Stufo dell’uovo? Passa al blogger di Pasqua!

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E’ gratis e non ingrassi: #adotta1blogger!

Dalla campagna di condivisione siamo giunti alla rete; ora l’obiettivo sul quale ci vogliamo misurare è ambizioso: fare sistema.
Tra chi e perché? Tra soggetti e competenze diversi, per veicolare informazione, formazione, cultura.  A tutto tondo.
Il nostro è un laboratorio liquido di conoscenza che sfrutta le potenzialità della rete e che si basa su una modalità operativa semplice: adottare un blogger significa scegliere un contenuto che ci è piaciuto (un articolo, un post,  un racconto, un video ecc.) e condividerlo sui social affinché generi ulteriore conoscenza.
La condivisione è un passaggio logico che consente di trasferire integralmente un contenuto, rendendolo disponibile ad altri, ma permette anche di creare un’interazione tra lettore e  blogger, attraverso i commenti,  evidenziando gli aspetti che ci hanno colpito e quelli su cui siamo magari più critici,  e generando in tal modo anche un valore aggiunto che possa essere di stimolo  per l’approfondimento successivo dell’argomento.
Siamo entrati nella settimana di Pasqua e in primavera, con tutta la relativa simbologia della rinascita. Non può perciò mancare l’uovo, inteso come simbolo di gestazione del cambiamento e miglioramento.  Ma per essere credibili (ahi la coerenza!)  e se vogliamo che l’ambiente che ci circonda cambi, ognuno di noi deve fare il primo passo.
Perciò, che tu sia un blogger, un autore o un lettore poco importa. Vuoi sostenere la causa? Si?
Allora scegli un blogger che ti piace e  regalatelo! Si esatto, fatti un dono, ma anziché l’uovo di cioccolato, regalati il blogger di Pasqua: leggilo periodicamente, commenta ciò che scrive e condividi i suoi articoli . Non farlo una tantum, fai sì che faccia la differenza e che diventi un modo virtuoso di vivere il web; adotta anche più blogger e contenuti diversi, non essere timido, sono belle le famiglie numerose!
#adotta1blogger è un modo di porsi verso le notizie e i fatti, fatemi dire i dati (!), non da spettatore, ma da protagonista, veicolando nella rete valori di cambiamento, di solidarietà, di sostenibilità, partecipazione e cittadinanza attiva.
Nei giorni scorsi ho assistito ad uno spettacolo teatrale sul Rebetiko,   il blues greco nato a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i  primi del Novecento nei bassifondi della società greca. Parla di emarginati, di droga, di prigione, di prostituzione.  Non c’è un modo rebetiko di pensare, c’è un modo  rebetiko di vivere, magistralmente descritto dallo scrittore Elias Petropoulos, ricercatore, “antropologo urbano”, intellettuale anarchico e allergico ad ogni tipo di autorità; fu imprigionato sotto il regime dei colonnelli e più volte censurato, perché   storico dell’ombra, speleologo dei bassifondi, Magellano dei continenti perduti, cantore dei silenziosi, biografo degli anonimi.
“Il rebetiko è un lamento che si canta in coro, ma si balla da soli” (Vinicio Capossela).
Non ha una coreografia, non ha dei passi, ognuno esprime in quel ballo il proprio malessere, e si danza  quasi avvolti su se stessi e con lo sguardo basso, come se non ci fosse speranza di migliorare la propria vita. Per me il rebetiko è come se fosse quella fase della vita in cui tocchi il fondo. Poi o soccombi, o arriva la fase del Sirtaky, in cui ti rialzi e scopri la bellezza ed il valore dei compagni, che le difficoltà della vita ti avranno insegnato a scegliere con cura. E il ritmo accelera, lo sguardo torna a risollevarsi, spunta un sorriso…

Ecco, noi di #adotta1blogger ci collochiamo esattamente nella fase del sirtaky, e ne cogliamo con gioia i primi segnali:

