La trasparenza può facilitare una comunicazione non ostile?

Contributo per il panel “Politica e legge” al convegno Parole O_Stili di Trieste, 17-18 febbraio 2017

Abstract

Lavorare sul tema “trasparenza” significa, per un amministratore pubblico, oltre a lottare quotidianamente per il cambiamento di una mentalità per così dire ancora piuttosto sorda sull’argomento, utilizzare un linguaggio generoso dove prevalgono parole come  “open” (data), riutilizzo, condivisione, compatibilità, divulgazione. Sono parole che creano ponti tra le persone, che richiamano immagini di comunità laboriose, di coesione, di inclusione, di sviluppo. Perché la trasparenza avvicina le persone.
Una comunicazione costruttiva ed innovativa in politica è quella in cui le persone, oltre a porsi domande, imparano a porle, in particolare al cittadino, disponendosi  così all’ascolto, quindi al silenzio, e alla conseguente interazione, frutto di parole pesate. Qual è il segno di punteggiatura più adatto ad evidenziare la disposizione al silenzio, all’attesa, al confronto? Quello che più di altri richiede risposte: il punto interrogativo. Perché non iniziamo allora a farne maggior uso in politica, per una comunicazione non ostile, fondata su fatti documentati e su dati verificati?

Testo

Desidero condividere con voi un’esperienza significativa e molto costruttiva sul fronte dell’innovazione sociale , che provo a tradurre in un contributo auspicabilmente utile alla causa del  tavolo di lavoro “Politica e Legge” al convegno Parole o Stili di Trieste.
Alcune settimane fa ho partecipato a Torino alla presentazione di un workshop su FirstLife, un social network civico che forse alcuni di voi conoscono, realizzato dal Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino, in particolare dallo staff del Prof. Guido Boella. In quell’occasione si è attivato un confronto tra i presenti (Istituzioni locali, associazioni, imprese, mondo accademico, ma anche cittadini e studenti), sull’impatto della ricerca e dello sviluppo di tale social network sui progetti locali e sulle nuove pratiche di collaborazione tra settore pubblico e privato.

Questo social network civico potremmo definirlo in effetti come un tool di collaborazione tra cittadini, i quali possono mappare la città di Torino con  iniziative o temi di interesse, nonché impostare la ricezione di notifiche ad hoc per essere informati sui nuovi inserimenti. Così, se abito in un determinato quartiere  e sono per esempio appassionata di cinema, troverò mappate le poche o tante iniziative su quel tema. Allo stesso modo potrò inserirne altre di cui sono a conoscenza. Questo modo di operare consente al cittadino di inserirsi in un flusso che naturalmente lo porta a conoscere il suo quartiere e a trasformarlo. Un modo utile ed efficace per esercitare la cittadinanza attiva.  Viene in effetti definito come social network “di quartiere” ed ha contribuito a rendere Torino la seconda città più innovativa d’Europa, dopo Amsterdam.

Scopriamo così di avere a Torino quartieri con alta concentrazione di attività culturali, accanto ad altre con scarsa presenza di  servizi sociali, ecc. In tutto questo, il primo aspetto degno di nota è che la notizia è prodotta dal cittadino, persona direttamente informata sui fatti, dato che vive il territorio di riferimento. Ma il concetto innovativo che più mi ha colpito, e su cui si basa questo social network,  è la condivisione di domande e soluzioni tra  persone che vivono nello stesso quartiere e condividono la stessa quotidianità. In particolare, il legame che nasce è frutto di reti di collaborazione basate sull’agire, non sull’amicizia reale o virtuale, come accade su altri social network. Il paradigma è rovesciato , e penso che abbia proprio colto nel segno, se lo scopo è quello di portare le comunità di cittadini al centro dei processi di collaborazione e di cittadinanza attiva, di incidere positivamente sull’inclusione e sulla coesione sociale. Un approccio intelligente che può incidere in modo significativo sulla ricomposizione delle relazioni sociali.

Come si collega tutto questo alla sfida che vogliamo lanciare alla politica per andare oltre gli slogan e rifuggire le battute ad effetto, favorendo invece la diffusione di interazioni e dialoghi democratici sui social?
Lasciamo First Life, togliamoci il berretto da innovatrice e indossiamo quello da amministratore pubblico, per approdare alla realtà dei social network che frequentiamo abitualmente: la presenza in rete della classe politica è di fatto ampiamente caratterizzata dalla ricerca di un consenso ottenuto attraverso una comunicazione “ostile”, basata su toni aggressivi e provocatori che hanno lo scopo di costruire una visibilità attorno al personaggio, altrimenti difficilmente raggiungibile.

La domanda che a questo punto dovremmo porci è: quale tipo di comunicazione può aiutare la classe politica a passare dal consenso generato dalla visibilità della persona,  al consenso collegato all’evidenza dei contenuti e dei risultati ottenuti?
Servono tecnica, contenuti e trasparenza.

La tecnica.
In effetti, quando parliamo di “classe politica” ci riferiamo a soggetti che rappresentano i cittadini in un determinato ente, o in un organo politico amministrativo. La comunicazione sui social, espressione di quell’ente o di quell’organo politico, dovrebbe rifarsi sempre ad una netiquette: la social media policy è allora proprio lo strumento che consente di definire in  termini chiari e trasparenti le forme e le modalità della propria presenza on line, delle attività istituzionali e del rapporto proposto ai cittadini; in secondo  luogo consente agli enti di organizzare al meglio la gestione dei contenuti e dei i flussi informativi, e di capire maggiormente le esigenze e le richieste degli interlocutori, garantendo così agli stessi un servizio migliore. I social  media costituiscono infatti non soltanto strumenti di informazione ma anche di ascolto, di dialogo, di agevolazione nell’erogazione dei servizi al cittadino, di promozione dell’immagine dell’ente, del territorio e della comunità. Diffondere, spiegare, educare all’utilizzo di questa modalità operativa sui social, dovrebbe diventare una pratica condivisa.
I contenuti.
I social media sono anche strumenti di documentazione dell’attività di un ente, attraverso i quali si possono intercettare i bisogni dei cittadini e anche sviluppare la creazione di intelligenze collettive a vantaggio della comunità territoriale. Il loro utilizzo consente alle pubbliche amministrazioni di sondare come è valutata la propria attività da parte dei cittadini ed il loro livello di soddisfazione, aprendo nuovi scenari in materia di customer satisfaction dei servizi.
La trasparenza.
L’utilizzo dei social media e l’adozione di social media  policy, consentono di tradurre in pratica la promessa di trasparenza ed accountability nei confronti della comunità. Si tratta a ben vedere di rendere evidenti i contenuti dell’attività svolta, divulgandoli, spiegandoli, condividendoli, riutilizzandoli. Investire sulla politica della trasparenza significa passare dal concetto di “ufficio” a quello di “servizio pubblico”: creando i dati, pianificandone l’apertura, estraendone le informazioni, gestendone le implicazioni e le reazioni, misurandoli, controllandoli, rendicontandoli.
Infine, come incide la trasparenza sul linguaggio, in politica? È sorprendente notare come la diffusione della trasparenza in un ente pubblico significhi per un amministratore pubblico, oltre a lottare quotidianamente per il cambiamento di una mentalità ancora molto ingessata, fare anche un largo utilizzo di parole quali “open” (data), riutilizzo, condivisione, compatibilità, divulgazione. Sono parole che creano ponti tra le persone, che richiamano immagini di comunità laboriose, di coesione, di inclusione, di sviluppo. La trasparenza avvicina le persone.

