergico dei suoi enti pubblici, dei cittadini, di imprese e scuole, elevato alla potenza “responsabilità”, intesa come capacità di dare risposte efficaci ed utili, alla collettività .

Per converso quindi, la radice di un territorio basato sulla capacità di dare delle risposte, è data dall’impegno sinergico della PA, dei cittadini, delle imprese e delle scuole.

Emerge come nè l’impegno solitario di ognuno di questi soggetti, né l’impegno congiunto ma non finalizzato a produrre dei risultati verificabili, siano sufficienti per costruire la città o il territorio smart; una lodevole iniziativa di un Comune che non sia frutto di una contaminazione con la cittadinanza lascia il tempo che trova, così come l’imprenditore illuminato che realizza un progetto esemplare ma di fatto isolato o non replicabile.

L’elemento chiave è la responsabilità intesa come capacità di dare risposte a qualcuno, sulla base di dati, di risorse, di processi e di risultati; non dimenticando che quel “qualcuno” è la comunità.

Ecco che allora la comunità diventerà tanto più smart, ovvero intelligente, quanto più sarà alta la consapevolezza di dover pretendere risultati misurabili e verificabili.

Paola Chiesa


Da una pietra a un modello di smart community

walt disney,smart community

 

Un prototipo di smart community

“Di fronte a scenari inediti occorre rispondere in modo inedito”; sorrido pensando allo slogan di un evento che si tenne a Torino a fine 2010, due giorni di lavori che per noi sono stati il seme che abbiamo successivamente cercato di far germogliare…

Tutto è nato da una pietra, una delle dieci messe all’asta durante il seminario, che personalmente abbiamo raccolto proprio perché pronti ad un’azione concreta rispetto all’assunzione di responsabilità. Quella pietra si chiamava non a caso Immaginario

Il portale responsabilities.it (response + abilities) è il frutto di quel seme raccolto: l’ideazione di uno strumento capace di essere propagatore dell’humus dal quale è partito e che si sviluppa e si rivolge a due ambiti: la persona e l’impresa, saldamente radicate nel territorio, nel quale vivono ed operano, con il quale possono interagire e verificare in modo diretto i risultati dei propri interventi.

Il portale è l’espressione concreta di un modello di smart community, nella quale i diversi attori del territorio, cioè il cittadino, l’impresa, l’ente pubblico, la scuola, le associazioni, collaborano per costruire insieme un modello di realtà ed un modo di partecipare alla cosa pubblica, basati sul territorio di riferimento.

Nella sezione e-commerce sono ospitate gratuitamente le aziende per la vendita di prodotti e servizi on line; nella sezione relativa ai medici si può richiedere la prenotazione online delle visite mediche.

Quando si acquista un prodotto o un servizio, una percentuale viene devoluta dal venditore ai progetti sostenuti in quel periodo, di natura culturale, ambientale, sociale.

Il portale è stato realizzato come un prototipo che si pone come uno strumento concreto e attivo per contribuire, in ottica di responsabilità sociale e di cittadinanza attiva, a trovare soluzioni originali ed inedite nel complesso e faticoso scenario economico e sociale in cui viviamo.

Il modello è nato a Torino nel 2012, ma per sua natura punta alla replicabilità e scalabilità in altre città, con l’obiettivo di valorizzare i diversi territori, ognuno con le proprie peculiarità.

E’ doveroso, sempre in ottica di condivisione, evidenziare la criticità di questo progetto, che è quella di essere germogliato in autonomia e libertà, come quei fiori che nascono miracolosamente tra le rocce: è un progetto di natura politica ma non ha nessun padrino; è un progetto imprenditoriale di ampio respiro, ma non rientra in nessun circuito di start up innovative; è un prototipo funzionante, in un Paese in cui spesso contano di più i business plan patinati; è stato ideato ed implementato da una donna, ma nel contesto del sostegno all’imprenditoria femminile ciò non ha rappresentato alcun vantaggio; si rivolge al target delle piccole imprese, ma in Italia non c’è né la consapevolezza né una strategia sul ruolo delle piccole aziende nell’economia e nella società.

Evidentemente ci sfugge qualcosa…

Paola Chiesa


Non sei un innovatore se non conosci Tesla!

Nikola Tesla

 

Chi era Nikola Tesla?

Nikola Tesla  è considerato da molti la figura più geniale della storia umana dopo Leonardo da Vinci: per la qualità del suo intelletto, per la quantità e varietà di opere prodotte, per la capacità di lavorare contemporaneamente su più progetti e per i poliedrici interessi che non riguardavano solo la scienza e la tecnologia, ma anche la filosofia, la sociologia e perfino il misticismo.

