La trasparenza può facilitare una comunicazione non ostile?

Contributo per il panel “Politica e legge” al convegno Parole O_Stili di Trieste, 17-18 febbraio 2017

Abstract

Lavorare sul tema “trasparenza” significa, per un amministratore pubblico, oltre a lottare quotidianamente per il cambiamento di una mentalità per così dire ancora piuttosto sorda sull’argomento, utilizzare un linguaggio generoso dove prevalgono parole come  “open” (data), riutilizzo, condivisione, compatibilità, divulgazione. Sono parole che creano ponti tra le persone, che richiamano immagini di comunità laboriose, di coesione, di inclusione, di sviluppo. Perché la trasparenza avvicina le persone.
Una comunicazione costruttiva ed innovativa in politica è quella in cui le persone, oltre a porsi domande, imparano a porle, in particolare al cittadino, disponendosi  così all’ascolto, quindi al silenzio, e alla conseguente interazione, frutto di parole pesate. Qual è il segno di punteggiatura più adatto ad evidenziare la disposizione al silenzio, all’attesa, al confronto? Quello che più di altri richiede risposte: il punto interrogativo. Perché non iniziamo allora a farne maggior uso in politica, per una comunicazione non ostile, fondata su fatti documentati e su dati verificati?

Testo

Desidero condividere con voi un’esperienza significativa e molto costruttiva sul fronte dell’innovazione sociale , che provo a tradurre in un contributo auspicabilmente utile alla causa del  tavolo di lavoro “Politica e Legge” al convegno Parole o Stili di Trieste.
Alcune settimane fa ho partecipato a Torino alla presentazione di un workshop su FirstLife, un social network civico che forse alcuni di voi conoscono, realizzato dal Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino, in particolare dallo staff del Prof. Guido Boella. In quell’occasione si è attivato un confronto tra i presenti (Istituzioni locali, associazioni, imprese, mondo accademico, ma anche cittadini e studenti), sull’impatto della ricerca e dello sviluppo di tale social network sui progetti locali e sulle nuove pratiche di collaborazione tra settore pubblico e privato.

Questo social network civico potremmo definirlo in effetti come un tool di collaborazione tra cittadini, i quali possono mappare la città di Torino con  iniziative o temi di interesse, nonché impostare la ricezione di notifiche ad hoc per essere informati sui nuovi inserimenti. Così, se abito in un determinato quartiere  e sono per esempio appassionata di cinema, troverò mappate le poche o tante iniziative su quel tema. Allo stesso modo potrò inserirne altre di cui sono a conoscenza. Questo modo di operare consente al cittadino di inserirsi in un flusso che naturalmente lo porta a conoscere il suo quartiere e a trasformarlo. Un modo utile ed efficace per esercitare la cittadinanza attiva.  Viene in effetti definito come social network “di quartiere” ed ha contribuito a rendere Torino la seconda città più innovativa d’Europa, dopo Amsterdam.

Scopriamo così di avere a Torino quartieri con alta concentrazione di attività culturali, accanto ad altre con scarsa presenza di  servizi sociali, ecc. In tutto questo, il primo aspetto degno di nota è che la notizia è prodotta dal cittadino, persona direttamente informata sui fatti, dato che vive il territorio di riferimento. Ma il concetto innovativo che più mi ha colpito, e su cui si basa questo social network,  è la condivisione di domande e soluzioni tra  persone che vivono nello stesso quartiere e condividono la stessa quotidianità. In particolare, il legame che nasce è frutto di reti di collaborazione basate sull’agire, non sull’amicizia reale o virtuale, come accade su altri social network. Il paradigma è rovesciato , e penso che abbia proprio colto nel segno, se lo scopo è quello di portare le comunità di cittadini al centro dei processi di collaborazione e di cittadinanza attiva, di incidere positivamente sull’inclusione e sulla coesione sociale. Un approccio intelligente che può incidere in modo significativo sulla ricomposizione delle relazioni sociali.