Un’ ultima suggestione: una comunicazione costruttiva ed innovativa in politica è quella che oltre a porsi domande, le pone al cittadino, disponendosi all’ascolto, quindi al silenzio, e alla conseguente interazione. Qual è il segno di punteggiatura più adatto ad evidenziare la disposizione al silenzio, all’attesa, al confronto? Quello che più di altri richiede risposte: il punto interrogativo.

Paola Chiesa


“Alla ricerca della Felicita” nel Canavese

Cercando la Felicita, 11 giugno – 22 ottobre 2016

“…apparve il Canavese: Ivrea turrita, i colli di Montalto,
la Serra dritta, gli alberi, le chiese;
e il mio sogno di pace si protese
da quel rifugio luminoso e alto.” (tratto da La Signorina Felicita, Guido Gozzano)

Con il Canto per la pace, l’11 giugno 2016 è partita da Torre Canavese “Alla ricerca della Felicita”, un’iniziativa promossa in sinergia da 17 comuni del Canavese, a cura dell’associazione di promozione sociale Eleyka e sotto la direzione artistica di Davide Motto, per scoprire i luoghi della poesia gozzaniana immergendosi nella cultura locale che custodisce ancora oggi i segreti della Felicita.
Mantenere, abbellire e migliorare definiscono un concetto di conservazione inteso come consapevolezza del valore che ha un determinato territorio. Il Canavese quindi come terra di Felicita e di felicità, nell’anno in cui ricorre il centenario della morte di Guido Gozzano.
I Comuni di Torre Canavese, Vialfrè, Vico Canavese, Borgiallo, Maglione, Bairo, San Martino Canavese, Locana, Mazzè, Levone, Piverone, Castellamonte, Strambino, Front Canavese, Caluso, San Giorgio Canavese, Agliè ospiteranno fino al 22 ottobre 2016 una serie di manifestazioni per valorizzare le proprie eccellenze e caratteristiche storiche e naturali attraverso il teatro, la danza, la musica, la pittura e la scultura. Si tratta di un interessante esempio di sinergia tra Comuni finalizzata alla promozione del territorio, idonea a fortificarne l’identità ed il senso di appartenenza. Nella consapevolezza che il tutto è maggiore della somma delle singole parti.
In fondo potremmo anche ravvisarvi un esempio dell’andare oltre le “cento piccole patrie” per costruire una comunità, come teorizzava già Olivetti operando nel dolce amaro verde Canavese.
Ma veniamo all’arte. L’arte è proprio di casa a Torre Canavese: nel 1993 l’antiquario Marco Datrino espose nella mostra  “Tesori del Kremlino”, tesori mai usciti prima dalla Russia. Grazie al successo di quella mostra e altre successive, da lì all’iniziativa, condivisa dalla Amministrazione, di abbellire il paese con pannelli dipinti lungo le vie del borgo, il passo fu davvero breve.  Ora Torre appare al turista come una sorta di museo en plein air e una buona prassi di collaborazione tra pubblico e privato.
E proprio a Torre abbiamo incontrato Beniamino: un canavesano doc che ha ricevuto una lettera dall’America nella quale c’è scritto che riceverà in eredità una grossa somma di denaro, a patto che sposi una ragazza di nome Felicita, che vive in America. stradaDunque Beniamino è in procinto di partire per conoscere la sua Felicita/Felicità? In effetti aveva una valigia…
Poi l’abbiamo perso di vista. Forse nelle viuzze di Torre avrà incontrato, come noi, pittori intenti a ritrarre il paesaggio, oppure avrà ascoltato i “turututela“,  i cantastorie che parlavano dei “braja luv” (così pare venissero chiamati gli abitanti di questo paese, quando urlavano o “ululavano”alle ragazze, nascosti dietro ai cespugli); o magari si sarà commosso ascoltando la storia del partigiano Renzo Scognamiglio, caduto durante la Resistenza mentre combatteva per la libertà. balloQualcuno pare abbia visto Beniamino al ballo in costume nel giardino del castello, altri invece l’hanno visto indugiare nella “Viassa felliniana”, percorso dove è stato ricostruito l’universo cinematografico del regista Federico Fellini, in un cammino che ripercorre, attraverso le immagini, i suoi film cult.
Masticando le “giuraje“, piccoli confetti di nocciole, tra note di violino e ballate di fisarmonica, luoghi di espiazione e desideri, chissà se Beniamino partirà dal Canavese alla ricerca della felicità o nel Canavese rimarrà?

Lo potremo scoprire nelle prossime tappe “Alla ricerca della Felicita”.

In ogni caso, per vivere sicuri è meglio fare i ponti, non i muri!

Paola Chiesa


Poi c’è la Social Innovation…

socialinnovation
La Social Innovation crea valore sociale e nuove collaborazioni

L’innovazione non è un argomento per sole imprese o per centri di ricerca finalizzati a perfezionare, in modo sostenibile o dirompente, un processo, un prodotto, un modello organizzativo o di marketing.
E’ anche un tema che riguarda ormai sempre più da vicino la collettività, assumendo per l’occasione la denominazione di “social innovation“, innovazione sociale.
Essa nella definizione di Geoff Mulgan consiste in nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che vanno incontro ai bisogni sociali e che allo stesso tempo creano nuove relazioni sociali e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono ad un tempo buone per la società ed accrescono le possibilità di azione per la società stessa.
Ciò che è di stimolo per l’innovazione, in qualunque ambito sia declinata, è il cambiamento dei bisogni, per cui si parte dall’esistente, si cerca di capire quali sono le nuove esigenze, si studia il cambiamento, ed infine lo si mette in pratica. Il tutto secondo un processo continuo che non può prescindere dalla misurazione dei risultati.
Tra Pubblica Amministrazione e social innovation non c’è antagonismo, in quanto l’obiettivo è il medesimo, cioé ricercare soluzioni migliori per soddisfare le esigenze dei cittadini. L’aspetto da migliorare è il fatto che sia l’una che l’altra sono vittime di una cultura dell’innovazione   sbilanciata sul digitale, inteso nella sua accezione restrittiva di tecnologia, piattaforme, banalmente l’hardware ed il software, senza afferrarne la forza dirompente in termini di innovazione culturale, che può impattare sulla qualità e quantità della conoscenza.
Viviamo in una realtà fluida, ma utilizziamo ancora schemi piuttosto fissi.
Ha senso partecipare ad una consultazione pubblica sociale per fornire la propria opinione su un argomento, o a un bar camp, o a un hackathon, senza che preventivamente i cittadini e i vari portatori di interesse si siano adeguatamente informati e formati sullo stesso argomento? In modo tale da confrontarsi obiettivamente sugli stessi dati… e generare proposte effettivamente originali, ma soprattutto contestualizzate? Come fanno a formarsi e ancor più ad espandersi le comunità intelligenti, che presuppongono esigenze condivise e pratica di partecipazione attiva? In quanti sono a conoscenza di questi argomenti?
La tematica è decisamente affascinante, ma  entrerà nella vita delle persone nel momento in cui riuscirà a rendersi necessaria grazie alla sua utilità quotidiana.