Immagine:  grazie alla blogger Gloria Vanni abbiamo un bel logo che ci rappresenta: non a caso è un cerchio in espansione che richiama la rete, il coivolgimento , la morbidezza, la generosità, un faccino sorridente e felice, quello di chi è stato adottato, appunto. blogger0
Identità: grazie alla blogger Lucia Schirru ci potete trovare su una splendida mappa che georeferenzia i blog, indicandone anche il relativo anno di nascita.
E poi c’è l’affaccendarsi di tutti quanti in un’attività frenetica, tra contenuti e connessioni vecchie e nuove.
Prova a chiedere a un blogger perché scrive e perché mai qualcuno dovrebbe leggerlo… Le risposte saranno le più disparate e a tratti pittoresche: da Fabio Piccigallo: “Io scrivo perché sto continuando a inseguire il Road Runner” con tanto di post che te lo spiega, a Marco Freccero:” Prima la storia, poi il lettore” a Stefania Cunsolo: “Le mie esperienze, recensioni, articoli, ricette e videoricette direttamente #inyourkitchen”, a Valentina Coppola: “Avevo bisogno di un luogo online in cui raccogliere le idee e le notizie riguardanti il mio lavoro. Sin da subito è diventato però qualcosa di molto più personale. Oggi raccoglie anche le mie riflessioni e racconti. Lo definirei uno storytelling-blog, un blog che mi racconta”, a Gloria Vanni: “Credo nella sharing economy, pratico l’economia della fiducia, mi diverto a parlare con gli sconosciuti, condivido ciò che mi piace, sostengo il benessere, la gentilezza e i sorrisi a casaccio. What else? #LessIsSexy!”
Si è vero, a volte la risposta alla domanda sembra un po’ enigmatica, anche se proviamo ad individuare delle parole chiave: Road Runner –Storia-Esperienze-Luogo online-Storytelling-Sharing economy-Fiducia-Sconosciuti-Benessere-Gentilezza…
Quindi non ci resta che una cosa per capire a fondo un blogger: leggerlo, per far emergere la qualità di ciò che fa, comprenderla e diffonderla, contribuendo dal basso ad aumentare la conoscenza, in modo interattivo e con spirito critico; facendo sistema, per rinnovare il sistema.

Paola Chiesa


#adotta1blogger: da una campagna di condivisione alla rete

adotta 1 blogger
Nella rete dei blogger “adottati”

La campagna #adotta1blogger  nasce in sordina la notte del 5 marzo scorso, complice una strepitosa luna piena, mi piace pensare. Ho la fortuna di vivere nei pressi della basilica di Superga, sulla collina di Torino, ripresa in un suggestivo timelapse proprio di quella notte. Ho un debole per questo luogo sacro, da tempo complice dei momenti belli e rifugio per quelli bui, oltretutto una manna per il mio pessimo senso dell’orientamento.
Quella notte avrei dovuto scrivere un post sull’e-commerce, ma  sono scivolata su ben altro… ed ha preso il sopravvento la Rete, non intesa come social media o genericamente il web, ma come quella energia che da anni caratterizza il mio modo di essere e di agire. La rete collega naturalmente le persone quando c’è condivisione di interessi, necessità ed obiettivi. E ciò accade sempre di più nella nostra società, tant’è che siamo di fatto coinvolti nelle dinamiche della smart community, dove interazione sociale e condivisione di informazione e conoscenza producono innovazione. Così anche la cittadinanza attiva, l’attivismo digitale, l’utilizzo degli open data, sono in fondo modalità nuove per consentire la collaborazione di vari soggetti (enti pubblici, aziende, scuole, associazioni) al fine di realizzare buone pratiche, utili per migliorare la qualità della vita del cittadino. Chiamiamola pure innovazione sociale, che va a braccetto con i concetti di inclusione, sharing economy e sostenibilità.
D’altra parte la rete non è una linea retta immaginabile come una sequenza di prima e dopo. E’ invece più simile ad un cerchio, quello che ognuno di noi, più o meno consapevolmente, traccia simbolicamente attorno a sé definendo contemporaneamente il proprio raggio d’azione ed il limite di interazione concesso agli altri.
Se vogliamo far rete, il raggio intorno a noi è destinato ad allargarsi, facendo entrare nella nostra circonferenza altri, con i quali condividere spazi, bisogni, necessità, desideri, obiettivi, azioni. E’ una dimensione orizzontale che si nutre per definizione del tempo presente e che consente la proliferazione di situazioni.
Ma anche le buone pratiche lasciano il tempo che trovano se alla fin fine si riducono ad essere solo degli episodi eccellenti. La scommessa vera per rendere vivace ed utile la rete è quella di fare sistema tra progettualità e soggetti diversi, attraverso la disponibilità di dati che veicolino informazione, formazione, cultura. A tutto tondo. C’è anche un impegno sociale in questo, certo. Ma non serve né  l’ennesima piattaforma tecnologica, né l’ultimo metodo del blasonato guru, né l’aperitivo in terrazza  tra i soliti quattro amici che lanciano un evento in pompa magna.
Ciò che serve è essere in risonanza con quello che ci circonda, e che il nostro bisogno coincida con quello di altri, di tanti altri… Se poi aggiungi un briciolo di creatività, audacia, disponibilità, un paio di social e tanta passione, può succedere non solo che la rete  si crei, ma anche che si autoalimenti:

#adotta1blogger si è trasformata così in una rete in continua crescita (la madre dei blogger è sempre incinta!) che vanta al momento una cinquantina di blogger adottati in tutta Italia, un paio di “adozioni internazionali” ed una comunità molto attiva su facebook.  Perle nascoste portate alla luce che stanno mettendo in rete esperienza, professionalità, creatività, entusiasmo ed emozioni attraverso le pagine digitali dei loro blog. Donano una vitalità contagiosa attraverso le loro opere, che quotidianamente condividiamo; leggerli equivale a un’esperienza di realtà aumentata, è come vivere più esistenze contemporaneamente.
Un blogger lo sa bene che il proprio ritmo è quello del passista, ma quello che forse non si aspetta è che da qualche parte ci sia qualcuno che non solo lo osserva, ammira la sua resistenza e lo attende al traguardo per complimentarsi, ma che addirittura lo adotti, con un gesto di stima e affetto, senza scadenza, per quello che riesce a trasmettere: capacità di costruire valori solidi in un mondo liquido.

Paola Chiesa


Adotta 1 blogger!

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Campagna di condivisione #adotta1blogger

E’ una figura un po’ ottocentesca quella del blogger, immersa nelle letture, nei silenzi, nei sogni, spesso nel disordine delle cose di casa, nelle quali è facile che si perda… Ma è anche piuttosto organizzato, si districa in fondo bene tra strategie, piani editoriali ed analytics, sa ben condire testi con immagini e video, dosare tempi. Seduce anche gli sconosciuti, già. O almeno ci prova…
Il suo pubblico è esigente, sfuggente, spesso infedele, volubile, non sempre puntuale agli appuntamenti. Lui che è un po’ scrittore un po’ grafico un po’ informatico un po’ psicologo un po’ sociologo un po’ creativo, può trovare spunti di ispirazione in tutto e niente, si entusiasma e si abbatte altrettanto facilmente, perché è  un attento osservatore, completamente immerso nel flusso di ciò che gli accade attorno. Lui c’è, punto. E’ una piccola certezza, è un innamorato non sempre corrisposto, sempre disponibile ad instaurare connessioni e conversazioni, spesso critiche, a volte coraggiose. Non a caso il suo habitat naturale è costituito dai social.
Il blogger fa sempre il primo passo, del resto la sua stessa etimologia lo richiede: blogger è l’autore di un blog, a sua volta contrazione di  web-log, cioé diario in rete. Poi quello che succede succede… certo che se non succede nulla va in crisi forte! Perché se scrivi in rete, l‘interazione non è solo gradita, è anche necessaria.
Per che cosa? Ad esempio nel nostro caso serve per creare ponti di comunicazione tra vari soggetti di un territorio, pubblici e privati, su temi spesso sconosciuti ai più, quali open data, digitale, smart communities, commercio elettronico, per contribuire a renderli più comprensibili e, di conseguenza, utili per migliorare e misurare il livello della qualità della vita.

Perciò veniamo alla campagna #adotta1blogger. Avete notato che c’è sempre un giorno per tutto e per tutti? quello della mamma, del papà, dei nonni, della donna, del libro, dell’albero… del gatto!
Lungi da noi l’idea di suggerire la creazione di nuove festività (per carità), vogliamo invece lanciare una simpatica campagna, per cominciare a costruire una rete, che potremmo definire di condivisione della conoscenza. E’ semplicissima e funziona così: condividiamo sui social 1 post di un blogger a scelta, dopo averlo possibilmente letto! Non c’è limite alle adozioni. Basta che ad ogni condivisione usiamo l’hashtag #adotta1blogger. La campagna inizia oggi e beh… il suo destino è nelle mani della rete.
Se ti va, #adotta1blogger! Se non ti va, ogni tanto magari leggilo…

Vuoi sapere come sta procedendo la campagna? Clicca qui!