Come si collega tutto questo alla sfida che vogliamo lanciare alla politica per andare oltre gli slogan e rifuggire le battute ad effetto, favorendo invece la diffusione di interazioni e dialoghi democratici sui social?
Lasciamo First Life, togliamoci il berretto da innovatrice e indossiamo quello da amministratore pubblico, per approdare alla realtà dei social network che frequentiamo abitualmente: la presenza in rete della classe politica è di fatto ampiamente caratterizzata dalla ricerca di un consenso ottenuto attraverso una comunicazione “ostile”, basata su toni aggressivi e provocatori che hanno lo scopo di costruire una visibilità attorno al personaggio, altrimenti difficilmente raggiungibile.

La domanda che a questo punto dovremmo porci è: quale tipo di comunicazione può aiutare la classe politica a passare dal consenso generato dalla visibilità della persona,  al consenso collegato all’evidenza dei contenuti e dei risultati ottenuti?
Servono tecnica, contenuti e trasparenza.

La tecnica.
In effetti, quando parliamo di “classe politica” ci riferiamo a soggetti che rappresentano i cittadini in un determinato ente, o in un organo politico amministrativo. La comunicazione sui social, espressione di quell’ente o di quell’organo politico, dovrebbe rifarsi sempre ad una netiquette: la social media policy è allora proprio lo strumento che consente di definire in  termini chiari e trasparenti le forme e le modalità della propria presenza on line, delle attività istituzionali e del rapporto proposto ai cittadini; in secondo  luogo consente agli enti di organizzare al meglio la gestione dei contenuti e dei i flussi informativi, e di capire maggiormente le esigenze e le richieste degli interlocutori, garantendo così agli stessi un servizio migliore. I social  media costituiscono infatti non soltanto strumenti di informazione ma anche di ascolto, di dialogo, di agevolazione nell’erogazione dei servizi al cittadino, di promozione dell’immagine dell’ente, del territorio e della comunità. Diffondere, spiegare, educare all’utilizzo di questa modalità operativa sui social, dovrebbe diventare una pratica condivisa.
I contenuti.
I social media sono anche strumenti di documentazione dell’attività di un ente, attraverso i quali si possono intercettare i bisogni dei cittadini e anche sviluppare la creazione di intelligenze collettive a vantaggio della comunità territoriale. Il loro utilizzo consente alle pubbliche amministrazioni di sondare come è valutata la propria attività da parte dei cittadini ed il loro livello di soddisfazione, aprendo nuovi scenari in materia di customer satisfaction dei servizi.
La trasparenza.
L’utilizzo dei social media e l’adozione di social media  policy, consentono di tradurre in pratica la promessa di trasparenza ed accountability nei confronti della comunità. Si tratta a ben vedere di rendere evidenti i contenuti dell’attività svolta, divulgandoli, spiegandoli, condividendoli, riutilizzandoli. Investire sulla politica della trasparenza significa passare dal concetto di “ufficio” a quello di “servizio pubblico”: creando i dati, pianificandone l’apertura, estraendone le informazioni, gestendone le implicazioni e le reazioni, misurandoli, controllandoli, rendicontandoli.
Infine, come incide la trasparenza sul linguaggio, in politica? È sorprendente notare come la diffusione della trasparenza in un ente pubblico significhi per un amministratore pubblico, oltre a lottare quotidianamente per il cambiamento di una mentalità ancora molto ingessata, fare anche un largo utilizzo di parole quali “open” (data), riutilizzo, condivisione, compatibilità, divulgazione. Sono parole che creano ponti tra le persone, che richiamano immagini di comunità laboriose, di coesione, di inclusione, di sviluppo. La trasparenza avvicina le persone.

Un’ ultima suggestione: una comunicazione costruttiva ed innovativa in politica è quella che oltre a porsi domande, le pone al cittadino, disponendosi all’ascolto, quindi al silenzio, e alla conseguente interazione. Qual è il segno di punteggiatura più adatto ad evidenziare la disposizione al silenzio, all’attesa, al confronto? Quello che più di altri richiede risposte: il punto interrogativo.

