Il cittadino digitale

 

Quali sono gli aspetti che caratterizzano un cittadino digitale?

Dovessi mai dire se ed in che misura mi sento una cittadina digitale, dovrei rapidamente immaginarmi nelle seguenti situazioni prima di rispondere:

  • riesco tecnicamente ad accedere a Internet?
  • ho dimestichezza con i vari device quali pc, notebook, smartphone, tablet…
  • so comunicare nei vari social network, osservando le eventuali social media policy?
  • sono in grado di migliorare la mia formazione attraverso corsi online, webinar e videoconferenze?
  • riesco ad acquistare e a vendere prodotti e servizi online attraverso l’e-commerce?
  • so adottare le minime misure necessarie ai fini della sicurezza informatica?
  • riesco a procurarmi agevolmente le informazioni sul web e sono consapevole del fatto che non tutti i contenuti online sono attendibili?
  • partecipo agevolmente a progetti di e-government e cittadinanza attiva? Firmo petizioni e rispondo a sondaggi online?
  • mi comporto in rete secondo un’etica digitale, che si esprime non solo nell’utilizzare un linguaggio ed uno stile adatto ai diversi contesti , ma anche nella consapevolezza delle potenzialità e dei rischi che la comunicazione digitale implica, per sé e per gli altri, in particolare per i minori?
  • sono conscia del fatto che la navigazione su internet e la condivisione di contenuti può comportare delle conseguenze relativamente alla protezione della privacy e del diritto d’autore?

Sicuramente le domande potrebbero continuare, ma a questo punto il dubbio che sorge è un altro: ha senso che sia io a definirmi cittadina digitale o meno? In base a quali parametri? E comunque, che cosa cambierebbe?

Parlami e dimenticherò, insegnami e ricorderò, coinvolgimi e imparerò, diceva qualcuno…

Proprio il coinvolgimento è l’ingrediente essenziale se vogliamo che il digitale abbia ripercussioni utili nella nostra vita, personale lavorativa e di cittadini. A pochi giorni dalla conclusione della consultazione pubblica per la crescita digitale predisposta dalla Presidenza del Consiglio, insieme al Ministero dello Sviluppo Economico, all’Agenzia per l’Italia digitale e all’Agenzia per la Coesione, cui abbiamo partecipato, insieme tra gli altri al Centro Studi Informatica Giuridica di Ivrea-Torino, si spera che si appronti un programma strutturato di alfabetizzazione digitale dei cittadini, degli studenti e delle imprese; il digitale non va considerato un hobby o una passione per gli entusiasti della tecnologia, così come non deve alimentare forme di volontariato, che purtroppo non aiuterebbero a considerare il digitale come strumento strategico sia per la formazione dei cittadini, più o meno giovani, sia per le imprese, sia per la Pubblica Amministrazione. La diffusione della cultura digitale tra i cittadini, così come lo sviluppo di competenze digitali nelle imprese e nella PA, può contribuire a sollecitare una domanda capace di generare un’adeguata offerta innovativa e qualificata. Ma prima ancora crea una società più consapevole, quindi critica.

Il digitale lo usi, la cultura digitale la costruisci, la cittadinanza digitale è una conquista collettiva di civiltà, che presuppone uno Stato che investa sui suoi cittadini, sulle imprese, sulla propria organizzazione.

E la strada, almeno da noi, non è proprio breve…

Paola Chiesa


Il social solstizio invernale

solstizio_inverno
Simbologia del solstizio d’inverno nei social

Il 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno, è il momento in cui abbiamo il massimo periodo di buio e la minima durata di luce; il sole sembra fermarsi (“solis statio“), è come se, appesantito dagli ostacoli, dal fracasso e da una formalità priva di sostanza, precipitasse nell’oscurità.

In questo giorno dell’anno tutto ciò che è “apparenza”, non sostenuta dalla necessaria solidità, rivela la sua effimera natura ed è destinato a spegnersi, precipitando nell’oscurità. Così le fiammelle vacue si consumano una dopo l’altra e tutto si fa buio, solitudine e silenzio. E’ proprio in questa situazione che il bisogno di luce si impone, generando anche il bisogno di socialità, di fratellanza, di parola e di condivisione. La luce del giorno tornerà gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi, fino al solstizio d’estate.

Possiamo trovare una corrispondenza simbolica anche con l’operatività ideale sui social, che ci può aiutare a seguire un percorso, delle fasi logiche, finalizzati ad un miglioramento innanzitutto individuale, quindi dell’ambiente che ci circonda: buio… silenzio… parola… condivisione… socialità. Tra queste fasi non è  contemplata l’immagine, non perchè non sia importante, anzi come si sa sui social ci restano più facilmente impresse nella memoria le immagini rispetto alle parole. Ma perché essa è la conseguenza, il frutto di un lavoro certosino portato avanti nel tempo, con coerenza. Può piacere o meno, non è questo l’aspetto fondamentale, è importante che sia riconoscibile per il suo valore.

Buon solstizio!

Paola Chiesa

 

 


Dai dati alle informazioni nella Pubblica Amministrazione

open data

 

L’importanza dei dati della Pubblica Amministrazione per la conoscenza

Che differenza c’è tra non avere a disposizione nessun dato e averne a disposizione tanti?

A ben vedere nessuna, se consideriamo che il dato di per sé non aggiunge valore a ciò che conosciamo; ciò che veramente ci arricchisce è l’informazione, il risultato dell’elaborazione dei dati, che ci permette di venire a conoscenza di qualcosa.

Quindi i dati da soli non ci salveranno…

E’ interessante però notare l’importanza attribuita ai dati dalle aziende private, che con processi sofisticati e complessi li strutturano, li elaborano e li monitorano con analytics potenti per ricavarne informazioni utili ai fini delle politiche di marketing.

Diversamente la Pubblica Amministrazione è mediamente spettatrice e vittima dell’entropia da lei stessa creata; i dati, quando ci sono, a volte non sono adeguatamente governati, mediamente non sono comunicati, spesso e volentieri non sono spiegati. Così nella percezione comune del cittadino generano qualcosa che, paradossalmente, viene percepito come un appesantimento e una complicazione della macchina amministrativa, aggravati da una terminologia pressoché incomprensibile (open data, open government, open content, open source ecc.) e dall’errore prospettico di considerare l’argomento come appannaggio di informatici ed ingegneri, confondendo lo strumento tecnologico con lo scopo di principio: applicare la trasparenza.

Parlare di dati nella PA implica un chiaro riferimento alla tematica della trasparenza e agli open data.

L’open data si richiama alla più ampia disciplina dell’open government, cioè una dottrina in base alla quale la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, tanto in termini di trasparenza quanto di partecipazione diretta al processo decisionale, anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; e ha alla base un’etica simile ad altri movimenti e comunità di sviluppo “open”, come l’open source, l’open access e l’open content.

Il fatto di trovare sui siti web dei Comuni o sui portali dedicati, innumerevoli record di dataset, di per sé non è sufficiente, perché sono dati aggregati cui manca il tassello finale in grado di dare senso ai dati: l’informazione che portano con sé.

Cosa significano quei dataset? A chi sono destinati? Cosa ci si può fare? Cosa significa riutilizzarli? Chi è a conoscenza dell’esistenza di tali dati? I cittadini cosa sanno degli open data?

Perché tutte queste domande?

Perché il nostro approccio da attivisti digitali ci spinge non solo a voler capire la realtà in cui viviamo, ma anche a voler fare un po’ di chiarezza in un argomento che a torto viene ritenuto riserva di caccia di nerd che parlano inglese e di autoreferenziali innovatori.

A ben vedere, proprio la materia degli open data richiede la collaborazione creativa e trasversale tra soggetti diversi, giuristi ingegneri informatici, uffici amministrativi e della comunicazione, affinché possa generare un valore aggiunto significativo per la comunità di riferimento.

Gli open data non sono il punto di arrivo di un’amministrazione che applica la normativa sulla trasparenza, sono anzi un punto di partenza verso forme di democrazia partecipata, per trovare soluzioni condivise sulle finalità di utilizzo, per consentire la conoscenza delle politiche pubbliche, per stimolare la produzione di nuovi open data, per avviare politiche sinergiche tra PA su tematiche comuni, per incentivare le imprese a creare prodotti utili ed innovativi.

Il requisito primo è che tutti dobbiamo parlare lo stesso linguaggio (magari anche l’italiano), fatto di percorsi ed obiettivi condivisi.

Quando in passato, in campagna di inverno, ci si recava alla sera in visita a casa di qualcuno, era buona usanza portare con sé un tizzone ardente preso dalla propria stufa, che aveva la duplice funzione di illuminare il tragitto a piedi e di contribuire a riscaldare la casa dell’ospite. Un gesto inequivocabile con una triplice valenza di cortesia, utilità e bene comune.

Mutatis mutandis, riportando il discorso a come potrebbe essere la diffusione della cultura degli open data da parte della Pubblica Amministrazione, immaginiamola come una padrona di casa che voglia invitare a cena degli ospiti ma:

1) non glielo faccia sapere

2) non comunichi l’indirizzo di casa

3) non dica che a casa propria fa freddo e che per il bene di tutti è meglio che ognuno porti un tizzone per la stufa

La conseguenza sarà che alcuni non andranno a casa della signora perché nessuno li ha informati, altri non ci arriveranno perché non sanno l’indirizzo, infine i fortunati che ci saranno riusciti non ci torneranno più, quanto meno perché saranno morti di freddo…

E la padrona di casa continuerà a frequentare i soliti quattro amici.