Penso a quel grazioso porta rossetto che non riesco mai ad usare perché nessun rossetto ci entra dentro, e sta lì come soprammobile. Che faccio, acquisto un rossetto in base alle dimensioni ? Macché, i criteri di scelta saranno piuttosto il colore, la consistenza, la tenuta ecc. Questione di esigenze e di utilità, appunto, non di ostentazione di un contenitore sicuramente bello ma… vuoto.

Paola Chiesa


A cosa servono i social media?

socialmedia
Dai social media ai social networks

C’è una differenza dottrinale tra i social media e i social networks, secondo cui i primi sono un veicolo, un mezzo per condividere un qualsiasi contenuto, documento, video o immagine con un pubblico di ampie dimensioni; per intenderci la piattaforma tecnologica (facebook, twitter, google+ ecc.); mentre i social networks sono reti sociali, più persone che condividono gli stessi interessi (culturali, religiosi, lavorativi ecc.).

Eppure c’è uno stretto legame tra gli uni e gli altri. Vediamolo in concreto, passando velocemente in rassegna i social media più utilizzati, secondo il nostro tipico  approccio pragmatico.
Facebook: è come sfogliare una rivista nella sala d’aspetto del dentista, guardando le vite degli altri;
Twitter: è il qui ed ora, un lampo, è come il fioretto, dove devi colpire il bersaglio avendo iniziato l’attacco prima dell’avversario;
LinkedIn: è l’architetto che costruisce la propria casa nel tempo, badando ai particolari e documentandone le varie fasi progettuali e realizzative;
Pinterest: è il film che vai a vedere al cinema, perché solo lì trovi rappresentata la vita senza le sue parti noiose;
Instagram: è il perfezionismo, il gusto per i dettagli e la qualità; come quando esci dall’estetista e ti senti la donna più bella del mondo;
Google+: è la sicurezza di soddisfare gli ospiti cucinando il tuo piatto forte.

Si ma se è tutto come nella vita, quella vera, allora a che servono i social media? Tanto vale…

In effetti  dipende da che prospettiva guardiamo i social: per un’azienda l’interesse sarà principalmente quello di promuovere il brand e presentare un’immagine allettante dei propri servizi e prodotti; per una Pubblica Amministrazione, i social media  saranno strumenti di informazione, di ascolto, di dialogo, di agevolazione nell’erogazione dei servizi al cittadino (per approfondimenti sulla PA suggeriamo questo studio sulle social media policy); per un cittadino, l’interesse sarà quello di entrare in contatto con amici, aziende e Pubblica Amministrazione, al fine di interagire e condividere stati d’animo, informazioni, gusti, esperienze, idee.

Ricapitolando, sui social media le aziende  cercano i cittadini e la Pubblica Amministrazione, la Pubblica Amministrazione cerca i cittadini e le aziende, i cittadini cercano le aziende e la Pubblica Amministrazione. Tutti cercano tutti, ma poi off line ognuno si comporta come se non avesse bisogno di nessun altro.
E’ un bluff?
No, è che al momento siamo centrifugati in un think tank di hackathon, open government, smart community, social innovation, mappathon, piattaforme collaborative e digital party,  con tanto di sentiment, per carità. Ma manca la comunità, quella che per esistere, oltre alla disponibilità di informazioni (quindi dati, e magari anche open data), presuppone conoscenza e identificazione dei bisogni, affinché possa nascere anche una condivisione di interessi, quindi una collaborazione finalizzata al raggiungimento di obiettivi. Se ci sono questi ingredienti minimali, allora può nascere la rete sociale, il social network; grazie anche ai social media, che possono sostenere la creazione di intelligenze collettive a vantaggio della comunità territoriale.
Tutto il resto è traffico… utile per qualcuno, purtroppo non per il cittadino.

Paola Chiesa

 


La consultazione pubblica come strumento di partecipazione

Consultazione AgID sulla valorizzazione del patrimonio informativo pubblico

Una delle ultime consultazioni pubbliche alle quali abbiamo partecipato come Centro Studi Informatica Giuridica Ivrea-Torino è stata quella avviata dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) con oggetto la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico, cioé quali tipologie di dati sarebbe opportuno rendere disponibili secondo i principi dell’Open Data, a partire dalle esigenze di cittadini, professionisti ed imprese.
Al di là della soddisfazione di aver visto il nostro contributo recepito nel report dell’AgID, che sta attualmente studiando le proposte per elaborare il piano per il 2015, l’occasione è utile per riflettere sulla consultazione pubblica; si tratta di uno strumento di partecipazione democratica che consente ai portatori di interesse di esprimere il proprio parere e punto di vista su un argomento; a patto che:
– si sia a conoscenza della consultazione pubblica in corso;
– si sia interessati ad apportare il proprio contributo;
– si abbia dimestichezza con Internet.
Se poi si appartiene a quella categoria di persone note come attivisti digitali, partecipare a una consultazione è solo un passo tra i tanti di un percorso che si snoda in un mare di dati ed informazioni, nel monitoraggio, nell’approfondimento, nel confronto, nell’analisi dei risultati (quando ci sono e nella misura in cui sono reperibili ed accessibili) e nella critica costruttiva, secondo una logica tanto semplice quanto di fatto azzardata:
essere di stimolo ad una Pubblica Amministrazione interessata ad individuare i punti critici del proprio operato sui quali intervenire, al fine di programmare al meglio le attività e gli obiettivi da raggiungere; nonché pretendere la condivisione dei risultati al fine di poterne valutare l’efficacia, quale manifestazione concreta  di una comunità “smart” e consapevole.
E’ facile disorientarsi in un mondo di dati e di informazioni che viaggiano sul web… è un po’ come perdersi tra tante fragranze alla ricerca di quella nota profumata floreale, agrumata o talcata che ti convinca della sua unicità, senza rendersi conto che alla fine sei tu che renderai quel profumo unico, nel momento in cui lo sceglierai.
Allo stesso modo siamo noi che decidiamo le sorti del nostro attivismo civico, nel momento in cui lo esercitiamo. E’ una questione di scelta. Anche online.

Paola Chiesa


Applicare la “disruptive innovation” alla PA

disruptive
Perché adottare la disruptive innovation nella Pubblica Amministrazione?

In un precedente post avevamo parlato dell’innovazione ideale come evoluzione dal vecchio al nuovo attraverso quel filo sottile della tradizione, che consente di valorizzare le irrinunciabili conquiste di civiltà e di valutare l’efficacia delle azioni innovative.