Viene ricordato per la scoperta della corrente alternata e per l’unità di misura dell’induzione magnetica, il tesla (T), ma il suo ingegno è alla base di parecchie invenzioni: la bobina ad alta frequenza, che consente la produzione di corrente alternata grazie ad un campo magnetico di intensità variabile, e che sta alla base ad esempio degli alti voltaggi dei tubi catodici nei nostri attuali computer, così come nelle radio e nei televisori; gli studi sulla robotica, sulle sorgenti di energia alternativa, come quella geotermica o mareale, sui raggi X; pose le basi per il microscopio elettronico prima ancora della scoperta degli elettroni, studiò una macchina per indurre il sonno, inventò nuovi tipi di lampadine ad altissimo rendimento, in particolare quelle a fluorescenza e migliorò quelle convenzionali esistenti; arrivò ad una maggiore comprensione della trasmissione di energia elettromagnetica senza fili, cosa che lo avrebbe portato a costruire il primo trasmettitore radio del mondo; e tanto altro ancora…

Dal nostro punto di vista la grandezza dello scienziato Tesla si aggiunge alla profondità e sensibilità dell’uomo, che dedicò la sua vita allo studio dell’energia ed al modo di utilizzarla nella società: “la scienza non è nient’altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità” diceva; riuscendo a portare l’elettricità in tutte le case a grandissime distanze, rivoluzionò non solo la tecnologia dell’epoca ma anche la stessa società.

Grazie ai finanziamenti dell’industriale George Westinghouse, Tesla riuscì a portare avanti le sue ricerche e ad inaugurare la prima centrale idroelettrica a corrente alternata presso le cascate del Niagara nel 1896, pronunciando le seguenti parole che divennero il manifesto della sua vita: “Se vogliamo eliminare la miseria e la povertà,…l’elettricità è il nostro baluardo. La fonte primaria delle nostre versatili energie. Con l’energia elettrica sufficiente a nostra disposizione possiamo soddisfare la maggior parte dei nostri bisogni e garantire un’esistenza comoda e sicura a tutti”. Il grande disegno di Tesla era quello di distribuire energia gratuita a tutti invece di far pagare per essa. In una società del genere la pace e la prosperità sarebbero state universali.

Ma questo contrastava con la logica del profitto imperante nel mondo, per cui gli ultimi vent’anni della sua vita lo videro vittima sacrificale sull’altare della comunità scientifica ed industriale. Rimase senza capitale, indispensabile per testare le sue teorie, e visse una vita quasi al limite dell’indigenza.

L’attualità del pensiero di Nikola Tesla risiede nel suo peculiare linguaggio: nonostante la sua profonda conoscenza delle leggi fisiche e matematiche, non abbiamo progetti circostanziati delle sue invenzioni, perché i veri schemi di progetto erano custoditi nella sua mente. Tesla menzionava spesso l’esistenza di un mondo in cui la conoscenza di tutto quanto esiste è già scritta in una specie di archivio di “memoria cosmica” che può essere attivato da un atto intenzionale. Fu così che apprese il metodo di visualizzare le sue stesse invenzioni nei più minuti dettagli, senza alcun bisogno di calcoli o progetti scritti sulla carta. Le sue invenzioni esistevano già nella sua mente, come frutto di un processo creativo ispirato da forze superiori che la sua ansia di conoscenza aveva risvegliato dal suo inconscio. Il formalismo da lui utilizzato era nascosto nella sua mente.

Fu tacciato di pazzia millanteria e megalomania, eppure spese una vita intera per studiare la trasmissione delle varie forme di energia, che lui considerava universalmente come cosmica, per riuscire a portare un benessere diffuso all’umanità, che voleva unita tra gli esseri viventi e il pianeta ricco di energie risonanti. Una delle sue grandi spinte, oltre alla necessità di fornire “energia libera a tutti”, era quella di mettere tutti in comunicazione l’uno con l’altro.

Forse dopo circa 100 anni qualche insegnamento da tutto ciò possiamo cominciare a trarlo:

per esempio che ostacolare e dimenticare la genialità umana quando è scomoda, è paragonabile ad un delitto; che le innovazioni spesso arrivano da lontano, e che vanno insegnate nelle scuole affinchè possano trasformarsi in tradizione e civiltà; che la comunicazione è un obiettivo che si raggiunge attraverso diversi linguaggi, nonostante i nostri eventuali limiti che possono impedirci di comprenderli; che al centro di tutto, nonostante tutto, deve esserci l’uomo. E senza retorica.