Una PA la cui attività sia realmente animata dalla volontà di diffondere la cultura degli open data dovrebbe seguire un metodo logico in cui sia evidente il percorso e l’obiettivo, grazie a semplici ed indispensabili passi:

  1. pubblicare dataset open data
  2. divulgare con iniziative pubbliche rivolte alla cittadinanza la tematica degli open data
  3. stimolare gli stakeholders del territorio (cittadini, imprese, associazioni, altri enti pubblici) a riutilizzare gli open data
  4. rendere gli open data uno strumento concreto per intervenire sulla realtà, migliorandone le criticità grazie al contributo di diversi soggetti
  5. utilizzare i social media quale strumento di comunicazione snello a supporto dell’attività dell’ente in tema di open data
  6. verificare il miglioramento del servizio pubblico in seguito all’utilizzo/riutilizzo degli open data.

C’è una grossa differenza tra una PA che applica la normativa sulla trasparenza in quanto “deve”, e una che invece abbraccia spontaneamente e proattivamente i valori della trasparenza.

E quando cominceremo a misurare i risultati sulla base del miglioramento della qualità dei servizi erogati, sarà il cittadino, e non le società di rating, che potrà dire se vive in una comunità smart. A quel punto probabilmente gli open data non saranno più né un mistero né fonte di smarrimento per nessuno, e potremo forse anche chiamarli dati aperti.

Paola Chiesa


Public Administration role in social media approach

socialmedia
How Public Administration should approach social media

There is an ancestral need in human being to let a “sign”, a kind of fingerprint which face to talk about ourselves in the future, which does not correspond actually in a similar capacity to interpret and process that sign by the interlocutor.

In prehistoric times were the rock paintings depicting hunting or dance scenes that still we do not know exactly if they had a purely artistic or if they had a symbolic meaning, such as the centrality of the hunt, the relationship between man and animal, the sacredness of the dance, etc.

Nowadays, text, images, tweets, videos we post on social media are the new signs through which we express our tastes and moods, there we georeference and immortalize ourselves in our supposed best shape. Compared to our prehistoric ancestors we have the gift of writing, that allows us to be potentially more effective in our utterances.

However then, as now, the communication process is interrupted and the message does not reach its destination intact; perhaps because the man is biologically social but unfortunately culturally individualist, and his inability to communicate is related to not being able to really listen to what is being said? Moreover that is the reason why we privilege statements against questions, that could challenge our certainties and creep doubts in us …

While it is rather simple explicit ourselves through social (state what I like or do, or what i don’t like, where I am right now, what are my skills, my hobbies and so on) is certainly more nebulous identify to whom is being addressed this information or even what is understood by the hypothetical recipient.

Leaving aside the issues on the target audience you want to reach; rather we want to stimulate a discussion on how to bring out the authentic interaction between stakeholders; a private company, having to promote its brand and sell its products, will certainly look for people that reflects its own image and recognises its specificities, or better it will look to shape a public that could be recognised in its products.

An exemplary presence of the public administration on social should instead be aimed not to search for a consensus, but rather to bring out a problem and identify critical issues through stimulating interaction, passing through phases of listening and observation, to help understand the needs of the citizen and the community in general.

Should we see this with an example, the kind of approach that the public authority should have on the social, we might imagine it like this:

social media approach

social media approach

For sure it is not easy or immediate, but it is essential if it is true that communicate with each other, exchange information is natural; take into account information we are given is culture.

If it is normal that a company leverages on its human nature, it is essential that the Public Authority is leveraging on the culture, in a two-way process that allows to identify the critical points that need work, the programmed tasks, goals to be achieved, the results presentation, the monitoring of the effectiveness of the results. And culture requires information, education and lucid logic of public service to be addressed to the people communities.

Paola Chiesa

chiesapaola@gmail.com

twitter: @chiesa_paola


Approccio di una PA esemplare ai social media

socialmedia

 

Il ruolo della Pubblica Amministrazione nell’approccio ai social media

C’è evidentemente un bisogno ancestrale dell’uomo di lasciare un “segno”, una sorta di impronta che faccia parlare di sè nel futuro, cui non corrisponde in realtà un’analoga capacità di interpretare ed elaborare quel segno da parte dell’interlocutore. Nella preistoria erano i dipinti rupestri che raffiguravano scene di caccia o di danza ma che ancor oggi non sappiamo esattamente se avessero un valore puramente artistico, o se avessero anche un significato simbolico, come la centralità della caccia, il rapporto uomo-animale, la sacralità della danza, ecc.

Oggi sono le frasi, le immagini, i tweet, i video che postiamo sui social media; nuovi segni attraverso cui esprimiamo i nostri gusti e gli stati d’animo, ci georeferenziamo e ci immortaliamo nella nostra presunta forma migliore. Rispetto ai nostri antenati preistorici abbiamo anche lo strumento della scrittura, che ci consente di essere potenzialmente più efficaci nelle nostre esternazioni.

Però, allora come adesso, il processo comunicativo si interrompe e il messaggio non giunge a destinazione integro; forse perché l’uomo è biologicamente sociale ma ahimè culturalmente individuale, e la sua incapacità di comunicare è legata al non saper ascoltare davvero ciò che viene detto? Peraltro motivo per cui privilegiamo le affermazioni alle domande, che potrebbero mettere in discussione le nostre certezze e insinuare in noi il dubbio

Mentre è piuttosto semplice esplicitare se stessi attraverso i social (dichiarare cosa mi piace o non mi piace, dove sono in questo momento, quali sono le mie competenze, i miei hobby ecc.) è sicuramente più nebuloso individuare sia a chi venga indirizzata tale presentazione, sia cosa venga compreso dall’ipotetico destinatario. Esuliamo in questa sede dai discorsi sul target di pubblico che si vuole raggiungere; ci preme piuttosto stimolare una riflessione su come far emergere un’interazione autentica tra gli interlocutori; un’azienda privata, dovendo promuovere il proprio brand e vendere i propri prodotti, andrà a cercare il riflesso di se stessa in un pubblico nel quale si riconosce, o meglio ancora cercherà di plasmare un pubblico che si possa riconoscere nei propri prodotti.

Una presenza esemplare dell’ente pubblico sui social dovrebbe invece avere lo scopo non di ricercare un facile consenso, quanto invece di far emergere un problema ed individuare delle criticità attraverso un’interazione stimolante, che passi attraverso le fasi dell’ascolto e dell’osservazione costanti, che aiutino effettivamente a capire e comprendere le esigenze del cittadino e più in generale della comunità.

Dovessimo visualizzare con un esempio il tipo di approccio che l’ente pubblico dovrebbe avere sui social, potremmo immaginarlo così:

Certo non è semplice né immediato, ma è indispensabile se è vero che, come diceva Goethe, “comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura; tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura”.

Se è normale che un’azienda faccia leva sulla natura umana, è indispensabile che la PA faccia leva sulla cultura, in un processo bidirezionale che permetta di individualre i punti critici su cui intervenire, le attività da programmare, gli obiettivi da raggiungere, la presentazione dei risultati, la verifica dell’efficacia dei risultati. E la cultura richiede informazione, formazione e lucida logica di servizio pubblico verso la propria comunità di riferimento.

Paola Chiesa


Al panda piacciono i contenuti di qualità

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I contenuti di qualità migliorano l’indicizzazione

Google sta dando sempre più importanza alla qualità dei contenuti, con la creazione di algoritmi sempre più raffinati e in grado di distinguere un buon contenuto da uno pessimo. In generale è cambiata la filosofia con cui vengono valutati i siti, mettendo al primo posto l’interesse degli utenti.

L’algoritmo Panda, al di là del suo nome simpatico e innocente, analizza i contenuti e penalizza i siti che non rispettano una serie di requisiti.

Ricordatevi che una penalizzazione da parte di Google può spostare il vostro sito dalle prime pagine della Serp alle ultime rendendo davvero difficile recuperare posizioni:

Possiamo dividere i contenuti a rischio penalizzazione in 5 categorie:

Contenuti inconsistenti

Una pagina con poche righe di testo e centinaia di link verso i prodotti, non ha alcuna utilità per il lettore. Inoltre i motori di ricerca hanno bisogno di buoni contenuti per determinare la rilevanza di una pagina rispetto a una ricerca. Senza un buon contenuto il motore non riesce a capire qual è l’argomento di cui si parla nella pagina.

Contenuti irrilevanti

Una pagina potrebbe inizialmente sembrare rilevante al motore di ricerca per una determinata ricerca, ma se l’utente non trova ciò che cerca, esce dalla pagina. Alla lunga, il comportamento dell’utente viene analizzato da Google che finisce col penalizzare i siti che non offrono i contenuti promessi. Anche una pagina molto vecchia potrebbe risultare irrilevante: è importante aggiornare continuamente le pagine di testo altrimenti Google potrebbe crearsi la convinzione che il sito sia stato abbandonato.