Continuando le nostre riflessioni, questo approccio ci conduce verso il concetto della disruptive innovation di Clayton Christensen, ideatore della teoria del job to be done, secondo la quale il focus si sposta dal prodotto al bisogno che il prodotto è chiamato a soddisfare: banalmente, le persone non vogliono un frigorifero, vogliono conservare il cibo per consumarlo in un momento successivo. Secondo questa diversa prospettiva, l’innovazione è allora un processo per definire un concetto di prodotto o servizio che soddisfi dei bisogni importanti e non soddisfatti. Per arrivare a capire quali sono questi bisogni, è indispensabile interagire sapientemente con il mercato, con la gente.

La caratteristica fondamentale della disruptive innovation è che non è legata, come si potrebbe immaginare, a mutamenti tecnologici estremi o particolarmente complessi, quanto alla capacità di cogliere, secondo una metodologia quasi maieutica, quali sono i bisogni latenti nel consumatore, che ci sono sempre stati ma che per vari motivi non sono ancora emersi. Questo si che è dirompente. Una volta individuati, anche l’effetto è dirompente, perché genera il successo dell’iniziativa e ne viralizza gli effetti positivi.

Questo tipo di approccio, che mette il bisogno della persona al centro, mi riporta alla mente alcune significative tesi del Cluetrain Manifesto di Fredrick Levine, Christopher Locke, David Searls e David Weinberger, che già nella sua prima versione del 1999 diceva “parlare con voce umana non è un gioco di società, non si impara certo partecipando a qualche convegno esclusivo; per parlare con voce umana, le aziende devono condividere gli interessi delle loro comunità; ma, prima, devono appartener a una comunità; […] se la loro mentalità d’impresa non arriva a coinvolgere la comunità, allora non hanno mercato” (tesi nn. 33-37). Concetto ribadito nella nuova edizione “The New Clues”, il manifesto per un nuovo umanesimo digitale: “Avevamo ragione la prima volta: i mercati sono conversazioni.; avere una conversazione non significa strattonarci per una manica per parlarci di un prodotto che non ci interessa […]” (tesi 52- 53).

Tradizionalmente i concetti sopra esposti sono riferibili alle aziende e alla loro necessità di aggredire un nuovo mercato, ma ci piace nel nostro piccolo essere “dirompenti” nell’immaginare come si potrebbe contaminare la Pubblica Amministrazione, aiutandola con metodologie nuove a captare le necessità importanti della propria comunità. Ne abbiamo parlato qualche tempo fa in un post, suggerendo quale potrebbe essere l’utilizzo esemplare dei social network da parte della PA; secondo noi la Pubblica Amministrazione dovrebbe agire come un soggetto facilitatore di disruptive innovation, facendo emergere le criticità e i reali bisogni dei cittadini relativamente ai servizi pubblici, ad esempio mettendo a disposizione gli open data e investendo su sentiment analysis, affinché le aziende ed i centri di ricerca possano modellare dei processi che portino a obiettivi condivisi e a risultati misurabili.

Paola Chiesa


Il cittadino digitale

 

Quali sono gli aspetti che caratterizzano un cittadino digitale?

Dovessi mai dire se ed in che misura mi sento una cittadina digitale, dovrei rapidamente immaginarmi nelle seguenti situazioni prima di rispondere:

  • riesco tecnicamente ad accedere a Internet?
  • ho dimestichezza con i vari device quali pc, notebook, smartphone, tablet…
  • so comunicare nei vari social network, osservando le eventuali social media policy?
  • sono in grado di migliorare la mia formazione attraverso corsi online, webinar e videoconferenze?
  • riesco ad acquistare e a vendere prodotti e servizi online attraverso l’e-commerce?
  • so adottare le minime misure necessarie ai fini della sicurezza informatica?
  • riesco a procurarmi agevolmente le informazioni sul web e sono consapevole del fatto che non tutti i contenuti online sono attendibili?
  • partecipo agevolmente a progetti di e-government e cittadinanza attiva? Firmo petizioni e rispondo a sondaggi online?
  • mi comporto in rete secondo un’etica digitale, che si esprime non solo nell’utilizzare un linguaggio ed uno stile adatto ai diversi contesti , ma anche nella consapevolezza delle potenzialità e dei rischi che la comunicazione digitale implica, per sé e per gli altri, in particolare per i minori?
  • sono conscia del fatto che la navigazione su internet e la condivisione di contenuti può comportare delle conseguenze relativamente alla protezione della privacy e del diritto d’autore?

Sicuramente le domande potrebbero continuare, ma a questo punto il dubbio che sorge è un altro: ha senso che sia io a definirmi cittadina digitale o meno? In base a quali parametri? E comunque, che cosa cambierebbe?

Parlami e dimenticherò, insegnami e ricorderò, coinvolgimi e imparerò, diceva qualcuno…

Proprio il coinvolgimento è l’ingrediente essenziale se vogliamo che il digitale abbia ripercussioni utili nella nostra vita, personale lavorativa e di cittadini. A pochi giorni dalla conclusione della consultazione pubblica per la crescita digitale predisposta dalla Presidenza del Consiglio, insieme al Ministero dello Sviluppo Economico, all’Agenzia per l’Italia digitale e all’Agenzia per la Coesione, cui abbiamo partecipato, insieme tra gli altri al Centro Studi Informatica Giuridica di Ivrea-Torino, si spera che si appronti un programma strutturato di alfabetizzazione digitale dei cittadini, degli studenti e delle imprese; il digitale non va considerato un hobby o una passione per gli entusiasti della tecnologia, così come non deve alimentare forme di volontariato, che purtroppo non aiuterebbero a considerare il digitale come strumento strategico sia per la formazione dei cittadini, più o meno giovani, sia per le imprese, sia per la Pubblica Amministrazione. La diffusione della cultura digitale tra i cittadini, così come lo sviluppo di competenze digitali nelle imprese e nella PA, può contribuire a sollecitare una domanda capace di generare un’adeguata offerta innovativa e qualificata. Ma prima ancora crea una società più consapevole, quindi critica.

Il digitale lo usi, la cultura digitale la costruisci, la cittadinanza digitale è una conquista collettiva di civiltà, che presuppone uno Stato che investa sui suoi cittadini, sulle imprese, sulla propria organizzazione.

E la strada, almeno da noi, non è proprio breve…

Paola Chiesa


Dai dati alle informazioni nella Pubblica Amministrazione

open data

 

L’importanza dei dati della Pubblica Amministrazione per la conoscenza

Che differenza c’è tra non avere a disposizione nessun dato e averne a disposizione tanti?

A ben vedere nessuna, se consideriamo che il dato di per sé non aggiunge valore a ciò che conosciamo; ciò che veramente ci arricchisce è l’informazione, il risultato dell’elaborazione dei dati, che ci permette di venire a conoscenza di qualcosa.

Quindi i dati da soli non ci salveranno…

E’ interessante però notare l’importanza attribuita ai dati dalle aziende private, che con processi sofisticati e complessi li strutturano, li elaborano e li monitorano con analytics potenti per ricavarne informazioni utili ai fini delle politiche di marketing.