Paola Chiesa


Poi c’è la Social Innovation…

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La Social Innovation crea valore sociale e nuove collaborazioni

L’innovazione non è un argomento per sole imprese o per centri di ricerca finalizzati a perfezionare, in modo sostenibile o dirompente, un processo, un prodotto, un modello organizzativo o di marketing.
E’ anche un tema che riguarda ormai sempre più da vicino la collettività, assumendo per l’occasione la denominazione di “social innovation“, innovazione sociale.
Essa nella definizione di Geoff Mulgan consiste in nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che vanno incontro ai bisogni sociali e che allo stesso tempo creano nuove relazioni sociali e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono ad un tempo buone per la società ed accrescono le possibilità di azione per la società stessa.
Ciò che è di stimolo per l’innovazione, in qualunque ambito sia declinata, è il cambiamento dei bisogni, per cui si parte dall’esistente, si cerca di capire quali sono le nuove esigenze, si studia il cambiamento, ed infine lo si mette in pratica. Il tutto secondo un processo continuo che non può prescindere dalla misurazione dei risultati.
Tra Pubblica Amministrazione e social innovation non c’è antagonismo, in quanto l’obiettivo è il medesimo, cioé ricercare soluzioni migliori per soddisfare le esigenze dei cittadini. L’aspetto da migliorare è il fatto che sia l’una che l’altra sono vittime di una cultura dell’innovazione   sbilanciata sul digitale, inteso nella sua accezione restrittiva di tecnologia, piattaforme, banalmente l’hardware ed il software, senza afferrarne la forza dirompente in termini di innovazione culturale, che può impattare sulla qualità e quantità della conoscenza.
Viviamo in una realtà fluida, ma utilizziamo ancora schemi piuttosto fissi.
Ha senso partecipare ad una consultazione pubblica sociale per fornire la propria opinione su un argomento, o a un bar camp, o a un hackathon, senza che preventivamente i cittadini e i vari portatori di interesse si siano adeguatamente informati e formati sullo stesso argomento? In modo tale da confrontarsi obiettivamente sugli stessi dati… e generare proposte effettivamente originali, ma soprattutto contestualizzate? Come fanno a formarsi e ancor più ad espandersi le comunità intelligenti, che presuppongono esigenze condivise e pratica di partecipazione attiva? In quanti sono a conoscenza di questi argomenti?
La tematica è decisamente affascinante, ma  entrerà nella vita delle persone nel momento in cui riuscirà a rendersi necessaria grazie alla sua utilità quotidiana.

Penso a quel grazioso porta rossetto che non riesco mai ad usare perché nessun rossetto ci entra dentro, e sta lì come soprammobile. Che faccio, acquisto un rossetto in base alle dimensioni ? Macché, i criteri di scelta saranno piuttosto il colore, la consistenza, la tenuta ecc. Questione di esigenze e di utilità, appunto, non di ostentazione di un contenitore sicuramente bello ma… vuoto.

Paola Chiesa


A cosa servono i social media?

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Dai social media ai social networks

C’è una differenza dottrinale tra i social media e i social networks, secondo cui i primi sono un veicolo, un mezzo per condividere un qualsiasi contenuto, documento, video o immagine con un pubblico di ampie dimensioni; per intenderci la piattaforma tecnologica (facebook, twitter, google+ ecc.); mentre i social networks sono reti sociali, più persone che condividono gli stessi interessi (culturali, religiosi, lavorativi ecc.).

Eppure c’è uno stretto legame tra gli uni e gli altri. Vediamolo in concreto, passando velocemente in rassegna i social media più utilizzati, secondo il nostro tipico  approccio pragmatico.
Facebook: è come sfogliare una rivista nella sala d’aspetto del dentista, guardando le vite degli altri;
Twitter: è il qui ed ora, un lampo, è come il fioretto, dove devi colpire il bersaglio avendo iniziato l’attacco prima dell’avversario;
LinkedIn: è l’architetto che costruisce la propria casa nel tempo, badando ai particolari e documentandone le varie fasi progettuali e realizzative;
Pinterest: è il film che vai a vedere al cinema, perché solo lì trovi rappresentata la vita senza le sue parti noiose;
Instagram: è il perfezionismo, il gusto per i dettagli e la qualità; come quando esci dall’estetista e ti senti la donna più bella del mondo;
Google+: è la sicurezza di soddisfare gli ospiti cucinando il tuo piatto forte.