Contenuti generati automaticamente

Ripetendo contenuti quasi uguali per ogni pagina del sito, si alleggerisce il lavoro ma non si offre un buon servizio agli utenti. Inoltre anche i motori di ricerca se ne accorgono. Per quanto possa essere difficile, bisogna comunque sforzarsi di rendere unica ogni pagina del proprio sito.

Contenuti aggregati

Aggregare contenuti provenienti da altri siti può aver senso solo se si utilizzano in piccola percentuale. Nel caso, meglio segnalare la fonte e inserire un link all’originale.

Contenuti duplicati

È sempre preferibile non creare testi con il “copia e incolla”. I contenuti creati così vengono riconosciuti da Google come un doppione, e fortemente penalizzati.

 

Panda penalizza, ma può anche premiare!

Se il vostro sito è stato penalizzato o non volete rischiare che accada ecco alcuni suggerimenti che potete mettere in atto:

  • Scrivi per informare e coinvolgere.  Il contenuto si valuta sulla base di ciò che un lettore imparerà da esso; solo una piccola parte del contenuto dovrebbe essere finalizzato alla vendita dei prodotti.
  •  Ricordatevi che scrivete per un pubblico e non per un motore di ricerca. I contenuti vanno strutturati in modo da rendere facile la lettura, con titoli, paragrafi, elenchi e immagini. Un testo strutturato in questo modo è più leggibile e gradevole.
  •  Non lesinare sui dettagli. Sono preferibili articoli che contengano più di 300-500 parole. Meglio pochi articoli che combinano insieme una serie di argomenti, piuttosto che molti articoli brevi.
  •  Inserite parole e frasi chiave o sinonimi relativi al vostro contenuto, rilevabili sia dal pubblico che dai motori di ricerca. In passato, l’uso eccessivo di parole chiave funzionava per ottimizzare i siti, ma colpiva gravemente la leggibilità, cosa che oggi non è più accettabile.
  •  Evitate gli errori di ortografia e grammatica. In fondo per correggere gli articoli basta usare Word o farsi aiutare facendo leggere l’articolo da qualcun altro. Non c’è niente di peggio di un articolo sciatto e pieno di errori.
  •  Non dimenticare di includere link interni e in uscita. I collegamenti interni hanno lo scopo di indirizzare i lettori verso altri articoli o prodotti del vostro sito, mentre i link in uscita servono a completare le informazioni con utili approfondimenti. I link in uscita dovrebbero essere impostati in modo da aprirsi in pagine supplementari, per non far uscire il lettore dal sito in cui si trova: potrebbe non saper ritrovare la strada di ritorno.

Daniela Savino

 Fonti: http://positionly.com/blog/seo/google-panda-update

http://blog.searchmetrics.com/us/2014/09/23/5-ways-to-definitely-get-hit-by-a-panda-algorithm-penalty/


Costruire la smart city con un’equazione

equazione smart city

 

L’equazione smart city

Tutta la vita è risolvere problemi” diceva Karl Popper… ma perché abbiamo la sensazione che, anziché provare a risolverli, ci si diletti a crearne sempre di nuovi?

Parlando ad esempio di smart city, è assodato che una città è smart se lo è la comunità in cui è inserita; di fatto però, nella maggioranza dei casi non è al momento identificabile una vera e propria comunità, quanto piuttosto singole individualità ed esperienze, magari anche di eccellenza, che la rete non riesce a far proprie, perché ancora la cultura della condivisione e quindi della comunità da noi è immatura: la rete è per lo più virtuale , è il mondo dei social, dei portali open data, delle conferenze e degli eventi… e poi? Perché non si riesce a trasformare quell’esperienza in valore aggiunto per il cittadino, lo studente, l’ente pubblico, l’impresa? Si preferisce crogiolarsi nella sregolatezza del genio italico che miracolosamente sarà prima o poi in grado di produrre risultati inaspettati e gratificanti (sempre per pochi), piuttosto che seguire un metodo, una tecnica, una logica matematica, che sia in grado non solo di condurre a risultati prevedibili e programmabili, ma anche e soprattutto di verificare l’efficacia in termini di utilità, per la comunità intera, dei risultati raggiunti; quella logica che, se necessario, consentirà di ritarare i parametri in base ai nuovi obiettivi di riferimento.

Coerentemente con quanto scritto, abbiamo allora voluto drappeggiare di utilità queste righe, provando a studiare l’equazione matematica che potrebbe supportare i progetti legati allo sviluppo della smart city e della comunità di riferimento.

E l’abbiamo immaginata così:

dove T= territorio (smart city), PA= Pubblica Amministrazione, C= cittadini, I= imprese, S= scuole

Il territorio inteso come città a misura d’uomo, smart, è il risultato dell’ impegno sinergico dei suoi enti pubblici, dei cittadini, di imprese e scuole, elevato alla potenza “responsabilità”, intesa come capacità di dare risposte efficaci ed utili, alla collettività .

Per converso quindi, la radice di un territorio basato sulla capacità di dare delle risposte, è data dall’impegno sinergico della PA, dei cittadini, delle imprese e delle scuole.

Emerge come nè l’impegno solitario di ognuno di questi soggetti, né l’impegno congiunto ma non finalizzato a produrre dei risultati verificabili, siano sufficienti per costruire la città o il territorio smart; una lodevole iniziativa di un Comune che non sia frutto di una contaminazione con la cittadinanza lascia il tempo che trova, così come l’imprenditore illuminato che realizza un progetto esemplare ma di fatto isolato o non replicabile.

L’elemento chiave è la responsabilità intesa come capacità di dare risposte a qualcuno, sulla base di dati, di risorse, di processi e di risultati; non dimenticando che quel “qualcuno” è la comunità.

Ecco che allora la comunità diventerà tanto più smart, ovvero intelligente, quanto più sarà alta la consapevolezza di dover pretendere risultati misurabili e verificabili.

Paola Chiesa


Non facciamoci scappare il mercato cinese

22/09/2014 / e-commerce, Web / 0 Comments
mercato cinese

 

 L’opportunità del mercato cinese dell’e-commerce

Negozi di abbigliamento, ristoranti, edicole… i cinesi presidiano molte attività redditizie nella loro invasione silenziosa e operosa del nostro Paese… Possiamo lamentarci e protestare, ma loro sono bravi nella capacità di adattarsi a un nuovo ambiente, con nuove regole e una burocrazia complicata.. E io rispetto la loro perseveranza e il loro coraggio.. Perché per noi invece è così difficile fare altrettanto?

Noi compriamo i prodotti cinesi perché costano poco, mentre in Cina amano l’italian style, dall’abbigliamento al cibo, perché rappresenta uno status symbol, quindi i nostri prodotti sono molto richiesti. Il mercato cinese dell’e-commerce ha un enorme potenziale, costituito da almeno 300 milioni di possibili compratori. E soprattutto è costituito da compratori esperti e abituati ad acquistare online. Qualcosa di impensabile qui da noi!! Ma le nostre aziende sono ancora molto indietro nella scalata del mercato cinese.

Il Consorzio Netcomm sta lavorando da due anni ormai per aiutare le aziende italiane che vogliono partire alla conquista del mercato cinese. Non è un mondo facile, è molto diverso dal nostro, con una burocrazia piuttosto complessa, ma il governo cinese sta spingendo affinché l’online cresca sempre di più ed è pronto ad accogliere chi vuole investire in questo settore.

Il mercato cinese deve essere compreso perché ha delle sue caratteristiche ben precise. Bisogna presentare i prodotti andando incontro ai gusti di un pubblico con una cultura e delle tradizioni lontanissime dalle nostre, creando cataloghi su misura, utilizzando gli strumenti di pagamento locali e organizzando una logistica che deve tenere conto di spazi immensi da coprire (non dimentichiamo che Pechino da sola è grande come il Lazio).

Ma come i cinesi che sono venuti in Italia hanno imparato ad adattarsi ai nostri gusti e abitudini, servendo nei loro ristoranti piatti che in Cina è praticamente impossibile trovare, anche le nostre imprese devono imparare a conoscere questo nuovo mercato, utilizzando consulenti locali e facendosi aiutare a comprendere appieno i bisogni di un pubblico che ricerca il prodotto italiano e che ne capisce il valore.

L’e-commerce in Cina è un’opportunità reale per le aziende italiane. Viste le dimensioni delle grandi città cinesi, la possibilità di riuscire a presidiare la grande richiesta di prodotti a marchio italiano solo con punti fisici è praticamente inesistente. A fianco dei negozi si può proporre la vendita online di prodotti italiani, sia utilizzando i grandi mall cinesi come Tmall e JD che aggregano marchi e prodotti differenti, sia costruendo il proprio sito di e-commerce monomarca.

È sicuramente un investimento importante, e la partenza per questa avventura comporta un grande impegno di mezzi e risorse, ma la crisi si combatte anche così.. con coraggio.. lo stesso coraggio che hanno dimostrato i cinesi venendo qui da noi, a soddisfare un bisogno che mancava.