Diversamente la Pubblica Amministrazione è mediamente spettatrice e vittima dell’entropia da lei stessa creata; i dati, quando ci sono, a volte non sono adeguatamente governati, mediamente non sono comunicati, spesso e volentieri non sono spiegati. Così nella percezione comune del cittadino generano qualcosa che, paradossalmente, viene percepito come un appesantimento e una complicazione della macchina amministrativa, aggravati da una terminologia pressoché incomprensibile (open data, open government, open content, open source ecc.) e dall’errore prospettico di considerare l’argomento come appannaggio di informatici ed ingegneri, confondendo lo strumento tecnologico con lo scopo di principio: applicare la trasparenza.

Parlare di dati nella PA implica un chiaro riferimento alla tematica della trasparenza e agli open data.

L’open data si richiama alla più ampia disciplina dell’open government, cioè una dottrina in base alla quale la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, tanto in termini di trasparenza quanto di partecipazione diretta al processo decisionale, anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; e ha alla base un’etica simile ad altri movimenti e comunità di sviluppo “open”, come l’open source, l’open access e l’open content.

Il fatto di trovare sui siti web dei Comuni o sui portali dedicati, innumerevoli record di dataset, di per sé non è sufficiente, perché sono dati aggregati cui manca il tassello finale in grado di dare senso ai dati: l’informazione che portano con sé.

Cosa significano quei dataset? A chi sono destinati? Cosa ci si può fare? Cosa significa riutilizzarli? Chi è a conoscenza dell’esistenza di tali dati? I cittadini cosa sanno degli open data?

Perché tutte queste domande?

Perché il nostro approccio da attivisti digitali ci spinge non solo a voler capire la realtà in cui viviamo, ma anche a voler fare un po’ di chiarezza in un argomento che a torto viene ritenuto riserva di caccia di nerd che parlano inglese e di autoreferenziali innovatori.

A ben vedere, proprio la materia degli open data richiede la collaborazione creativa e trasversale tra soggetti diversi, giuristi ingegneri informatici, uffici amministrativi e della comunicazione, affinché possa generare un valore aggiunto significativo per la comunità di riferimento.

Gli open data non sono il punto di arrivo di un’amministrazione che applica la normativa sulla trasparenza, sono anzi un punto di partenza verso forme di democrazia partecipata, per trovare soluzioni condivise sulle finalità di utilizzo, per consentire la conoscenza delle politiche pubbliche, per stimolare la produzione di nuovi open data, per avviare politiche sinergiche tra PA su tematiche comuni, per incentivare le imprese a creare prodotti utili ed innovativi.

Il requisito primo è che tutti dobbiamo parlare lo stesso linguaggio (magari anche l’italiano), fatto di percorsi ed obiettivi condivisi.

Quando in passato, in campagna di inverno, ci si recava alla sera in visita a casa di qualcuno, era buona usanza portare con sé un tizzone ardente preso dalla propria stufa, che aveva la duplice funzione di illuminare il tragitto a piedi e di contribuire a riscaldare la casa dell’ospite. Un gesto inequivocabile con una triplice valenza di cortesia, utilità e bene comune.

Mutatis mutandis, riportando il discorso a come potrebbe essere la diffusione della cultura degli open data da parte della Pubblica Amministrazione, immaginiamola come una padrona di casa che voglia invitare a cena degli ospiti ma:

1) non glielo faccia sapere

2) non comunichi l’indirizzo di casa

3) non dica che a casa propria fa freddo e che per il bene di tutti è meglio che ognuno porti un tizzone per la stufa

La conseguenza sarà che alcuni non andranno a casa della signora perché nessuno li ha informati, altri non ci arriveranno perché non sanno l’indirizzo, infine i fortunati che ci saranno riusciti non ci torneranno più, quanto meno perché saranno morti di freddo…

E la padrona di casa continuerà a frequentare i soliti quattro amici.

Una PA la cui attività sia realmente animata dalla volontà di diffondere la cultura degli open data dovrebbe seguire un metodo logico in cui sia evidente il percorso e l’obiettivo, grazie a semplici ed indispensabili passi:

  1. pubblicare dataset open data
  2. divulgare con iniziative pubbliche rivolte alla cittadinanza la tematica degli open data
  3. stimolare gli stakeholders del territorio (cittadini, imprese, associazioni, altri enti pubblici) a riutilizzare gli open data
  4. rendere gli open data uno strumento concreto per intervenire sulla realtà, migliorandone le criticità grazie al contributo di diversi soggetti
  5. utilizzare i social media quale strumento di comunicazione snello a supporto dell’attività dell’ente in tema di open data
  6. verificare il miglioramento del servizio pubblico in seguito all’utilizzo/riutilizzo degli open data.

C’è una grossa differenza tra una PA che applica la normativa sulla trasparenza in quanto “deve”, e una che invece abbraccia spontaneamente e proattivamente i valori della trasparenza.

E quando cominceremo a misurare i risultati sulla base del miglioramento della qualità dei servizi erogati, sarà il cittadino, e non le società di rating, che potrà dire se vive in una comunità smart. A quel punto probabilmente gli open data non saranno più né un mistero né fonte di smarrimento per nessuno, e potremo forse anche chiamarli dati aperti.

Paola Chiesa


Approccio di una PA esemplare ai social media

socialmedia

 

Il ruolo della Pubblica Amministrazione nell’approccio ai social media

C’è evidentemente un bisogno ancestrale dell’uomo di lasciare un “segno”, una sorta di impronta che faccia parlare di sè nel futuro, cui non corrisponde in realtà un’analoga capacità di interpretare ed elaborare quel segno da parte dell’interlocutore. Nella preistoria erano i dipinti rupestri che raffiguravano scene di caccia o di danza ma che ancor oggi non sappiamo esattamente se avessero un valore puramente artistico, o se avessero anche un significato simbolico, come la centralità della caccia, il rapporto uomo-animale, la sacralità della danza, ecc.

Oggi sono le frasi, le immagini, i tweet, i video che postiamo sui social media; nuovi segni attraverso cui esprimiamo i nostri gusti e gli stati d’animo, ci georeferenziamo e ci immortaliamo nella nostra presunta forma migliore. Rispetto ai nostri antenati preistorici abbiamo anche lo strumento della scrittura, che ci consente di essere potenzialmente più efficaci nelle nostre esternazioni.

Però, allora come adesso, il processo comunicativo si interrompe e il messaggio non giunge a destinazione integro; forse perché l’uomo è biologicamente sociale ma ahimè culturalmente individuale, e la sua incapacità di comunicare è legata al non saper ascoltare davvero ciò che viene detto? Peraltro motivo per cui privilegiamo le affermazioni alle domande, che potrebbero mettere in discussione le nostre certezze e insinuare in noi il dubbio

Mentre è piuttosto semplice esplicitare se stessi attraverso i social (dichiarare cosa mi piace o non mi piace, dove sono in questo momento, quali sono le mie competenze, i miei hobby ecc.) è sicuramente più nebuloso individuare sia a chi venga indirizzata tale presentazione, sia cosa venga compreso dall’ipotetico destinatario. Esuliamo in questa sede dai discorsi sul target di pubblico che si vuole raggiungere; ci preme piuttosto stimolare una riflessione su come far emergere un’interazione autentica tra gli interlocutori; un’azienda privata, dovendo promuovere il proprio brand e vendere i propri prodotti, andrà a cercare il riflesso di se stessa in un pubblico nel quale si riconosce, o meglio ancora cercherà di plasmare un pubblico che si possa riconoscere nei propri prodotti.