Si ma se è tutto come nella vita, quella vera, allora a che servono i social media? Tanto vale…

In effetti  dipende da che prospettiva guardiamo i social: per un’azienda l’interesse sarà principalmente quello di promuovere il brand e presentare un’immagine allettante dei propri servizi e prodotti; per una Pubblica Amministrazione, i social media  saranno strumenti di informazione, di ascolto, di dialogo, di agevolazione nell’erogazione dei servizi al cittadino (per approfondimenti sulla PA suggeriamo questo studio sulle social media policy); per un cittadino, l’interesse sarà quello di entrare in contatto con amici, aziende e Pubblica Amministrazione, al fine di interagire e condividere stati d’animo, informazioni, gusti, esperienze, idee.

Ricapitolando, sui social media le aziende  cercano i cittadini e la Pubblica Amministrazione, la Pubblica Amministrazione cerca i cittadini e le aziende, i cittadini cercano le aziende e la Pubblica Amministrazione. Tutti cercano tutti, ma poi off line ognuno si comporta come se non avesse bisogno di nessun altro.
E’ un bluff?
No, è che al momento siamo centrifugati in un think tank di hackathon, open government, smart community, social innovation, mappathon, piattaforme collaborative e digital party,  con tanto di sentiment, per carità. Ma manca la comunità, quella che per esistere, oltre alla disponibilità di informazioni (quindi dati, e magari anche open data), presuppone conoscenza e identificazione dei bisogni, affinché possa nascere anche una condivisione di interessi, quindi una collaborazione finalizzata al raggiungimento di obiettivi. Se ci sono questi ingredienti minimali, allora può nascere la rete sociale, il social network; grazie anche ai social media, che possono sostenere la creazione di intelligenze collettive a vantaggio della comunità territoriale.
Tutto il resto è traffico… utile per qualcuno, purtroppo non per il cittadino.

Paola Chiesa

 


Quello che Google sa di te

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Il completamento automatico di Google


La funzione completamento automatico di Google è attiva dal 2008  e genera delle previsioni di ricerca grazie ad un algoritmo che si basa prevalentemente sulle ricerche effettuate in passato da altri utenti. Una funzione decisamente utile non solo per risparmiare tempo e per le correzioni ortografiche attive, ma anche perché dà un’idea immediata di quello che la maggioranza delle persone ha cercato precedentemente, rispetto a quel dato termine di ricerca.
Le previsioni di completamento possono in effetti anche avere un’influenza negativa sulla brand reputation, quando i suggerimenti automatici sono correlati a termini di ricerca tali da ledere l’immagine e la reputazione di un soggetto, influenzando negativamente colui che effettua la ricerca.
In vari Paesi ci sono stati precedenti  di risarcimento economico per i danni arrecati alla reputazione, oltre, in alcuni casi (per esempio in Germania) all’obbligo di rimuovere la funzione di suggerimento automatico. Per approfondimenti sul tema segnaliamo questo articolo.
Da notare che Google offre la possibilità di compilare un apposito modulo per segnalare contenuti lesivi dell’immagine, dei quali si vuole richiedere la rimozione.

Tornando ad un utilizzo normale dello strumento, che non leda l’immagine di un soggetto ma che anzi sia di supporto nella ricerca di informazioni sul web, se si prova a “giocare” con il completamento automatico di Google, i risultati possono essere davvero interessanti per la situazione che rappresentano, e stimolanti per la ricerca di soluzioni ad eventuali criticità emergenti.
Come nel caso di Life through Google’s eyes, un video nel quale lo youtuber Marius Budin ha ricostruito le ricerche effettuate da persone dai dieci agli ottantacinque anni, accomunati dal fatto di cercare una risposta ai propri problemi. Ci ha talmente appassionato che abbiamo creato un nostro video, rappresentativo della situazione italiana.
Il risultato?
Emerge chiaramente un disagio, si dichiara quello che non si è o che non si riesce ad avere, ma c’è il conforto di scoprire di non essere i soli ad avere quel problema, e ci si riconosce nell’esperienza altrui, simile alla nostra. Emergono alcune tematiche prevalenti: la sessualità, l’amicizia, il rapporto con gli altri, il desiderio di avere un figlio, la mancanza di un lavoro, la solitudine, la vita che finisce.

Che dire, grazie a Google questi dati emergono, viviamo in un mondo di dati. La domanda ora è: qualcuno farà anche qualcosa per risolvere quei problemi?