Daniela Savino

Fonti:

Italia Oggi

Consorzio Netcomm


Il digitale è un’azione da far accadere

digitale

 

Immaginiamo il digitale come un verbo

Il linguaggio può influenzare il pensiero? Facciamo una prova e supponiamo che voglia invitarvi a casa mia; potrei esprimermi in almeno due modi:

“Domenica co-eating in salsa social; location country particolarmente adatta al think tank; non portate nulla, piuttosto facciamo smart cooking insieme; sicuramente sarà più carino partecipare in modalità eat and tweet, basta che #usehashtagwithouterrorsonyoursmartphone. In caso di sole, surprise beach party. Car sharing benvenuto, cohousing disponibile, dress code via @”

Oppure: “Se vogliamo trovarci domenica in collina da me per mangiare pane e salame, gentilmente vi aggregate e date anche un passaggio a chi è senz’auto ? Così facciamo due chiacchiere in allegria, parliamo di futuro e facciamo una telefonata anche a chi non avrà potuto raggiungerci! Se il tempo sarà clemente faremo pure i gavettoni! Se qualcuno alzerà il gomito, nessun problema… potrà fermarsi a dormire. Vestitevi come volete.”

Sul linguaggio scriviamo spesso (cfr. Il linguaggio dell’innovazioneQuando l’informazione è anche un valore), perché per noi è quel presupposto irrinunciabile che ci consente di creare relazionicondivisione di valori e comunità.

In tema di innovazione, Pubblica Amministrazione e Agenda Digitale, un illuminante articolo di Nello Iacono descrive come la carenza di sensibilità e consapevolezza sull’utilizzo del digitale in Italia, abbia creato le condizioni per relegarlo in un ambiente di nicchia, sempre più distante dalla realtà.

In effetti è come se il mondo in cui viviamo fosse costituito da due parti, una reale per la maggior parte delle persone, e una digitale per pochi eletti. Si perde così di vista l’obiettivo vero, che è quello di lavorare per costruire il nostro futuro, anche attraverso lo strumento del digitale.

Questa confusione tra strumenti e obiettivi ha una sua ragion d’essere, legata secondo noi anche all’utilizzo della lingua ed alla sua capacità di incidere sul pensiero. Quando in analisi logica studiamo le strutture del linguaggio con la ripartizione in sostantivi, aggettivi e verbi, impariamo a conformare il nostro pensiero in termini di oggetti, proprietà, azioni, ovvero personaggi, sentimenti ed eventi, peraltro descritti rispettivamente dai tre generi di letteratura classica quali epica, lirica e dramma (imperdibili e molto istruttivi al riguardo gli scritti sulla logica di Piergiorgio Odifreddi).

Nelle lingue moderne vi sono molti più sostantivi che verbi: per questo noi tendiamo a pensare al mondo come oggetti piuttosto che come eventi. Nella lingua greca, ad esempio, la prevalenza di verbi rispetto ai sostantivi rispecchia un diverso modo di pensare, una visione del mondo concentrata sulle azioni. Differenze tra lingue, differenze che incidono sul pensiero… Queste differenze linguistiche sono alla base della diatriba presente tra la scuola filosofica analitica, che parla l’inglese, lingua moderna rivolta agli oggetti, e la scuola filosofica continentale, che parla il tedesco, lingua dal pensiero simile al greco.

Tornando perciò al digitale, sembra difficile farlo uscire da quella nicchia avulsa dal mondo e piuttosto autoreferenziale, se non smettiamo di immaginarlo come un sostantivo, o ancor peggio, come aggettivo. Proviamo invece a immaginarlo come un verbo, un’azione da far accadere e da far evolvere nel tempo, per modificare la realtà, migliorandola.

Sarà forse un’occasione per cominciare a ragionare in termini di obiettivi, valori, risorse, competenze, processi, risultati, condivisione, comunità.

Paola Chiesa


Da una pietra a un modello di smart community

walt disney,smart community

 

Un prototipo di smart community

“Di fronte a scenari inediti occorre rispondere in modo inedito”; sorrido pensando allo slogan di un evento che si tenne a Torino a fine 2010, due giorni di lavori che per noi sono stati il seme che abbiamo successivamente cercato di far germogliare…

Tutto è nato da una pietra, una delle dieci messe all’asta durante il seminario, che personalmente abbiamo raccolto proprio perché pronti ad un’azione concreta rispetto all’assunzione di responsabilità. Quella pietra si chiamava non a caso Immaginario

Il portale responsabilities.it (response + abilities) è il frutto di quel seme raccolto: l’ideazione di uno strumento capace di essere propagatore dell’humus dal quale è partito e che si sviluppa e si rivolge a due ambiti: la persona e l’impresa, saldamente radicate nel territorio, nel quale vivono ed operano, con il quale possono interagire e verificare in modo diretto i risultati dei propri interventi.

Il portale è l’espressione concreta di un modello di smart community, nella quale i diversi attori del territorio, cioè il cittadino, l’impresa, l’ente pubblico, la scuola, le associazioni, collaborano per costruire insieme un modello di realtà ed un modo di partecipare alla cosa pubblica, basati sul territorio di riferimento.

Nella sezione e-commerce sono ospitate gratuitamente le aziende per la vendita di prodotti e servizi on line; nella sezione relativa ai medici si può richiedere la prenotazione online delle visite mediche.

Quando si acquista un prodotto o un servizio, una percentuale viene devoluta dal venditore ai progetti sostenuti in quel periodo, di natura culturale, ambientale, sociale.

Il portale è stato realizzato come un prototipo che si pone come uno strumento concreto e attivo per contribuire, in ottica di responsabilità sociale e di cittadinanza attiva, a trovare soluzioni originali ed inedite nel complesso e faticoso scenario economico e sociale in cui viviamo.

Il modello è nato a Torino nel 2012, ma per sua natura punta alla replicabilità e scalabilità in altre città, con l’obiettivo di valorizzare i diversi territori, ognuno con le proprie peculiarità.

E’ doveroso, sempre in ottica di condivisione, evidenziare la criticità di questo progetto, che è quella di essere germogliato in autonomia e libertà, come quei fiori che nascono miracolosamente tra le rocce: è un progetto di natura politica ma non ha nessun padrino; è un progetto imprenditoriale di ampio respiro, ma non rientra in nessun circuito di start up innovative; è un prototipo funzionante, in un Paese in cui spesso contano di più i business plan patinati; è stato ideato ed implementato da una donna, ma nel contesto del sostegno all’imprenditoria femminile ciò non ha rappresentato alcun vantaggio; si rivolge al target delle piccole imprese, ma in Italia non c’è né la consapevolezza né una strategia sul ruolo delle piccole aziende nell’economia e nella società.

Evidentemente ci sfugge qualcosa…

Paola Chiesa


Come cambiano le spedizioni con i Locker

11/09/2014 / e-commerce, Web / 0 Comments
locker

 

Ritira il tuo pacco quando e come vuoi con il Locker

Quante volte, comprando su Internet ci siamo posti il problema del ritiro della merce acquistata.

Si lavora fino a tardi, la vicina di casa è sorda, la posta è scomoda e fa orari impossibili, il servizio di consegna magari ti dice il giorno, ma non l’ora del passaggio… insomma, quando compri online spesso non sai se riuscirai a ricevere il tuo acquisto.

All’ultimo e-commerce forum organizzato dal Consorzio Netcomm il 20 maggio 2014, è stato presentato un nuovo sistema per il ritiro degli acquisti online. Si chiama Locker, ed è un’idea semplice ma brillante, che nasce da un accordo fra TNT Express Italy e InPost.

In pratica si tratta di un distributore automatico funzionante 7 giorni su 7 e 24 ore su 24. Il Locker è suddiviso in diverse cassette protette da un codice. Il prodotto acquistato viene riposto in una di queste cassette e si può ritirare digitando il proprio codice personale ricevuto tramite SMS o e-mail.

I Locker non sono ancora molti ma si stanno diffondendo rapidamente. Verranno installati inizialmente in diverse città dell’Italia Settentrionale e Centrale, e in seguito si allargheranno anche al resto dell’Italia. Si prevede che per la fine del 2015 arrivino a ca 1000. I Locker saranno in posizioni strategiche, raggiungibili facilmente sia tornando a casa sia andando al lavoro. Ad esempio, se fai il pendolare, potrai ritirare il tuo acquisto lungo il tragitto per l’ufficio…

Inoltre, se non vuoi pagare online potrai pagare al ritiro con contrassegno utilizzando il bancomat o la carta di credito, e se non sei soddisfatto del tuo acquisto potrai restituirlo sempre utilizzando il Locker. Basterà etichettare il pacco con il codice a barre della spedizione, mostrare l’etichetta allo scanner del Locker e riporre il pacco nella cassettina.

I primi siti italiani a far uso del servizio saranno E-price e Saldi Privati che li aggiungeranno all’attuale servizio di ritiro Pick and Pay (ordini sul sito e ritiri in punti fisici con personale, presso cui puoi anche pagare in contanti).

Il Locker facilita gli acquisti online, sia per il consumatore che per il venditore. L’uso dei Locker riduce i  costi di gestione e le giacenze, in quanto i pacchi vengono ritirati sempre al primo tentativo (il 90% degli ordini viene ritirato addirittura nelle prime 24 ore, pur avendo a disposizione tre giorni di tempo per farlo). Il cliente soddisfatto ritorna e acquista con minor timore delle conseguenze, felice di poter ritirare il pacco anche fuori dall’orario di ufficio o nel week end. Insomma, un ottimo sistema per diffondere ulteriormente l’e-commerce, anche tra i più scettici!