Una presenza esemplare dell’ente pubblico sui social dovrebbe invece avere lo scopo non di ricercare un facile consenso, quanto invece di far emergere un problema ed individuare delle criticità attraverso un’interazione stimolante, che passi attraverso le fasi dell’ascolto e dell’osservazione costanti, che aiutino effettivamente a capire e comprendere le esigenze del cittadino e più in generale della comunità.

Dovessimo visualizzare con un esempio il tipo di approccio che l’ente pubblico dovrebbe avere sui social, potremmo immaginarlo così:

Certo non è semplice né immediato, ma è indispensabile se è vero che, come diceva Goethe, “comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura; tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura”.

Se è normale che un’azienda faccia leva sulla natura umana, è indispensabile che la PA faccia leva sulla cultura, in un processo bidirezionale che permetta di individualre i punti critici su cui intervenire, le attività da programmare, gli obiettivi da raggiungere, la presentazione dei risultati, la verifica dell’efficacia dei risultati. E la cultura richiede informazione, formazione e lucida logica di servizio pubblico verso la propria comunità di riferimento.

Paola Chiesa


Costruire la smart city con un’equazione

equazione smart city

 

L’equazione smart city

Tutta la vita è risolvere problemi” diceva Karl Popper… ma perché abbiamo la sensazione che, anziché provare a risolverli, ci si diletti a crearne sempre di nuovi?

Parlando ad esempio di smart city, è assodato che una città è smart se lo è la comunità in cui è inserita; di fatto però, nella maggioranza dei casi non è al momento identificabile una vera e propria comunità, quanto piuttosto singole individualità ed esperienze, magari anche di eccellenza, che la rete non riesce a far proprie, perché ancora la cultura della condivisione e quindi della comunità da noi è immatura: la rete è per lo più virtuale , è il mondo dei social, dei portali open data, delle conferenze e degli eventi… e poi? Perché non si riesce a trasformare quell’esperienza in valore aggiunto per il cittadino, lo studente, l’ente pubblico, l’impresa? Si preferisce crogiolarsi nella sregolatezza del genio italico che miracolosamente sarà prima o poi in grado di produrre risultati inaspettati e gratificanti (sempre per pochi), piuttosto che seguire un metodo, una tecnica, una logica matematica, che sia in grado non solo di condurre a risultati prevedibili e programmabili, ma anche e soprattutto di verificare l’efficacia in termini di utilità, per la comunità intera, dei risultati raggiunti; quella logica che, se necessario, consentirà di ritarare i parametri in base ai nuovi obiettivi di riferimento.

Coerentemente con quanto scritto, abbiamo allora voluto drappeggiare di utilità queste righe, provando a studiare l’equazione matematica che potrebbe supportare i progetti legati allo sviluppo della smart city e della comunità di riferimento.

E l’abbiamo immaginata così:

dove T= territorio (smart city), PA= Pubblica Amministrazione, C= cittadini, I= imprese, S= scuole

Il territorio inteso come città a misura d’uomo, smart, è il risultato dell’ impegno sinergico dei suoi enti pubblici, dei cittadini, di imprese e scuole, elevato alla potenza “responsabilità”, intesa come capacità di dare risposte efficaci ed utili, alla collettività .

Per converso quindi, la radice di un territorio basato sulla capacità di dare delle risposte, è data dall’impegno sinergico della PA, dei cittadini, delle imprese e delle scuole.

Emerge come nè l’impegno solitario di ognuno di questi soggetti, né l’impegno congiunto ma non finalizzato a produrre dei risultati verificabili, siano sufficienti per costruire la città o il territorio smart; una lodevole iniziativa di un Comune che non sia frutto di una contaminazione con la cittadinanza lascia il tempo che trova, così come l’imprenditore illuminato che realizza un progetto esemplare ma di fatto isolato o non replicabile.

L’elemento chiave è la responsabilità intesa come capacità di dare risposte a qualcuno, sulla base di dati, di risorse, di processi e di risultati; non dimenticando che quel “qualcuno” è la comunità.

Ecco che allora la comunità diventerà tanto più smart, ovvero intelligente, quanto più sarà alta la consapevolezza di dover pretendere risultati misurabili e verificabili.

Paola Chiesa


Il digitale è un’azione da far accadere

digitale

 

Immaginiamo il digitale come un verbo

Il linguaggio può influenzare il pensiero? Facciamo una prova e supponiamo che voglia invitarvi a casa mia; potrei esprimermi in almeno due modi:

“Domenica co-eating in salsa social; location country particolarmente adatta al think tank; non portate nulla, piuttosto facciamo smart cooking insieme; sicuramente sarà più carino partecipare in modalità eat and tweet, basta che #usehashtagwithouterrorsonyoursmartphone. In caso di sole, surprise beach party. Car sharing benvenuto, cohousing disponibile, dress code via @”

Oppure: “Se vogliamo trovarci domenica in collina da me per mangiare pane e salame, gentilmente vi aggregate e date anche un passaggio a chi è senz’auto ? Così facciamo due chiacchiere in allegria, parliamo di futuro e facciamo una telefonata anche a chi non avrà potuto raggiungerci! Se il tempo sarà clemente faremo pure i gavettoni! Se qualcuno alzerà il gomito, nessun problema… potrà fermarsi a dormire. Vestitevi come volete.”

Sul linguaggio scriviamo spesso (cfr. Il linguaggio dell’innovazioneQuando l’informazione è anche un valore), perché per noi è quel presupposto irrinunciabile che ci consente di creare relazionicondivisione di valori e comunità.

In tema di innovazione, Pubblica Amministrazione e Agenda Digitale, un illuminante articolo di Nello Iacono descrive come la carenza di sensibilità e consapevolezza sull’utilizzo del digitale in Italia, abbia creato le condizioni per relegarlo in un ambiente di nicchia, sempre più distante dalla realtà.

In effetti è come se il mondo in cui viviamo fosse costituito da due parti, una reale per la maggior parte delle persone, e una digitale per pochi eletti. Si perde così di vista l’obiettivo vero, che è quello di lavorare per costruire il nostro futuro, anche attraverso lo strumento del digitale.

Questa confusione tra strumenti e obiettivi ha una sua ragion d’essere, legata secondo noi anche all’utilizzo della lingua ed alla sua capacità di incidere sul pensiero. Quando in analisi logica studiamo le strutture del linguaggio con la ripartizione in sostantivi, aggettivi e verbi, impariamo a conformare il nostro pensiero in termini di oggetti, proprietà, azioni, ovvero personaggi, sentimenti ed eventi, peraltro descritti rispettivamente dai tre generi di letteratura classica quali epica, lirica e dramma (imperdibili e molto istruttivi al riguardo gli scritti sulla logica di Piergiorgio Odifreddi).