Paola Chiesa


Il 2015 di #adotta1blogger in nome della condivisione

I numeri della condivisione di #adotta1blogger

Data la mia natura piuttosto riservata, non sono abituata a fare bilanci in pubblico relativamente alle mie attività professionali, e ancor meno rispetto alle faccende più personali. Ma nel 2015 è successo qualcosa di diverso, assolutamente fuori da qualsiasi schema, e per me sconvolgente: #adotta1blogger.
Tutto nacque il 5 marzo 2015:  “vogliamo lanciare una simpatica campagna, per cominciare a costruire una rete, che potremmo definire di condivisione della conoscenza. E’ semplicissima e funziona così: condividiamo sui social 1 post di un blogger a scelta, dopo averlo possibilmente letto! Non c’è limite alle adozioni. Basta che ad ogni condivisione usiamo l’hashtag #adotta1blogger. La campagna inizia oggi e beh… il suo destino è nelle mani della rete.”
La rete ha decisamente compreso e ne ha avuto cura. Come quando lanciamo un sasso in un lago e osserviamo affascinati la propagazione delle onde che si allontanano via via in armoniosi cerchi concentrici, così #adotta1blogger si è sviluppato, approdando sul gruppo facebook, volutamente chiuso per proteggerlo e garantirne una crescita controllata.
E da lì ogni giorno ha portato una soddisfazione: dal logo alla mappa e ai tool tecnici, ai consigli, all’attività entusiasta e alle incursioni corsare di tutti coloro che sono presenti qui, e di cui presentiamo i “top engaged” da marzo ad oggi: Sonia Bertinat, Francesco Ambrosino, Rita Fortunato, Valeria Bianchi Mian, Nick Murdaca, Andrea Toxiri, Mirna Pioli, Gloria Vanni, Valentina Coppola, Fabio Piccigallo, Sylvia Baldessari, Bruna Athena, Anna Pompilio, Emma Frignani.

topeng2015E siamo cresciuti
“Mamma in quanti siete in #adotta1blogger?” “37!” ricordo che risposi a fine marzo, e brindammo con grande gioia per questa notizia. Se qualcuno mi avesse detto allora che a fine anno saremmo stati in 900 e passa, penso sinceramente che l’avrei mandato a quel paese…

chart1E siamo bene comune
Attraverso il metodo della condivisione la community è cresciuta in quantità e in qualità, grazie alla connotazione di “adozione”, che lega i membri di #adotta1blogger in modo elettivo e selettivo. E la qualità genera a sua volta partecipazione e ulteriore condivisione, fortificando legami e caratterizzando ogni giorno che passa il modo di essere di #adotta1blogger: non più un gruppo, ma una community di blogger, autori e giornalisti che fanno il “bene comune” divulgando conoscenza, riconoscendosi in essa ed amplificandone l’effetto grazie alle contaminazioni ed alle sinergie che nascono.

chart5E costruiamo...
Ci piace costruire, da zero, utilizzando simbolicamente antichi strumenti ma evidentemente sempre efficaci, quali il filo a pombo e la livella. La  perpendicolare, o filo a piombo, simboleggia il continuo approfondimento, la ricerca, la verticalizzazione della nostra conoscenza. Fornisce la verticale di una costruzione e permette di verificarne la stabilità. Di conseguenza rappresenta la competenza del blogger. La livella è uno strumento di precisione per la ricerca dell’equilibrio di una costruzione. Riferisce la conoscenza ad un piano orizzontale, comunitario, il solo che possa consentire il miglioramento della società. E’ la conoscenza condivisa e la scrittura sociale che ne scaturisce.

E produciamo…
Da aprile abbiamo lo strumento della rassegna stampa, bla bla blogger, con il quale veicoliamo in rete le connessioni tra post e blogger diversi, fortificando legami e valorizzando l’opera dei singoli, perché si sa, il tutto è maggiore della somma delle sue parti.

E innoviamo...
Interazione sociale e condivisione di informazione e conoscenza producono innovazione,  condite da cittadinanza attiva, attivismo digitale, filosofia e utilizzo degli open data, che sono per noi modalità nuove per consentire la collaborazione tra vari soggetti (enti pubblici, aziende, scuole, associazioni, singoli cittadini) al fine di realizzare buone pratiche, utili per migliorare la qualità della vita del cittadino. Chiamiamola pure innovazione sociale, che va a braccetto con i concetti di inclusione e di  sharing economy.

E ci ritroviamo adottati…da La Stampa
Il vento dell'”innovation without permission” che ci caratterizza, ha trasportato il nostro semino nella redazione della lungimirante testata sabauda, che ha deciso di ospitarci online con un’apposita rubrica dedicata alla community #adotta1blogger. Ci adotta. Addirittura! Non a caso, aggiungo volentieri, è anche il primo quotidiano italiano ad adottare la licenza Creative Commons per la condivisione dei suoi articoli!