Daniela Savino


Contenuti di qualità per il web

contenuti per il web

 

Quando la vacanza ispira i contenuti

Non ci siamo volutamente salutati prima delle vacanze, anzi ricordo di aver detto che per me la vacanza non è uno (s)tacco 12, ma un sandalo infradito.

Infatti non sono mancate strade calcate, tratte in aereo e traversate in nave su un Egeo furioso, per raggiungere qualcosa di insolito, di inconsueto. Per poi pormi, come ogni anno, la solita domanda: perché l’inconsueto lo cerchiamo solo in vacanza e non in quel novantacinque per cento del tempo che viviamo invece psicologicamente come una noiosa routine?

In vacanza diventiamo tutti sportivi e avventurosi, socievoli e gentili. Poi torniamo al nostro tran tran quotidiano e diventiamo ombrosi, litighiamo col vicino e usiamo l’ascensore anche se abitiamo al primo piano.

E’ come se la vacanza fosse vissuta un po’ come una sbornia…

Traslando il discorso sui contenuti, possiamo immaginare la meta della vacanza come obiettivo di utilità dell’argomento trattato; le escursioni, le visite culturali e i monumenti storici come la scelta di una specifica tecnica e metodo; i colori della natura come definizione di uno specifico target.

Ripensando così alla mia vacanza in Grecia, la contemplazione silenziosa del Partenone mi ha aiutato a comprendere che l’utilità dei valori che si trasmettono in un contenuto è comunque sempre legata alla tecnica: ad esempio così come le colonne per apparire perfettamente dritte sono in realtà state costruite con una leggera inclinazione verso l’interno, che l’occhio umano non avverte, così per trattare un argomento che abbia l’obiettivo di essere utile occorre utilizzare tecniche anche complesse, ma conosciute talmente in profondità dal web editor, da lasciare al lettore una sensazione di testo piacevole e scorrevole, senza alcuna traccia di complessità.

I colori delle Cicladi e del loro mare, la luce abbagliante e insostenibile, la bellezza del paesaggio, rendono chiaramente l’idea di cosa significhi far parte di una community che è in grado di viralizzare i propri contenuti.

Solidità, chiarezza, semplicità, rigore, conoscenza, affidabilità, coerenza, bellezza: se la forma riesce a plasmare la sostanza, allora anche il contenuto può creare un valore.

Son tornata a casa con un sogno: quello di riuscire a comunicare tutto ciò

Paola Chiesa


E-commerce sostenibile

e-commerce

 

Il problema dell’e-commerce è davvero la pausa estiva?

“Come acquistare in sicurezza sotto l’ombrellone”, leggevo in questi giorni…

In effetti è vero, è proprio un piacere acquistare dai grandi players dell’e-commerce: 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno e servizio ineccepibile; poi ci sono gli altri…i piccoli, ai quali mi riferisco spesso per poterne fare emergere le esigenze; quelli che se ricevono un ordine ad agosto da un cliente che è sotto l’ombrellone per giunta, maledicono la sorte avversa perché l’impiegata è in ferie, perché devono verificare l’avvenuto pagamento, perché devono procedere a spedire la merce (impacchettare il prodotto, chiamare il corriere, farsi trovare dal corriere) perché per evadere l’ordine devono sospendere l’attività che stavano svolgendo. Insomma è vissuto tutto come un dovere, dimenticandosi che grazie all’e-commerce hanno acquisito un cliente che normalmente sarebbe stato irraggiungibile, se non altro da un punto di vista geografico.

Peraltro in Italia solo 1 sito su 4 è ottimizzato per l’e-commerce mobile, nonostante gli acquisti da device si attestino sul 20%

I dati relativi all’e-commerce sono positivi e seguono un costante trend di crescita, ma quali ricadute concrete hanno sulla realtà territoriale?

Il punto vero è che l’e-commerce in Italia è una bella realtà ancora solo per pochi. Guardando al lato positivo della cosa, ciò significa che abbiamo un ottimo margine di miglioramento!

Se un’azienda decide di intraprendere questa strada che succede?

Può capitare ad esempio che ci si ricordi di essere iscritti alla Camera di Commercio, quell’ente che una volta all’anno si ricorda di te per il pagamento del diritto annuale, e l’associazione mentale può facilmente innescarsi: commercio elettronico=Camera di Commercio.

Magari! Adempimenti amministrativi, fiscali e normativi, scelta della piattaforma e-commerce, forme di pagamento sicure, creazione del catalogo prodotti, redazione di contenuti, organizzazione della logistica, supporto clienti pre e post vendita, sono tutte tematiche non proprio banali che il piccolo imprenditore si trova a dover affrontare di fatto contemporaneamente e presso soggetti diversi (commercialista, consulente legale, Agenzia delle Entrate, Comune, sofware house, spedizioniere, banca, personale dell’azienda), senza sapere da che parte iniziare. ll tutto dando per scontato di avere un accesso alla rete veloce

Al che è veramente curioso che da un lato ci sia una proliferante letteratura positiva sull’e-commerce che spinge le aziende ad investire nel settore, mentre dall’altro si avverte l’attrito rappresentato dagli enti che a vario titolo  dovrebbero essere strutturalmente d’aiuto e di incentivo nei confronti delle aziende stesse: per esempio la Camera di Commercio, che è anche un osservatorio privilegiato in grado anche di prevedere verosimilmente la direzione del mercato locale; per esempio la Regione attraverso il suo Assessorato alle Attività Produttive, con azioni propositive incisive; e perché non includere anche i Comuni?

Ferma restando l’assoluta libertà di ogni azienda di procedere secondo la procedura che ritiene migliore nel mare magnum del mondo e-commerce, attraverso consulenti, agenzie, guru ecc, balza agli occhi l’ingiustificata assenza del livello di politica istituzionale attiva; dato il valore economico che l’argomento rappresenta, perché non gestire un intervento positivo congiunto e sinergico tra più soggetti, in grado di declinare sul territorio la spinta innovativa per rilanciare qualità e inventiva delle nostre imprese? Le mutate forme di relazione e le interdipendenze crescenti tra i soggetti pubblici e privati di una realtà territoriale, di fatto impongono nuove modalità di approccio, secondo procedure e metodologie condivise che, se finalizzate a gestire il cambiamento che avanza, non potranno che dare risultati in ottica di sostenibilità economica, sociale ed ambientale. Già, perché la sostenibilità in sé non esiste, la si costruisce e se ne misurano gli effetti in termini di sviluppo.

Paola Chiesa


Parodia del post di successo

life

 

Ennesimo decalogo per scrivere un post di successo

Nel momento giusto ed al posto giusto sono riuscita a scattare la foto che vedete qui sopra; mi piace molto ed avevo pensato di utilizzarla in un post perché la ritengo di per sé una efficace espressione visiva dell’equilibrio tra buio e luce, passato e futuro, inquietudine e speranza, immobilità e movimento.

Poi il tecnicismo del come scrivere ha preso il sopravvento sulla sostanza, sul contenuto in sè, danneggiando irrimediabilmente la creatività del momento. Da qui questo post autoironico sull’arte di scrivere un post.

Tu come scrivi quando scrivi? Proviamo a percorrere insieme le varie tappe:

  1. Il titolo deve essere ovviamente stuzzicante
  2. Il contenuto? Se consideri che la gente non ama leggere, deve essere sintetico-esaustivo-avvincentepiacevole-intrigante-con citazioni-cantato e danzato.
  3. Le immagini? Certo non possono mancare, ma devono essere originali e con il soggetto ed i colori che si adattano al contenuto, e guai se sbagli le dimensioni. Se poi sei così geniale, o semplicemente fortunato, da aver azzeccato titolo e immagine, il contenuto è spesso superfluo perché il lettore si ritiene già soddisfatto così. E risparmi pure il punto 2, in teoria il più difficile della lista!
  4. La lista…oh quanto piacciono i post con le liste: “ i 7 errori da evitare su Linkedin” “le 10 cose che non devi fare su Facebook”, “i 5 ingredienti indispensabili per un post virale”, con tanto di riferimenti alla numerologia sacra di cui pare siano tutti esperti.
  5. Il riferimento al sesso è d’obbligo anche se stai parlando di open data per dire, serve eccome per attrarre click.
  6. Fasce orarie sacre in cui postare: mai nel week end perché si sa, i social sono frequentati al lavoro e durante gli orari di lavoro!
  7. Indispensabile avere sul proprio blog un “email subscribe button” per consentire ai lettori affezionati di iscriversi e di ricevere automaticamente i nuovi post via mail (sai la fila…tutti a spintonarsi perché non vedono l’ora di ricevere i tuoi post!)
  8. Utilizzare termini inglesi nel testo, o addirittura nel titolo, è molto “cool”, gratifica l’ego di noi italiani in particolare, perché fa sembrare più interessante il contenuto e più intelligente chi lo legge.
  9. Avere una lunga lista di “social button”, anche di quelli di cui non sapevi nemmeno l’esistenza, per incentivare la diffusione del post (che poi quanto può essere psicologicamente devastante vedere che nessuno l’ha condiviso…)
  10. Dimostrare di conoscere la SEO attraverso decine di tag inseriti nei post, che a volte sono così ingombranti da distrarti persino nella lettura del post.