Paola Chiesa

Per chi volesse approfondire la biografia e le invenzioni di Nikola Tesla, consiglio vivamente questo piacevolissimo libro:

Tesla lampo di genio – Massimo Teodorani – Macro Edizioni


Il linguaggio dell’innovazione

innovazione

 

Come comunicare l’innovazione

Social innovation, smart city, smart community, start up, business plan, social design, societal challenges, elevator pitch, forum leadership, social renaissance, app, sono solo alcune delle parole e slogan ricorrenti quando si parla di innovazione, anzi di innovation.

Già, perché l’innovazione è indissolubilmente legata all’idioma inglese; curioso, visto che in base a una ricerca effettuata in 60 Paesi nel mondo, l’Italia è risultata addirittura agli ultimi posti per la conoscenza della lingua anglosassone (e lasciamo perdere le altre lingue straniere).

Ma non vogliamo in questa sede approfondire il discorso della miopia e dell’inadeguatezza della politica scolastica che non investe strategicamente nell’ insegnamento efficace delle lingue straniere.

Vorremmo invece soffermarci sul fatto che non basta certo utilizzare un linguaggio smart per essere considerati degli innovatori.

Cosa significa esattamente innovazione? “L’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione e sim. (…) In senso concreto, ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica” (Treccani)

In questi termini il rapporto che lega i due concetti è riconducibile in qualche modo a una sorta di lotta, nella quale il nuovo ha la meglio perché scalza il vecchio, sostituendolo.

In ottica smart e di evoluzione però la logica di tale approccio è limitativa, perché non considera il valore della tradizione , che è quella modalità che consente al “vecchio” di evolversi, sopravvivendo quindi ma traducendosi in innovazione. Il nuovo come evoluzione del vecchio, in una consapevole valorizzazione delle irrinunciabili conquiste della civiltà.

Ma è anche necessario porsi una domanda, se vogliamo parlare di efficacia dell’innovazione: come si misura la sua utilità?

Quando si spengono i riflettori sugli avvincenti eventi di presentazione, ci aspetta una scommessa con il mondo esterno, quello vero là fuori: far convivere l’aspetto teorico e tecnologico dell’innovazione, con quello pratico della sua effettiva applicazione nel tessuto sociale ed economico, e delle relative implicazioni. E per fare ciò servono ponti di comunicazione a due vie che mettano in relazione e coinvolgano attivamente i vari soggetti del territorio: gli ambienti della ricerca, le amministrazioni locali, le imprese, i cittadini, la scuola.

Altrimenti tali eventi resteranno affascinanti esercizi virtuosi per pochi soggetti che parlano un linguaggio incomprensibile ai più (tra l’altro sono stata invitata ad un “beach start up party” a Torino, non so cosa sia esattamente, ma so per certo che il mare a Torino non c’è; come mi devo vestire?)

Per farci comprendere nella comunicazione dei valori, laddove le parole non bastano, possiamo utilizzare il linguaggio universale dell’arte, in grado di parlare contemporaneamente alla testa ed al cuore.

L’innovazione feconda è quella che pesca nella memoria del passato, sedimentata e sopita nell’anima di chi vive il presente; è questione di un attimo, se l’intelligenza riesce a riscaldare il cuore, perdendosi in esso, produce il genio. Ed è allora che ci riconosciamo come appartenenti alla stessa comunità evoluta, perché riusciamo a condividere linguaggi e forme di comunicazione antichi e moderni, dando senso e orientamento al nostro presente.

Paola Chiesa


I bambini farfalla

Anna Mei - Bambini farfalla
I bambini farfalla

Pensiamo che i social debbano essere uno strumento non solo per la creazione di relazioni, ma anche per la ricerca di contenuti, per la generazione e la condivisione di valori positivi. È il nostro modo di intendere la comunicazione, orientata alla condivisione con la comunità di riferimento.

In questa costante ricerca di contenuti e valori che possano contribuire all’evoluzione personale e sociale, capita a volte di incappare in gemme preziose… e la reazione non può che essere quella di condividere la scoperta, perché ci fa riconoscere come parte di un tutto che anche se ci risulta spesso incomprensibile, nello stesso tempo ci stimola ad integrarci, a comprenderci e ad essere solidali: una società evoluta appunto.