E insieme attendiamo il Natale

La community di #adotta1blogger se l’è proprio goduto l’Avvento, grazie all’iniziativa del #bloggeravvento e alla rassegna stampa natalizia che hanno veicolato i preziosi post dei blogger, consegnandoli come pacchi dono a chiunque abbia voluto scartarli e leggerli.

Insomma, se ci voltiamo indietro, in questo 2015 #adotta1blogger ne ha fatta davvero tanta di strada.
Il segreto? Abbiamo vissuto intensamente i nostri piccoli passi quotidiani, con umiltà, lavoro costante, disponibilità e passione.
In #adotta1blogger ha vinto la semplicità. Quella delle grandi cose, che ci consente di guardare indietro con profonda riconoscenza verso tutti coloro che ci hanno consentito di raggiungere tale traguardo, e di guardare al 2016 con serenità e fiducia.

Grazie e Buon 2016 a tutti!

Paola

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Ma #adotta1blogger è anche un bene comune?

La community #adotta1blogger in quale categoria di beni comuni rientra?

Mi sono posta questa domanda al Festival Internazionale dei Beni Comuni a Chieri (TO), durante la raccolta delle firme per l’appello #openstazioni che abbiamo lanciato come Centro Studi Informatica Giuridica di Ivrea-Torino. Si sa, gli open data sono una delle mie passioni, anche se, per come è gestita la tematica in Italia, i risultati non sono ancora apprezzabili.
Comunque, tornando a noi, ci piacciono molto le domande, perché ci invitano a confrontarci, chiedere supporto, metterci in discussione, capire, comprendere. E quindi esercitare delle scelte. In #adotta1blogger, le domande le chiamiamo in gergo “adott-segnali”, una sorta di SOS, di natura tecnica, professionale o anche semplicemente personale. Tu chiedi, la famiglia risponde! Si, perché  #adotta1blogger è anche una famiglia…
Così anche la domanda contenuta nel titolo vuole essere un invito ad un approfondimento. E ad una scelta di campo.
Adotta 1 Blogger, si sa, è un laboratorio liquido, nato sui social per costruire una rete di condivisione della conoscenza, grazie a blogger, scrittori e giornalisti. La rete collega naturalmente le persone quando c’è condivisione di interessi, necessità ed obiettivi.
Nella nostra rete, interazione sociale e condivisione di informazione e conoscenza producono innovazione,  condite da cittadinanza attiva, attivismo digitale, utilizzo degli open data, che sono per noi modalità nuove per consentire la collaborazione tra vari soggetti (enti pubblici, aziende, scuole, associazioni, singoli cittadini) al fine di realizzare buone pratiche, utili per migliorare la qualità della vita del cittadino. Chiamiamola pure innovazione sociale, che va a braccetto con i concetti di inclusione e di  sharing economy.
Come il fiume che nasce da una sorgente, scende a valle, si ingrossa, si dirama, si restringe, incontra ostacoli e si fa strada per improbabili direzioni, sfociando infine in mare aperto, così procede il cammino di #adotta1blogger. Se questo è il cammino, per analizzarlo non possiamo che procedere induttivamente, analizzando il metodo di lavoro per poterne comprendere gli obiettivi.
Il metodo si fonda sulla condivisione,  che consente da un lato di far crescere in quantità la community stessa, dall’altro, attraverso la connotazione di “adozione”, la fa crescere in qualità. Già, perché nessuno adotta un contenuto che non lo convince, non lo stimola e non gli trasmette qualcosa, quel valore aggiunto a livello intellettuale o emozionale. E la qualità genera a sua volta partecipazione e ulteriore condivisione, fortificando legami e caratterizzando ogni giorno che passa il modo di essere di #adotta1blogger: una community di blogger, autori e giornalisti che hanno compreso che il “bene comune” è, nel nostro caso, divulgare la conoscenza, riconoscerci in essa ed amplificarne l’effetto grazie alle contaminazioni ed alle sinergie che nascono tra membri della stessa “famiglia”, dove banalmente condividiamo la stessa scuola di vita, con giovamento di tutti.
La nostra scelta è stata semplice: esserci, con un progetto culturale.
E da quel momento la community ha prodotto la rassegna stampa quotidiana “bla bla blogger”, che propone un’apprezzata selezione di 7 post adottati dalla community, lo speciale mensile dei 7 blogger più attivi della community, collaborazioni tra blogger.
Siamo quasi in 500, e il trend è felicemente in crescita.
Tornando alla domanda del titolo: “Ma #adotta1blogger è anche un bene comune?” Beh, in realtà a noi che siamo un laboratorio liquido, le definizioni stanno un po’ strette… per cui non sappiamo se #adotta1blogger sia un bene comune, ma sicuramente possiamo dire che “fa” il bene comune. Tanto ci basta. Ed è una grande soddisfazione, che voglio condividere con tutta la community di #adotta1blogger.
Colgo anche l’occasione per rivolgere un particolare ringraziamento all’attività degli “ambassador” di #adotta1blogger, che con grande professionalità contribuiscono quotidianamente a rafforzare la presenza della community grazie alla loro preziosa attività divulgativa e tecnica.