Qui mi fermo perché tanto il punto 11 non lo leggerebbe nessuno…

Al di là dell’ironia, forse non ci farebbe male smarcarci un po’ dalle ricette preconfezionate e pressoché indistinguibili le une dalle altre, per tornare a cercarsi e scegliersi ecletticamente a vicenda, blogger e lettore; nelle famose liste delle cose da fare o non fare, non esiste un punto che personalmente ritengo cruciale: come creare e misurare il valore sociale di un post.

Cosa nasce dalla eventuale condivisione di un contenuto? Una interazione reale? Una critica? Un progetto? Un impatto positivo sul territorio? Questo è quello che io personalmente cerco in un post, sia come lettrice che come autrice: non la esplicitazione di un piccolo particolare sapere, quanto invece un punto di inizio verso la costruzione di una buona prassi collettiva.

Non mi resta che attendere commenti allora…!

Paola Chiesa


Non sei un innovatore se non conosci Tesla!

Nikola Tesla

 

Chi era Nikola Tesla?

Nikola Tesla  è considerato da molti la figura più geniale della storia umana dopo Leonardo da Vinci: per la qualità del suo intelletto, per la quantità e varietà di opere prodotte, per la capacità di lavorare contemporaneamente su più progetti e per i poliedrici interessi che non riguardavano solo la scienza e la tecnologia, ma anche la filosofia, la sociologia e perfino il misticismo.

Viene ricordato per la scoperta della corrente alternata e per l’unità di misura dell’induzione magnetica, il tesla (T), ma il suo ingegno è alla base di parecchie invenzioni: la bobina ad alta frequenza, che consente la produzione di corrente alternata grazie ad un campo magnetico di intensità variabile, e che sta alla base ad esempio degli alti voltaggi dei tubi catodici nei nostri attuali computer, così come nelle radio e nei televisori; gli studi sulla robotica, sulle sorgenti di energia alternativa, come quella geotermica o mareale, sui raggi X; pose le basi per il microscopio elettronico prima ancora della scoperta degli elettroni, studiò una macchina per indurre il sonno, inventò nuovi tipi di lampadine ad altissimo rendimento, in particolare quelle a fluorescenza e migliorò quelle convenzionali esistenti; arrivò ad una maggiore comprensione della trasmissione di energia elettromagnetica senza fili, cosa che lo avrebbe portato a costruire il primo trasmettitore radio del mondo; e tanto altro ancora…

Dal nostro punto di vista la grandezza dello scienziato Tesla si aggiunge alla profondità e sensibilità dell’uomo, che dedicò la sua vita allo studio dell’energia ed al modo di utilizzarla nella società: “la scienza non è nient’altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità” diceva; riuscendo a portare l’elettricità in tutte le case a grandissime distanze, rivoluzionò non solo la tecnologia dell’epoca ma anche la stessa società.

Grazie ai finanziamenti dell’industriale George Westinghouse, Tesla riuscì a portare avanti le sue ricerche e ad inaugurare la prima centrale idroelettrica a corrente alternata presso le cascate del Niagara nel 1896, pronunciando le seguenti parole che divennero il manifesto della sua vita: “Se vogliamo eliminare la miseria e la povertà,…l’elettricità è il nostro baluardo. La fonte primaria delle nostre versatili energie. Con l’energia elettrica sufficiente a nostra disposizione possiamo soddisfare la maggior parte dei nostri bisogni e garantire un’esistenza comoda e sicura a tutti”. Il grande disegno di Tesla era quello di distribuire energia gratuita a tutti invece di far pagare per essa. In una società del genere la pace e la prosperità sarebbero state universali.

Ma questo contrastava con la logica del profitto imperante nel mondo, per cui gli ultimi vent’anni della sua vita lo videro vittima sacrificale sull’altare della comunità scientifica ed industriale. Rimase senza capitale, indispensabile per testare le sue teorie, e visse una vita quasi al limite dell’indigenza.

L’attualità del pensiero di Nikola Tesla risiede nel suo peculiare linguaggio: nonostante la sua profonda conoscenza delle leggi fisiche e matematiche, non abbiamo progetti circostanziati delle sue invenzioni, perché i veri schemi di progetto erano custoditi nella sua mente. Tesla menzionava spesso l’esistenza di un mondo in cui la conoscenza di tutto quanto esiste è già scritta in una specie di archivio di “memoria cosmica” che può essere attivato da un atto intenzionale. Fu così che apprese il metodo di visualizzare le sue stesse invenzioni nei più minuti dettagli, senza alcun bisogno di calcoli o progetti scritti sulla carta. Le sue invenzioni esistevano già nella sua mente, come frutto di un processo creativo ispirato da forze superiori che la sua ansia di conoscenza aveva risvegliato dal suo inconscio. Il formalismo da lui utilizzato era nascosto nella sua mente.

Fu tacciato di pazzia millanteria e megalomania, eppure spese una vita intera per studiare la trasmissione delle varie forme di energia, che lui considerava universalmente come cosmica, per riuscire a portare un benessere diffuso all’umanità, che voleva unita tra gli esseri viventi e il pianeta ricco di energie risonanti. Una delle sue grandi spinte, oltre alla necessità di fornire “energia libera a tutti”, era quella di mettere tutti in comunicazione l’uno con l’altro.

Forse dopo circa 100 anni qualche insegnamento da tutto ciò possiamo cominciare a trarlo:

per esempio che ostacolare e dimenticare la genialità umana quando è scomoda, è paragonabile ad un delitto; che le innovazioni spesso arrivano da lontano, e che vanno insegnate nelle scuole affinchè possano trasformarsi in tradizione e civiltà; che la comunicazione è un obiettivo che si raggiunge attraverso diversi linguaggi, nonostante i nostri eventuali limiti che possono impedirci di comprenderli; che al centro di tutto, nonostante tutto, deve esserci l’uomo. E senza retorica.

Paola Chiesa

Per chi volesse approfondire la biografia e le invenzioni di Nikola Tesla, consiglio vivamente questo piacevolissimo libro:

Tesla lampo di genio – Massimo Teodorani – Macro Edizioni


Quando l’informazione è anche un valore

volo storni
La capacità di creare valore

Avete presente il volo degli storni e la loro capacità di creare spettacolari coreografie, affascinanti per la loro sincronicità? Pare che ogni singolo storno si muova in volo in base a ciò che vede fare a un numero fisso di altri uccelli del gruppo che si trovano nelle sue vicinanze, circa sette, che possono anche allontanarsi in fasi successive del volo. Viaggiano compatti in gruppi di 5-10 mila esemplari, e volano ad una distanza di circa 80 centimetri-1 metro l’uno dall’altro, per difendersi dai rapaci, ad esempio dal falco. Quest’ultimo infatti, nel momento in cui tenta di attaccare lo stormo, trova difficile farlo in quanto non solo forma e direzione cambiano di continuo, ma anche perché non riesce ad isolare un individuo dal gruppo. Inoltre gli individui cambiano continuamente posizione tra la periferia e l’interno del gruppo cosicché la probabilità di essere predati (alta quando sono alla periferia dello stormo) è notevolmente ridotta.

Oppure come non ricordarsi delle formiche quando procedono simpaticamente incolonnate come truppe verso la fonte di cibo, per poi fare ritorno al formicaio; in questo caso pare che la formica, quando ha avuto successo nella ricerca del cibo, in futuro tenderà a tornare verso la stessa fonte. Ma quando questa formica torna al formicaio, stimola fisicamente un’altra formica a seguirla verso il luogo del rifornimento attraverso una secrezione chimica. Lasciando una scia di tali secrezioni, alcuni tipi di formiche sono addirittura in grado di indirizzare interi gruppi di loro simili. Pertanto la scelta di una formica che esce per la prima volta dal formicaio sarà influenzata dalle scie delle formiche che incontra lungo il proprio itinerario.

Poi ci siamo noi che ci avventuriamo nei social: il nostro comportamento non è valutabile né secondo parametri di eleganza e sincronicità, né per ordine e disciplina, nè per coerenza

In natura è evidente un sistema di comunicazione basato sulla trasmissione di informazioni finalizzate a dei valori essenziali ed imprescindibili: la difesa dai nemici nel caso degli storni o la ricerca di cibo nel caso delle formiche, in ogni caso valori legati alla sopravvivenza.

Nei nostri sempre più ricchi e variegati sistemi di comunicazione ed interazione sui social, la nostra attenzione è richiamata dalle informazioni diffuse dal nostro piccolo o grande gruppo di “storni” di riferimento, diverse da gruppo a gruppo. Quello che manca è la sensibilità capace di definire e rendere riconoscibile una comunità in grado non solo di interagire e comunicare con i propri membri, ma anche e soprattutto di creare, consolidare e trasmettere un sistema di valori, rivelando una tradizione e allargando la comunità di partenza, migliorandola.

Tutto il resto è like tweet e pin

Paola Chiesa


Meglio una PA tradizionale o digitalizzata?

dividendo efficienza PA
Come rendere la PA digitalizzata anche efficiente

La domanda potrebbe sembrare retorica, mentre invece è volutamente provocatoria.