Come già molti di voi sanno, le parole di per sé non ci appassionano se non sono accompagnate da azioni coerenti; gli esempi invece ci temprano eccome: come questo che sono onorata di riportarvi…

Un ragazzo di terza media, un’atleta, una scuola che lascia il segno…*

“La mia vita è particolare, perché dalla nascita sono affetto da una malattia genetica che non mi permette di svolgere le cose che per altri sono normali, come correre, giocare a calcio, camminare a lungo, non posso cadere o sbattere perché mi faccio del male, e anche dentro sono molto fragile, proprio come le ali di una farfalla, infatti sono un bambino farfalla. Sicuramente non è facile vivere per le persone come me, ma se da una parte la natura mi ha tolto tanto, dall’altra mi ha regalato ANCHE TANTO. Mi spiego meglio: nel mio cammino ho incontrato tante persone che mi vogliono bene e che fanno in modo che si parli della mia malattia. Una di queste persone è Anna Mei, un’atleta di fama mondiale, una ciclista per I’esattezza, che il 6 ,7 e 8 dicembre a Montichiari, ha tentato e battuto il record mondiale di ventiquattrore non stop in un velodromo. Il giorno stabilito, sono partito con mia mamma da Torino e siamo arrivati in provincia di Milano dove ci siamo trovati con la mia seconda mamma che è Antonella, la mamma di Mattia , altro ragazzo farfalla, e insieme siamo partiti alla volta di Montichiari. Arrivati là I’emozione era forte perché finalmente conoscevo Anna. L’incontro è stato bello, lei ci ha abbracciati, ci ha voluto accanto per tutta la conferenza stampa, e alla partenza abbiamo fatto un centinaio di foto, poi lei si é piegata a pregare, e credo abbia pianto; si è poi messa in sella alla sua bici, una di quelle super tecnologiche, mai visto nulla del genere, e al gong…..via….per 24 ore !!!!! Incredibile, noi eravamo al centro del velodromo e la guardavamo girare e girare. Non so come abbia fatto, davvero me lo chiedo. Io, nel frattempo, mi sono riposato, sono andato in albergo a dormire con Mattia, mentre le nostre mamme con microonde e fornetti cucinavano e scaldavano cappuccini per tutta la notte per sostenere Anna, i giudici e tutti coloro che erano presenti. Le nostre, sono delle super mamme perché sono come angeli che arrivano a fare tutto, aiutano tutti, e ci fanno fare esperienze uniche, come questa appunto. Il sabato, quando mi sono svegliato, sono tornato al velodromo, e lei era ancora là che girava… e girava… ho pensato: “mamma mia, come farà? Chissà a che pensa, tante ore così…” Alle 14 circa mamma e mamma 2 avevano preparato la pasta per tutti ,e così ci siamo riuniti per mangiare e anche i giudici a turno si avvicinavano… ma ad un certo punto, un tonfo incredibile ci ha distolti dalle nostre chiacchiere: Anna era caduta!!!!! TUTTI a correre! Chi mangiava più? Attimi di terrore, non sapevamo che pensare, si sarà fatta male? Anna mi ha insegnato che dopo ogni caduta ci si rialza più forti che mai, infatti anche se aveva male ad una gamba in 5 minuti è rimontata in sella ed ha ripreso la sua gara. Una donna davvero straordinaria. Ha ricominciato a correre e correre fino alle 22 , quando, con 738 km, ha battuto il record detenuto da un’americana di 717 km….incredibile!!! Non posso descrivere la felicità di tutti noi e come eravamo emozionati: chi piangeva, chi esultava… io mi sono avvicinato e lei mi ha abbracciato, sottolineando ai giornalisti che quel record era per i BAMBINI FARFALLA, perché tutti sapessero che esistiamo, che “rari” non vuol dire soli. Ero felice davvero, Anna mi ha fatto volare mi ha fatto capire tante cose e ancora adesso sono emozionato. Dopo le foto, Anna finalmente ha mangiato un po’ di cose, credo che la sua pausa sia durata circa 40 minuti, poi convinta è risalita in sella perché doveva assolutamente arrivare ai 1000 km e fare un nuovo record mai tentato da nessuno. Ho pensato: “ma dove la prende tutta ‘sta forza. Lei così piccola… eppure ha continuato. Sono tornato in albergo e solo il mattino dopo ho appreso da mia mamma che a 902 km, dopo 32 ore, si era fermata, purtroppo non per sua volontà, ma perché era in pericolo di vita. Che dire: non ci sono molte parole per raccontare ciò che ho vissuto, sicuramente un’esperienza unica. Ho capito tante cose, ho capito che non devo arrendermi mai, che devo lottare , che al mondo ci sono persone straordinarie e altruiste che aiutano i meno fortunati; ho capito che Anna Mei, mi, ci vuole molto bene, e che la vita bisogna viverla nonostante la malattia. Sono tornato a casa la domenica stremato ma davvero felice. Anna con la sua farfalla sulla maglia ha fatto sì che tutte le farfalle, anche quelle che non ci sono più, volino molto in alto: GRAZIE ANNA MEI.

* (Nel rispetto per la persona del minore manteniamo l’anonimato, non pubblicando immagini o altri elementi che anche indirettamente possano comunque portare alla sua identificazione.)

Paola Chiesa