Eccoli:

Francesco Ambrosino, Fabio Piccigallo, Valentina Coppola, Rita Fortunato, Francesco Mercadante, Gloria Vanni, Lucia Schirru, Mirna Pioli, Sonia Bertinat, Sylvia Baldessari, Valeria Bianchi, Nick Murdaca, Emma Frignani, Monica D’Alessandro Pozzi, Luca Borghi, Andrea Toxiri, Bruna Athena, Eli Sunday Siyabi, Roberto Gerosa, Federica Farinelli, Anna Pompilio, Silvia Comerio, Roberta Migliori, Elisa Benzi, Ludovica De Luca, Nico Caradonna, Matteo Pogliani, Delia Enigmamma, Stefania Cunsolo, Annarita Faggioni, Silvia Biasio, Barbara Buccino, Daniela Mosca, Mimma Rapicano, Alessandro Nasdrovian Mariani, Angelo Cerrone, Antonio Dimitrio, Daniele Maisto, Barbara Santagata, Santa Spanò, Paolo Fabrizio, Elisa Spinosa, Marina Pitzoi, Daria Benedetto, Cora Francesca Sollo, Rosanna Perrone,  Cristina Arnaboldi, Marco Freccero, Giovanni Amato, Simone Bennati, Marjorie Cigoli, Marco Alì, Manu Nove.

Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande.” (Adriano Olivetti)

Paola Chiesa

 

 


Adotta 1 blogger!

blogger
Campagna di condivisione #adotta1blogger

E’ una figura un po’ ottocentesca quella del blogger, immersa nelle letture, nei silenzi, nei sogni, spesso nel disordine delle cose di casa, nelle quali è facile che si perda… Ma è anche piuttosto organizzato, si districa in fondo bene tra strategie, piani editoriali ed analytics, sa ben condire testi con immagini e video, dosare tempi. Seduce anche gli sconosciuti, già. O almeno ci prova…
Il suo pubblico è esigente, sfuggente, spesso infedele, volubile, non sempre puntuale agli appuntamenti. Lui che è un po’ scrittore un po’ grafico un po’ informatico un po’ psicologo un po’ sociologo un po’ creativo, può trovare spunti di ispirazione in tutto e niente, si entusiasma e si abbatte altrettanto facilmente, perché è  un attento osservatore, completamente immerso nel flusso di ciò che gli accade attorno. Lui c’è, punto. E’ una piccola certezza, è un innamorato non sempre corrisposto, sempre disponibile ad instaurare connessioni e conversazioni, spesso critiche, a volte coraggiose. Non a caso il suo habitat naturale è costituito dai social.
Il blogger fa sempre il primo passo, del resto la sua stessa etimologia lo richiede: blogger è l’autore di un blog, a sua volta contrazione di  web-log, cioé diario in rete. Poi quello che succede succede… certo che se non succede nulla va in crisi forte! Perché se scrivi in rete, l‘interazione non è solo gradita, è anche necessaria.
Per che cosa? Ad esempio nel nostro caso serve per creare ponti di comunicazione tra vari soggetti di un territorio, pubblici e privati, su temi spesso sconosciuti ai più, quali open data, digitale, smart communities, commercio elettronico, per contribuire a renderli più comprensibili e, di conseguenza, utili per migliorare e misurare il livello della qualità della vita.