Lo strumento tecnologico di per sé non rende un servizio efficiente; una gestione secondo criteri di efficienza efficacia ed economicità misurabili, molto probabilmente connoterebbe positivamente anche l’erogazione tradizionale dei servizi della Pubblica Amministrazione, allo sportello per intenderci; d’altra parte non basta pronunciare la parola “digitale” per far sì che il servizio offerto si manifesti cabalisticamente come efficiente.

In ogni caso la percezione dell’utente, sia che si tratti di un cittadino, di un’impresa o di un professionista, rispetto al modo di operare della PA, digitalizzata o meno, è di inadeguatezza rispetto alle aspettative di una società sempre più incline ad interagire e relazionarsi in una dimensione comunicativa e collaborativa a due vie, in ottica di trasparenza e funzionalità.

In questo contesto si colloca allora la significativa esperienza dell’Agenda Digitale Lombarda, che si distingue per aver cercato di declinare le azioni e gli interventi da porre in atto per sfruttare al meglio le ICT e generare in questo modo valore aggiunto sia per la PA che per i cittadini, i professionisti e le imprese.

Delle sei aree cui sono riconducibili tali interventi, ovvero divario digitale (digital divide); infrastrutture abilitanti e servizi digitali; interoperabilità e standard; patrimonio informativo pubblico; cittadinanza digitale; ricerca e innovazione nell’ICT, la Regione Lombardia ha sviluppato all’interno dell’area prioritaria interoperabilità e standard un modello di stima del dividendo dell’efficienza della PA, cioè del risparmio in termini di tempi e costi che si ottiene attraverso la riorganizzazione della Pubblica Amministrazione per mezzo delle ICT in generale e attraverso interventi di razionalizzazione e semplificazione de “i procedimenti amministrativi, le attività gestionali, i documenti, la modulistica, le modalità di accesso e di presentazione delle istanze da parte dei cittadini e delle imprese” in particolare. Lo stesso Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) prevede la definizione di un sistema per la determinazione del dividendo dell’efficienza, quando all’art. 15 prevede : Le Pubbliche Amministrazioni quantificano annualmente, ai sensi dell’articolo 27, del Decreto Legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, i risparmi effettivamente conseguiti in attuazione delle disposizioni di cui ai commi 1 e 2. Tali risparmi sono utilizzati per due terzi secondo quanto previsto dall’articolo 27, comma 1, del citato Decreto Legislativo n. 150 del 2009 e in misura pari ad un terzo per il finanziamento di ulteriori progetti di innovazione

Sul tema dell’interoperabilità e standard l’Agenda Digitale Lombarda è tra l’altro recentemente intervenuta anche riguardo la proposta di standard Open Data per gli enti locali lombardi, alla quale in ottica collaborativa abbiamo partecipato congiuntamente, in qualità di Centro Studi Informatica Giuridica di Milano e di Ivrea- Torino.

Interoperabilità

In concreto, Province, Comuni capoluogo e aggregazioni di Comuni con popolazione complessiva superiore a 50.000 abitanti sono stati chiamati a realizzare un sistema di Pubbliche Amministrazioni integrato e sincrono, nel quale le attività di back-office dei vari attori pubblici siano pienamente integrate con le attività di sportello erogate dal front-office, a vantaggio dei cittadini e delle imprese. Obiettivo da raggiungersi in concreto attraverso la realizzazione di progetti per la reingegnerizzazione, la digitalizzazione e la standardizzazione di processi e procedure allo scopo di favorire azioni di semplificazione e migliorare l’accesso e la fruizione ai servizi pubblici, nonché ridurre i tempi e i costi di tali processi e procedure sia per la PA che per i cittadini, i professionisti e le imprese.

La risposta è stata la seguente: a fronte del bando di invito a presentare le proposte, emanato nel 2011, tra il 2012 ed il 2013 sono stati firmati 14 accordi di collaborazione interistituzionale (ACI), attivate 13 cabine di regia per il monitoraggio ed il controllo degli accordi, infine approvati e avviati 12 progetti esecutivi che coinvolgono 449 enti locali sul territorio lombardo.

Standard

La Regione Lombardia è intervenuta interpretando ed integrando in un unico metodo i diversi modelli presentati dai vari enti partecipanti al progetto; parallelamente i capofila delle varie aggregazioni hanno così potuto iniziare le rilevazioni per il calcolo del dividendo dell’efficienza.

Il metodo utilizzato dalla regione lombarda ha origine anglosassone (Transactions Cost Methodology) e si basa sulla filosofia che ogni utente “perso” a causa di un’informazione non disponibile e/o dell’interfaccia non usabile (e quindi un basso numero di istanze) diventa un “costo” per la PA che investe sul digitale.

Comunicazione

Il focus si sposta dalla semplice rilevazione di tempi e costi, a quanti cittadini e utenti utilizzano i procedimenti e servizi della PA. Non basta infatti investire nella digitalizzazione di processi, procedure e servizi, se parallelamente non viene disincentivato il procedimento erogato in modalità tradizionale. Infatti il paradosso è che a fronte di ingenti investimenti nel digitale, gli utenti preferiscono usare le versioni cartacee! Perché?

Perché per determinare il successo o il fallimento di un servizio di e-government sono fondamentali la conoscenza della sua esistenza, un linguaggio chiaro, modalità di divulgazione che ne incentivino l’utilizzo, la velocità di reperimento del servizio, la facilità d’uso dello stesso, la verifica periodica dei risultati raggiunti come ulteriore strumento per raffinare il servizio.

A chi come noi interessa che le buone prassi non restino rinchiuse in ambienti insonorizzati ed invisibili, non resta che promuoverne la ricerca, la valutazione critica e la condivisione.

Link all’applicativo per il calcolo del dividendo dell’efficienza dell’Agenda Digitale Lombarda

Materiale informativo sul dividendo dell’efficienza per le Pubbliche Amministrazioni

Paola Chiesa


Il linguaggio dell’innovazione

innovazione

 

Come comunicare l’innovazione

Social innovation, smart city, smart community, start up, business plan, social design, societal challenges, elevator pitch, forum leadership, social renaissance, app, sono solo alcune delle parole e slogan ricorrenti quando si parla di innovazione, anzi di innovation.

Già, perché l’innovazione è indissolubilmente legata all’idioma inglese; curioso, visto che in base a una ricerca effettuata in 60 Paesi nel mondo, l’Italia è risultata addirittura agli ultimi posti per la conoscenza della lingua anglosassone (e lasciamo perdere le altre lingue straniere).

Ma non vogliamo in questa sede approfondire il discorso della miopia e dell’inadeguatezza della politica scolastica che non investe strategicamente nell’ insegnamento efficace delle lingue straniere.

Vorremmo invece soffermarci sul fatto che non basta certo utilizzare un linguaggio smart per essere considerati degli innovatori.

Cosa significa esattamente innovazione? “L’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione e sim. (…) In senso concreto, ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica” (Treccani)

In questi termini il rapporto che lega i due concetti è riconducibile in qualche modo a una sorta di lotta, nella quale il nuovo ha la meglio perché scalza il vecchio, sostituendolo.

In ottica smart e di evoluzione però la logica di tale approccio è limitativa, perché non considera il valore della tradizione , che è quella modalità che consente al “vecchio” di evolversi, sopravvivendo quindi ma traducendosi in innovazione. Il nuovo come evoluzione del vecchio, in una consapevole valorizzazione delle irrinunciabili conquiste della civiltà.

Ma è anche necessario porsi una domanda, se vogliamo parlare di efficacia dell’innovazione: come si misura la sua utilità?

Quando si spengono i riflettori sugli avvincenti eventi di presentazione, ci aspetta una scommessa con il mondo esterno, quello vero là fuori: far convivere l’aspetto teorico e tecnologico dell’innovazione, con quello pratico della sua effettiva applicazione nel tessuto sociale ed economico, e delle relative implicazioni. E per fare ciò servono ponti di comunicazione a due vie che mettano in relazione e coinvolgano attivamente i vari soggetti del territorio: gli ambienti della ricerca, le amministrazioni locali, le imprese, i cittadini, la scuola.

Altrimenti tali eventi resteranno affascinanti esercizi virtuosi per pochi soggetti che parlano un linguaggio incomprensibile ai più (tra l’altro sono stata invitata ad un “beach start up party” a Torino, non so cosa sia esattamente, ma so per certo che il mare a Torino non c’è; come mi devo vestire?)

Per farci comprendere nella comunicazione dei valori, laddove le parole non bastano, possiamo utilizzare il linguaggio universale dell’arte, in grado di parlare contemporaneamente alla testa ed al cuore.

L’innovazione feconda è quella che pesca nella memoria del passato, sedimentata e sopita nell’anima di chi vive il presente; è questione di un attimo, se l’intelligenza riesce a riscaldare il cuore, perdendosi in esso, produce il genio. Ed è allora che ci riconosciamo come appartenenti alla stessa comunità evoluta, perché riusciamo a condividere linguaggi e forme di comunicazione antichi e moderni, dando senso e orientamento al nostro presente.