Nelle lingue moderne vi sono molti più sostantivi che verbi: per questo noi tendiamo a pensare al mondo come oggetti piuttosto che come eventi. Nella lingua greca, ad esempio, la prevalenza di verbi rispetto ai sostantivi rispecchia un diverso modo di pensare, una visione del mondo concentrata sulle azioni. Differenze tra lingue, differenze che incidono sul pensiero… Queste differenze linguistiche sono alla base della diatriba presente tra la scuola filosofica analitica, che parla l’inglese, lingua moderna rivolta agli oggetti, e la scuola filosofica continentale, che parla il tedesco, lingua dal pensiero simile al greco.

Tornando perciò al digitale, sembra difficile farlo uscire da quella nicchia avulsa dal mondo e piuttosto autoreferenziale, se non smettiamo di immaginarlo come un sostantivo, o ancor peggio, come aggettivo. Proviamo invece a immaginarlo come un verbo, un’azione da far accadere e da far evolvere nel tempo, per modificare la realtà, migliorandola.

Sarà forse un’occasione per cominciare a ragionare in termini di obiettivi, valori, risorse, competenze, processi, risultati, condivisione, comunità.

Paola Chiesa


Da una pietra a un modello di smart community

walt disney,smart community

 

Un prototipo di smart community

“Di fronte a scenari inediti occorre rispondere in modo inedito”; sorrido pensando allo slogan di un evento che si tenne a Torino a fine 2010, due giorni di lavori che per noi sono stati il seme che abbiamo successivamente cercato di far germogliare…

Tutto è nato da una pietra, una delle dieci messe all’asta durante il seminario, che personalmente abbiamo raccolto proprio perché pronti ad un’azione concreta rispetto all’assunzione di responsabilità. Quella pietra si chiamava non a caso Immaginario

Il portale responsabilities.it (response + abilities) è il frutto di quel seme raccolto: l’ideazione di uno strumento capace di essere propagatore dell’humus dal quale è partito e che si sviluppa e si rivolge a due ambiti: la persona e l’impresa, saldamente radicate nel territorio, nel quale vivono ed operano, con il quale possono interagire e verificare in modo diretto i risultati dei propri interventi.

Il portale è l’espressione concreta di un modello di smart community, nella quale i diversi attori del territorio, cioè il cittadino, l’impresa, l’ente pubblico, la scuola, le associazioni, collaborano per costruire insieme un modello di realtà ed un modo di partecipare alla cosa pubblica, basati sul territorio di riferimento.

Nella sezione e-commerce sono ospitate gratuitamente le aziende per la vendita di prodotti e servizi on line; nella sezione relativa ai medici si può richiedere la prenotazione online delle visite mediche.

Quando si acquista un prodotto o un servizio, una percentuale viene devoluta dal venditore ai progetti sostenuti in quel periodo, di natura culturale, ambientale, sociale.

Il portale è stato realizzato come un prototipo che si pone come uno strumento concreto e attivo per contribuire, in ottica di responsabilità sociale e di cittadinanza attiva, a trovare soluzioni originali ed inedite nel complesso e faticoso scenario economico e sociale in cui viviamo.

Il modello è nato a Torino nel 2012, ma per sua natura punta alla replicabilità e scalabilità in altre città, con l’obiettivo di valorizzare i diversi territori, ognuno con le proprie peculiarità.

E’ doveroso, sempre in ottica di condivisione, evidenziare la criticità di questo progetto, che è quella di essere germogliato in autonomia e libertà, come quei fiori che nascono miracolosamente tra le rocce: è un progetto di natura politica ma non ha nessun padrino; è un progetto imprenditoriale di ampio respiro, ma non rientra in nessun circuito di start up innovative; è un prototipo funzionante, in un Paese in cui spesso contano di più i business plan patinati; è stato ideato ed implementato da una donna, ma nel contesto del sostegno all’imprenditoria femminile ciò non ha rappresentato alcun vantaggio; si rivolge al target delle piccole imprese, ma in Italia non c’è né la consapevolezza né una strategia sul ruolo delle piccole aziende nell’economia e nella società.

Evidentemente ci sfugge qualcosa…

Paola Chiesa


E-commerce sostenibile

e-commerce

 

Il problema dell’e-commerce è davvero la pausa estiva?

“Come acquistare in sicurezza sotto l’ombrellone”, leggevo in questi giorni…

In effetti è vero, è proprio un piacere acquistare dai grandi players dell’e-commerce: 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno e servizio ineccepibile; poi ci sono gli altri…i piccoli, ai quali mi riferisco spesso per poterne fare emergere le esigenze; quelli che se ricevono un ordine ad agosto da un cliente che è sotto l’ombrellone per giunta, maledicono la sorte avversa perché l’impiegata è in ferie, perché devono verificare l’avvenuto pagamento, perché devono procedere a spedire la merce (impacchettare il prodotto, chiamare il corriere, farsi trovare dal corriere) perché per evadere l’ordine devono sospendere l’attività che stavano svolgendo. Insomma è vissuto tutto come un dovere, dimenticandosi che grazie all’e-commerce hanno acquisito un cliente che normalmente sarebbe stato irraggiungibile, se non altro da un punto di vista geografico.

Peraltro in Italia solo 1 sito su 4 è ottimizzato per l’e-commerce mobile, nonostante gli acquisti da device si attestino sul 20%

I dati relativi all’e-commerce sono positivi e seguono un costante trend di crescita, ma quali ricadute concrete hanno sulla realtà territoriale?

Il punto vero è che l’e-commerce in Italia è una bella realtà ancora solo per pochi. Guardando al lato positivo della cosa, ciò significa che abbiamo un ottimo margine di miglioramento!

Se un’azienda decide di intraprendere questa strada che succede?

Può capitare ad esempio che ci si ricordi di essere iscritti alla Camera di Commercio, quell’ente che una volta all’anno si ricorda di te per il pagamento del diritto annuale, e l’associazione mentale può facilmente innescarsi: commercio elettronico=Camera di Commercio.

Magari! Adempimenti amministrativi, fiscali e normativi, scelta della piattaforma e-commerce, forme di pagamento sicure, creazione del catalogo prodotti, redazione di contenuti, organizzazione della logistica, supporto clienti pre e post vendita, sono tutte tematiche non proprio banali che il piccolo imprenditore si trova a dover affrontare di fatto contemporaneamente e presso soggetti diversi (commercialista, consulente legale, Agenzia delle Entrate, Comune, sofware house, spedizioniere, banca, personale dell’azienda), senza sapere da che parte iniziare. ll tutto dando per scontato di avere un accesso alla rete veloce

Al che è veramente curioso che da un lato ci sia una proliferante letteratura positiva sull’e-commerce che spinge le aziende ad investire nel settore, mentre dall’altro si avverte l’attrito rappresentato dagli enti che a vario titolo  dovrebbero essere strutturalmente d’aiuto e di incentivo nei confronti delle aziende stesse: per esempio la Camera di Commercio, che è anche un osservatorio privilegiato in grado anche di prevedere verosimilmente la direzione del mercato locale; per esempio la Regione attraverso il suo Assessorato alle Attività Produttive, con azioni propositive incisive; e perché non includere anche i Comuni?