Perciò veniamo alla campagna #adotta1blogger. Avete notato che c’è sempre un giorno per tutto e per tutti? quello della mamma, del papà, dei nonni, della donna, del libro, dell’albero… del gatto!
Lungi da noi l’idea di suggerire la creazione di nuove festività (per carità), vogliamo invece lanciare una simpatica campagna, per cominciare a costruire una rete, che potremmo definire di condivisione della conoscenza. E’ semplicissima e funziona così: condividiamo sui social 1 post di un blogger a scelta, dopo averlo possibilmente letto! Non c’è limite alle adozioni. Basta che ad ogni condivisione usiamo l’hashtag #adotta1blogger. La campagna inizia oggi e beh… il suo destino è nelle mani della rete.
Se ti va, #adotta1blogger! Se non ti va, ogni tanto magari leggilo…

Vuoi sapere come sta procedendo la campagna? Clicca qui!

Paola Chiesa


La consultazione pubblica come strumento di partecipazione

Consultazione AgID sulla valorizzazione del patrimonio informativo pubblico

Una delle ultime consultazioni pubbliche alle quali abbiamo partecipato come Centro Studi Informatica Giuridica Ivrea-Torino è stata quella avviata dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) con oggetto la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico, cioé quali tipologie di dati sarebbe opportuno rendere disponibili secondo i principi dell’Open Data, a partire dalle esigenze di cittadini, professionisti ed imprese.
Al di là della soddisfazione di aver visto il nostro contributo recepito nel report dell’AgID, che sta attualmente studiando le proposte per elaborare il piano per il 2015, l’occasione è utile per riflettere sulla consultazione pubblica; si tratta di uno strumento di partecipazione democratica che consente ai portatori di interesse di esprimere il proprio parere e punto di vista su un argomento; a patto che:
– si sia a conoscenza della consultazione pubblica in corso;
– si sia interessati ad apportare il proprio contributo;
– si abbia dimestichezza con Internet.
Se poi si appartiene a quella categoria di persone note come attivisti digitali, partecipare a una consultazione è solo un passo tra i tanti di un percorso che si snoda in un mare di dati ed informazioni, nel monitoraggio, nell’approfondimento, nel confronto, nell’analisi dei risultati (quando ci sono e nella misura in cui sono reperibili ed accessibili) e nella critica costruttiva, secondo una logica tanto semplice quanto di fatto azzardata:
essere di stimolo ad una Pubblica Amministrazione interessata ad individuare i punti critici del proprio operato sui quali intervenire, al fine di programmare al meglio le attività e gli obiettivi da raggiungere; nonché pretendere la condivisione dei risultati al fine di poterne valutare l’efficacia, quale manifestazione concreta  di una comunità “smart” e consapevole.
E’ facile disorientarsi in un mondo di dati e di informazioni che viaggiano sul web… è un po’ come perdersi tra tante fragranze alla ricerca di quella nota profumata floreale, agrumata o talcata che ti convinca della sua unicità, senza rendersi conto che alla fine sei tu che renderai quel profumo unico, nel momento in cui lo sceglierai.
Allo stesso modo siamo noi che decidiamo le sorti del nostro attivismo civico, nel momento in cui lo esercitiamo. E’ una questione di scelta. Anche online.

Paola Chiesa


Applicare la “disruptive innovation” alla PA

disruptive
Perché adottare la disruptive innovation nella Pubblica Amministrazione?

In un precedente post avevamo parlato dell’innovazione ideale come evoluzione dal vecchio al nuovo attraverso quel filo sottile della tradizione, che consente di valorizzare le irrinunciabili conquiste di civiltà e di valutare l’efficacia delle azioni innovative.

Continuando le nostre riflessioni, questo approccio ci conduce verso il concetto della disruptive innovation di Clayton Christensen, ideatore della teoria del job to be done, secondo la quale il focus si sposta dal prodotto al bisogno che il prodotto è chiamato a soddisfare: banalmente, le persone non vogliono un frigorifero, vogliono conservare il cibo per consumarlo in un momento successivo. Secondo questa diversa prospettiva, l’innovazione è allora un processo per definire un concetto di prodotto o servizio che soddisfi dei bisogni importanti e non soddisfatti. Per arrivare a capire quali sono questi bisogni, è indispensabile interagire sapientemente con il mercato, con la gente.