Paola Chiesa


Traffico uguale business

03/07/2014 / e-commerce, Web / 0 Comments
Traffico sito
 Tracciare il traffico con Analytics

Hai un sito, ok… e pensi sia fatto bene, abbia una bella grafica e contenuti interessanti. Ma sai se è davvero così?

Mi è capitato più volte di chiedere “Sai quanti ingressi hai?” a persone che mi dicevano orgogliose di aver appena fatto fare il sito della loro attività: mi guardavano come se gli avessi chiesto qual è la capitale del Turkmenistan..!!! (che peraltro è Ashgabat.., per chi non lo sapesse…)

La maggior parte delle piccole attività che ha commissionato un sito a un web master o a un’agenzia, non ha la minima idea che il sito per avere traffico dovrebbe trovarsi in prima o al massimo in seconda pagina della ricerca su Google, e che esiste un fantastico strumento gratuito per monitorare il traffico del sito: si tratta di Google Analytics!

Collegando il sito al programma di Google (potete farvi aiutare dal vostro web master), è possibile controllare ogni giorno quante persone lo visitano, che pagine guardano, con quali parole chiave entrano e da che pagina, e soprattutto per quanto tempo si soffermano a leggere i contenuti che avete compilato con grande fatica.

E qui potreste scoprire che ciò che avete scritto non viene reputato interessante, che non siete riusciti a colpire l’attenzione, che avete scritto troppo o troppo poco, che i vostri testi non sono chiari e la vostra offerta di servizi non è esattamente quello che cercavano. Soprattutto vi accorgerete quasi subito che non ricevete il traffico che credevate di avere, perché chi vi ha fatto il sito si è occupato della grafica, ma non ha compilato il sito in chiave SEO (tecnica di trattamento dei testi con cui si può migliorare l’indicizzazione sui motori di ricerca), rendendolo quasi invisibile per Google.

Avere un sito è solo un punto di partenza, mai un punto d’arrivo. Quando il vostro sito sarà online inizierà il vero lavoro, quello di mantenerlo sempre aggiornato, di adattarlo alle esigenze dei clienti, di cambiare regolarmente immagini e testi o di pubblicare articoli e novità che raccontino la vostra attività in modo simpatico e piacevole! E Google Analytics vi aiuterà a capire se avete centrato l’obiettivo e cosa invece va modificato!

Per riassumere, Google Analytics vi permette di tracciare:

  • quanti visitatori al giorno riceve il tuo sito
  • quanti sono nuovi e quanti di ritorno
  • quanto tempo il visitatore trascorre sul tuo sito (che è indice dell’interesse suscitato) e la “frequenza di rimbalzo” ossia, se il visitatore entra ed esce immediatamente, senza aprire nemmeno una pagina (che è indice di scarso gradimento del sito)
  • da dove provengono le visite: ad esempio, da Facebook, da Twitter, da Google, da link provenienti da altri siti ecc.
  • con quali parole chiave siete stati trovati (e qui di nuovo diventa fondamentale l’uso della SEO)
  • quanti visitatori hanno raggiunto l’obiettivo che vi siete prefissi (ad esempio la registrazione al sito o l’iscrizione alla Newsletter…)

…E quando diventerete davvero bravi, potrete prendere in considerazione dati sempre più complessi, che vi aiuteranno a comprendere meglio il vostro pubblico, a soddisfarne le esigenze e a trasformare il vostro sito in uno strumento di business sempre più evoluto.

Daniela Savino


I bambini farfalla

Anna Mei - Bambini farfalla
I bambini farfalla

Pensiamo che i social debbano essere uno strumento non solo per la creazione di relazioni, ma anche per la ricerca di contenuti, per la generazione e la condivisione di valori positivi. È il nostro modo di intendere la comunicazione, orientata alla condivisione con la comunità di riferimento.

In questa costante ricerca di contenuti e valori che possano contribuire all’evoluzione personale e sociale, capita a volte di incappare in gemme preziose… e la reazione non può che essere quella di condividere la scoperta, perché ci fa riconoscere come parte di un tutto che anche se ci risulta spesso incomprensibile, nello stesso tempo ci stimola ad integrarci, a comprenderci e ad essere solidali: una società evoluta appunto.

Come già molti di voi sanno, le parole di per sé non ci appassionano se non sono accompagnate da azioni coerenti; gli esempi invece ci temprano eccome: come questo che sono onorata di riportarvi…

Un ragazzo di terza media, un’atleta, una scuola che lascia il segno…*

“La mia vita è particolare, perché dalla nascita sono affetto da una malattia genetica che non mi permette di svolgere le cose che per altri sono normali, come correre, giocare a calcio, camminare a lungo, non posso cadere o sbattere perché mi faccio del male, e anche dentro sono molto fragile, proprio come le ali di una farfalla, infatti sono un bambino farfalla. Sicuramente non è facile vivere per le persone come me, ma se da una parte la natura mi ha tolto tanto, dall’altra mi ha regalato ANCHE TANTO. Mi spiego meglio: nel mio cammino ho incontrato tante persone che mi vogliono bene e che fanno in modo che si parli della mia malattia. Una di queste persone è Anna Mei, un’atleta di fama mondiale, una ciclista per I’esattezza, che il 6 ,7 e 8 dicembre a Montichiari, ha tentato e battuto il record mondiale di ventiquattrore non stop in un velodromo. Il giorno stabilito, sono partito con mia mamma da Torino e siamo arrivati in provincia di Milano dove ci siamo trovati con la mia seconda mamma che è Antonella, la mamma di Mattia , altro ragazzo farfalla, e insieme siamo partiti alla volta di Montichiari. Arrivati là I’emozione era forte perché finalmente conoscevo Anna. L’incontro è stato bello, lei ci ha abbracciati, ci ha voluto accanto per tutta la conferenza stampa, e alla partenza abbiamo fatto un centinaio di foto, poi lei si é piegata a pregare, e credo abbia pianto; si è poi messa in sella alla sua bici, una di quelle super tecnologiche, mai visto nulla del genere, e al gong…..via….per 24 ore !!!!! Incredibile, noi eravamo al centro del velodromo e la guardavamo girare e girare. Non so come abbia fatto, davvero me lo chiedo. Io, nel frattempo, mi sono riposato, sono andato in albergo a dormire con Mattia, mentre le nostre mamme con microonde e fornetti cucinavano e scaldavano cappuccini per tutta la notte per sostenere Anna, i giudici e tutti coloro che erano presenti. Le nostre, sono delle super mamme perché sono come angeli che arrivano a fare tutto, aiutano tutti, e ci fanno fare esperienze uniche, come questa appunto. Il sabato, quando mi sono svegliato, sono tornato al velodromo, e lei era ancora là che girava… e girava… ho pensato: “mamma mia, come farà? Chissà a che pensa, tante ore così…” Alle 14 circa mamma e mamma 2 avevano preparato la pasta per tutti ,e così ci siamo riuniti per mangiare e anche i giudici a turno si avvicinavano… ma ad un certo punto, un tonfo incredibile ci ha distolti dalle nostre chiacchiere: Anna era caduta!!!!! TUTTI a correre! Chi mangiava più? Attimi di terrore, non sapevamo che pensare, si sarà fatta male? Anna mi ha insegnato che dopo ogni caduta ci si rialza più forti che mai, infatti anche se aveva male ad una gamba in 5 minuti è rimontata in sella ed ha ripreso la sua gara. Una donna davvero straordinaria. Ha ricominciato a correre e correre fino alle 22 , quando, con 738 km, ha battuto il record detenuto da un’americana di 717 km….incredibile!!! Non posso descrivere la felicità di tutti noi e come eravamo emozionati: chi piangeva, chi esultava… io mi sono avvicinato e lei mi ha abbracciato, sottolineando ai giornalisti che quel record era per i BAMBINI FARFALLA, perché tutti sapessero che esistiamo, che “rari” non vuol dire soli. Ero felice davvero, Anna mi ha fatto volare mi ha fatto capire tante cose e ancora adesso sono emozionato. Dopo le foto, Anna finalmente ha mangiato un po’ di cose, credo che la sua pausa sia durata circa 40 minuti, poi convinta è risalita in sella perché doveva assolutamente arrivare ai 1000 km e fare un nuovo record mai tentato da nessuno. Ho pensato: “ma dove la prende tutta ‘sta forza. Lei così piccola… eppure ha continuato. Sono tornato in albergo e solo il mattino dopo ho appreso da mia mamma che a 902 km, dopo 32 ore, si era fermata, purtroppo non per sua volontà, ma perché era in pericolo di vita. Che dire: non ci sono molte parole per raccontare ciò che ho vissuto, sicuramente un’esperienza unica. Ho capito tante cose, ho capito che non devo arrendermi mai, che devo lottare , che al mondo ci sono persone straordinarie e altruiste che aiutano i meno fortunati; ho capito che Anna Mei, mi, ci vuole molto bene, e che la vita bisogna viverla nonostante la malattia. Sono tornato a casa la domenica stremato ma davvero felice. Anna con la sua farfalla sulla maglia ha fatto sì che tutte le farfalle, anche quelle che non ci sono più, volino molto in alto: GRAZIE ANNA MEI.

* (Nel rispetto per la persona del minore manteniamo l’anonimato, non pubblicando immagini o altri elementi che anche indirettamente possano comunque portare alla sua identificazione.)

Paola Chiesa