Ferma restando l’assoluta libertà di ogni azienda di procedere secondo la procedura che ritiene migliore nel mare magnum del mondo e-commerce, attraverso consulenti, agenzie, guru ecc, balza agli occhi l’ingiustificata assenza del livello di politica istituzionale attiva; dato il valore economico che l’argomento rappresenta, perché non gestire un intervento positivo congiunto e sinergico tra più soggetti, in grado di declinare sul territorio la spinta innovativa per rilanciare qualità e inventiva delle nostre imprese? Le mutate forme di relazione e le interdipendenze crescenti tra i soggetti pubblici e privati di una realtà territoriale, di fatto impongono nuove modalità di approccio, secondo procedure e metodologie condivise che, se finalizzate a gestire il cambiamento che avanza, non potranno che dare risultati in ottica di sostenibilità economica, sociale ed ambientale. Già, perché la sostenibilità in sé non esiste, la si costruisce e se ne misurano gli effetti in termini di sviluppo.

Paola Chiesa


Meglio una PA tradizionale o digitalizzata?

dividendo efficienza PA
Come rendere la PA digitalizzata anche efficiente

La domanda potrebbe sembrare retorica, mentre invece è volutamente provocatoria.

Lo strumento tecnologico di per sé non rende un servizio efficiente; una gestione secondo criteri di efficienza efficacia ed economicità misurabili, molto probabilmente connoterebbe positivamente anche l’erogazione tradizionale dei servizi della Pubblica Amministrazione, allo sportello per intenderci; d’altra parte non basta pronunciare la parola “digitale” per far sì che il servizio offerto si manifesti cabalisticamente come efficiente.

In ogni caso la percezione dell’utente, sia che si tratti di un cittadino, di un’impresa o di un professionista, rispetto al modo di operare della PA, digitalizzata o meno, è di inadeguatezza rispetto alle aspettative di una società sempre più incline ad interagire e relazionarsi in una dimensione comunicativa e collaborativa a due vie, in ottica di trasparenza e funzionalità.

In questo contesto si colloca allora la significativa esperienza dell’Agenda Digitale Lombarda, che si distingue per aver cercato di declinare le azioni e gli interventi da porre in atto per sfruttare al meglio le ICT e generare in questo modo valore aggiunto sia per la PA che per i cittadini, i professionisti e le imprese.

Delle sei aree cui sono riconducibili tali interventi, ovvero divario digitale (digital divide); infrastrutture abilitanti e servizi digitali; interoperabilità e standard; patrimonio informativo pubblico; cittadinanza digitale; ricerca e innovazione nell’ICT, la Regione Lombardia ha sviluppato all’interno dell’area prioritaria interoperabilità e standard un modello di stima del dividendo dell’efficienza della PA, cioè del risparmio in termini di tempi e costi che si ottiene attraverso la riorganizzazione della Pubblica Amministrazione per mezzo delle ICT in generale e attraverso interventi di razionalizzazione e semplificazione de “i procedimenti amministrativi, le attività gestionali, i documenti, la modulistica, le modalità di accesso e di presentazione delle istanze da parte dei cittadini e delle imprese” in particolare. Lo stesso Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) prevede la definizione di un sistema per la determinazione del dividendo dell’efficienza, quando all’art. 15 prevede : Le Pubbliche Amministrazioni quantificano annualmente, ai sensi dell’articolo 27, del Decreto Legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, i risparmi effettivamente conseguiti in attuazione delle disposizioni di cui ai commi 1 e 2. Tali risparmi sono utilizzati per due terzi secondo quanto previsto dall’articolo 27, comma 1, del citato Decreto Legislativo n. 150 del 2009 e in misura pari ad un terzo per il finanziamento di ulteriori progetti di innovazione

Sul tema dell’interoperabilità e standard l’Agenda Digitale Lombarda è tra l’altro recentemente intervenuta anche riguardo la proposta di standard Open Data per gli enti locali lombardi, alla quale in ottica collaborativa abbiamo partecipato congiuntamente, in qualità di Centro Studi Informatica Giuridica di Milano e di Ivrea- Torino.

Interoperabilità

In concreto, Province, Comuni capoluogo e aggregazioni di Comuni con popolazione complessiva superiore a 50.000 abitanti sono stati chiamati a realizzare un sistema di Pubbliche Amministrazioni integrato e sincrono, nel quale le attività di back-office dei vari attori pubblici siano pienamente integrate con le attività di sportello erogate dal front-office, a vantaggio dei cittadini e delle imprese. Obiettivo da raggiungersi in concreto attraverso la realizzazione di progetti per la reingegnerizzazione, la digitalizzazione e la standardizzazione di processi e procedure allo scopo di favorire azioni di semplificazione e migliorare l’accesso e la fruizione ai servizi pubblici, nonché ridurre i tempi e i costi di tali processi e procedure sia per la PA che per i cittadini, i professionisti e le imprese.

La risposta è stata la seguente: a fronte del bando di invito a presentare le proposte, emanato nel 2011, tra il 2012 ed il 2013 sono stati firmati 14 accordi di collaborazione interistituzionale (ACI), attivate 13 cabine di regia per il monitoraggio ed il controllo degli accordi, infine approvati e avviati 12 progetti esecutivi che coinvolgono 449 enti locali sul territorio lombardo.

Standard

La Regione Lombardia è intervenuta interpretando ed integrando in un unico metodo i diversi modelli presentati dai vari enti partecipanti al progetto; parallelamente i capofila delle varie aggregazioni hanno così potuto iniziare le rilevazioni per il calcolo del dividendo dell’efficienza.

Il metodo utilizzato dalla regione lombarda ha origine anglosassone (Transactions Cost Methodology) e si basa sulla filosofia che ogni utente “perso” a causa di un’informazione non disponibile e/o dell’interfaccia non usabile (e quindi un basso numero di istanze) diventa un “costo” per la PA che investe sul digitale.

Comunicazione

Il focus si sposta dalla semplice rilevazione di tempi e costi, a quanti cittadini e utenti utilizzano i procedimenti e servizi della PA. Non basta infatti investire nella digitalizzazione di processi, procedure e servizi, se parallelamente non viene disincentivato il procedimento erogato in modalità tradizionale. Infatti il paradosso è che a fronte di ingenti investimenti nel digitale, gli utenti preferiscono usare le versioni cartacee! Perché?

Perché per determinare il successo o il fallimento di un servizio di e-government sono fondamentali la conoscenza della sua esistenza, un linguaggio chiaro, modalità di divulgazione che ne incentivino l’utilizzo, la velocità di reperimento del servizio, la facilità d’uso dello stesso, la verifica periodica dei risultati raggiunti come ulteriore strumento per raffinare il servizio.

A chi come noi interessa che le buone prassi non restino rinchiuse in ambienti insonorizzati ed invisibili, non resta che promuoverne la ricerca, la valutazione critica e la condivisione.

Link all’applicativo per il calcolo del dividendo dell’efficienza dell’Agenda Digitale Lombarda

Materiale informativo sul dividendo dell’efficienza per le Pubbliche Amministrazioni

Paola Chiesa