La caratteristica fondamentale della disruptive innovation è che non è legata, come si potrebbe immaginare, a mutamenti tecnologici estremi o particolarmente complessi, quanto alla capacità di cogliere, secondo una metodologia quasi maieutica, quali sono i bisogni latenti nel consumatore, che ci sono sempre stati ma che per vari motivi non sono ancora emersi. Questo si che è dirompente. Una volta individuati, anche l’effetto è dirompente, perché genera il successo dell’iniziativa e ne viralizza gli effetti positivi.

Questo tipo di approccio, che mette il bisogno della persona al centro, mi riporta alla mente alcune significative tesi del Cluetrain Manifesto di Fredrick Levine, Christopher Locke, David Searls e David Weinberger, che già nella sua prima versione del 1999 diceva “parlare con voce umana non è un gioco di società, non si impara certo partecipando a qualche convegno esclusivo; per parlare con voce umana, le aziende devono condividere gli interessi delle loro comunità; ma, prima, devono appartener a una comunità; […] se la loro mentalità d’impresa non arriva a coinvolgere la comunità, allora non hanno mercato” (tesi nn. 33-37). Concetto ribadito nella nuova edizione “The New Clues”, il manifesto per un nuovo umanesimo digitale: “Avevamo ragione la prima volta: i mercati sono conversazioni.; avere una conversazione non significa strattonarci per una manica per parlarci di un prodotto che non ci interessa […]” (tesi 52- 53).

Tradizionalmente i concetti sopra esposti sono riferibili alle aziende e alla loro necessità di aggredire un nuovo mercato, ma ci piace nel nostro piccolo essere “dirompenti” nell’immaginare come si potrebbe contaminare la Pubblica Amministrazione, aiutandola con metodologie nuove a captare le necessità importanti della propria comunità. Ne abbiamo parlato qualche tempo fa in un post, suggerendo quale potrebbe essere l’utilizzo esemplare dei social network da parte della PA; secondo noi la Pubblica Amministrazione dovrebbe agire come un soggetto facilitatore di disruptive innovation, facendo emergere le criticità e i reali bisogni dei cittadini relativamente ai servizi pubblici, ad esempio mettendo a disposizione gli open data e investendo su sentiment analysis, affinché le aziende ed i centri di ricerca possano modellare dei processi che portino a obiettivi condivisi e a risultati misurabili.

Paola Chiesa


Dai dati alle informazioni nella Pubblica Amministrazione

open data

 

L’importanza dei dati della Pubblica Amministrazione per la conoscenza

Che differenza c’è tra non avere a disposizione nessun dato e averne a disposizione tanti?

A ben vedere nessuna, se consideriamo che il dato di per sé non aggiunge valore a ciò che conosciamo; ciò che veramente ci arricchisce è l’informazione, il risultato dell’elaborazione dei dati, che ci permette di venire a conoscenza di qualcosa.

Quindi i dati da soli non ci salveranno…

E’ interessante però notare l’importanza attribuita ai dati dalle aziende private, che con processi sofisticati e complessi li strutturano, li elaborano e li monitorano con analytics potenti per ricavarne informazioni utili ai fini delle politiche di marketing.

Diversamente la Pubblica Amministrazione è mediamente spettatrice e vittima dell’entropia da lei stessa creata; i dati, quando ci sono, a volte non sono adeguatamente governati, mediamente non sono comunicati, spesso e volentieri non sono spiegati. Così nella percezione comune del cittadino generano qualcosa che, paradossalmente, viene percepito come un appesantimento e una complicazione della macchina amministrativa, aggravati da una terminologia pressoché incomprensibile (open data, open government, open content, open source ecc.) e dall’errore prospettico di considerare l’argomento come appannaggio di informatici ed ingegneri, confondendo lo strumento tecnologico con lo scopo di principio: applicare la trasparenza.

Parlare di dati nella PA implica un chiaro riferimento alla tematica della trasparenza e agli open data.

L’open data si richiama alla più ampia disciplina dell’open government, cioè una dottrina in base alla quale la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, tanto in termini di trasparenza quanto di partecipazione diretta al processo decisionale, anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; e ha alla base un’etica simile ad altri movimenti e comunità di sviluppo “open”, come l’open source, l’open access e l’open content.

Il fatto di trovare sui siti web dei Comuni o sui portali dedicati, innumerevoli record di dataset, di per sé non è sufficiente, perché sono dati aggregati cui manca il tassello finale in grado di dare senso ai dati: l’informazione che portano con sé.

Cosa significano quei dataset? A chi sono destinati? Cosa ci si può fare? Cosa significa riutilizzarli? Chi è a conoscenza dell’esistenza di tali dati? I cittadini cosa sanno degli open data?

Perché tutte queste domande?

Perché il nostro approccio da attivisti digitali ci spinge non solo a voler capire la realtà in cui viviamo, ma anche a voler fare un po’ di chiarezza in un argomento che a torto viene ritenuto riserva di caccia di nerd che parlano inglese e di autoreferenziali innovatori.

A ben vedere, proprio la materia degli open data richiede la collaborazione creativa e trasversale tra soggetti diversi, giuristi ingegneri informatici, uffici amministrativi e della comunicazione, affinché possa generare un valore aggiunto significativo per la comunità di riferimento.

Gli open data non sono il punto di arrivo di un’amministrazione che applica la normativa sulla trasparenza, sono anzi un punto di partenza verso forme di democrazia partecipata, per trovare soluzioni condivise sulle finalità di utilizzo, per consentire la conoscenza delle politiche pubbliche, per stimolare la produzione di nuovi open data, per avviare politiche sinergiche tra PA su tematiche comuni, per incentivare le imprese a creare prodotti utili ed innovativi.

Il requisito primo è che tutti dobbiamo parlare lo stesso linguaggio (magari anche l’italiano), fatto di percorsi ed obiettivi condivisi.

Quando in passato, in campagna di inverno, ci si recava alla sera in visita a casa di qualcuno, era buona usanza portare con sé un tizzone ardente preso dalla propria stufa, che aveva la duplice funzione di illuminare il tragitto a piedi e di contribuire a riscaldare la casa dell’ospite. Un gesto inequivocabile con una triplice valenza di cortesia, utilità e bene comune.

Mutatis mutandis, riportando il discorso a come potrebbe essere la diffusione della cultura degli open data da parte della Pubblica Amministrazione, immaginiamola come una padrona di casa che voglia invitare a cena degli ospiti ma:

1) non glielo faccia sapere

2) non comunichi l’indirizzo di casa

3) non dica che a casa propria fa freddo e che per il bene di tutti è meglio che ognuno porti un tizzone per la stufa

La conseguenza sarà che alcuni non andranno a casa della signora perché nessuno li ha informati, altri non ci arriveranno perché non sanno l’indirizzo, infine i fortunati che ci saranno riusciti non ci torneranno più, quanto meno perché saranno morti di freddo…

E la padrona di casa continuerà a frequentare i soliti quattro amici.

Una PA la cui attività sia realmente animata dalla volontà di diffondere la cultura degli open data dovrebbe seguire un metodo logico in cui sia evidente il percorso e l’obiettivo, grazie a semplici ed indispensabili passi:

  1. pubblicare dataset open data
  2. divulgare con iniziative pubbliche rivolte alla cittadinanza la tematica degli open data
  3. stimolare gli stakeholders del territorio (cittadini, imprese, associazioni, altri enti pubblici) a riutilizzare gli open data
  4. rendere gli open data uno strumento concreto per intervenire sulla realtà, migliorandone le criticità grazie al contributo di diversi soggetti
  5. utilizzare i social media quale strumento di comunicazione snello a supporto dell’attività dell’ente in tema di open data
  6. verificare il miglioramento del servizio pubblico in seguito all’utilizzo/riutilizzo degli open data.

C’è una grossa differenza tra una PA che applica la normativa sulla trasparenza in quanto “deve”, e una che invece abbraccia spontaneamente e proattivamente i valori della trasparenza.

E quando cominceremo a misurare i risultati sulla base del miglioramento della qualità dei servizi erogati, sarà il cittadino, e non le società di rating, che potrà dire se vive in una comunità smart. A quel punto probabilmente gli open data non saranno più né un mistero né fonte di smarrimento per nessuno, e potremo forse anche chiamarli dati aperti.

Paola Chiesa