Paola Chiesa


La consultazione pubblica come strumento di partecipazione

Consultazione AgID sulla valorizzazione del patrimonio informativo pubblico

Una delle ultime consultazioni pubbliche alle quali abbiamo partecipato come Centro Studi Informatica Giuridica Ivrea-Torino è stata quella avviata dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) con oggetto la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico, cioé quali tipologie di dati sarebbe opportuno rendere disponibili secondo i principi dell’Open Data, a partire dalle esigenze di cittadini, professionisti ed imprese.
Al di là della soddisfazione di aver visto il nostro contributo recepito nel report dell’AgID, che sta attualmente studiando le proposte per elaborare il piano per il 2015, l’occasione è utile per riflettere sulla consultazione pubblica; si tratta di uno strumento di partecipazione democratica che consente ai portatori di interesse di esprimere il proprio parere e punto di vista su un argomento; a patto che:
– si sia a conoscenza della consultazione pubblica in corso;
– si sia interessati ad apportare il proprio contributo;
– si abbia dimestichezza con Internet.
Se poi si appartiene a quella categoria di persone note come attivisti digitali, partecipare a una consultazione è solo un passo tra i tanti di un percorso che si snoda in un mare di dati ed informazioni, nel monitoraggio, nell’approfondimento, nel confronto, nell’analisi dei risultati (quando ci sono e nella misura in cui sono reperibili ed accessibili) e nella critica costruttiva, secondo una logica tanto semplice quanto di fatto azzardata:
essere di stimolo ad una Pubblica Amministrazione interessata ad individuare i punti critici del proprio operato sui quali intervenire, al fine di programmare al meglio le attività e gli obiettivi da raggiungere; nonché pretendere la condivisione dei risultati al fine di poterne valutare l’efficacia, quale manifestazione concreta  di una comunità “smart” e consapevole.
E’ facile disorientarsi in un mondo di dati e di informazioni che viaggiano sul web… è un po’ come perdersi tra tante fragranze alla ricerca di quella nota profumata floreale, agrumata o talcata che ti convinca della sua unicità, senza rendersi conto che alla fine sei tu che renderai quel profumo unico, nel momento in cui lo sceglierai.
Allo stesso modo siamo noi che decidiamo le sorti del nostro attivismo civico, nel momento in cui lo esercitiamo. E’ una questione di scelta. Anche online.

Paola Chiesa


Applicare la “disruptive innovation” alla PA

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Perché adottare la disruptive innovation nella Pubblica Amministrazione?

In un precedente post avevamo parlato dell’innovazione ideale come evoluzione dal vecchio al nuovo attraverso quel filo sottile della tradizione, che consente di valorizzare le irrinunciabili conquiste di civiltà e di valutare l’efficacia delle azioni innovative.

Continuando le nostre riflessioni, questo approccio ci conduce verso il concetto della disruptive innovation di Clayton Christensen, ideatore della teoria del job to be done, secondo la quale il focus si sposta dal prodotto al bisogno che il prodotto è chiamato a soddisfare: banalmente, le persone non vogliono un frigorifero, vogliono conservare il cibo per consumarlo in un momento successivo. Secondo questa diversa prospettiva, l’innovazione è allora un processo per definire un concetto di prodotto o servizio che soddisfi dei bisogni importanti e non soddisfatti. Per arrivare a capire quali sono questi bisogni, è indispensabile interagire sapientemente con il mercato, con la gente.

La caratteristica fondamentale della disruptive innovation è che non è legata, come si potrebbe immaginare, a mutamenti tecnologici estremi o particolarmente complessi, quanto alla capacità di cogliere, secondo una metodologia quasi maieutica, quali sono i bisogni latenti nel consumatore, che ci sono sempre stati ma che per vari motivi non sono ancora emersi. Questo si che è dirompente. Una volta individuati, anche l’effetto è dirompente, perché genera il successo dell’iniziativa e ne viralizza gli effetti positivi.

Questo tipo di approccio, che mette il bisogno della persona al centro, mi riporta alla mente alcune significative tesi del Cluetrain Manifesto di Fredrick Levine, Christopher Locke, David Searls e David Weinberger, che già nella sua prima versione del 1999 diceva “parlare con voce umana non è un gioco di società, non si impara certo partecipando a qualche convegno esclusivo; per parlare con voce umana, le aziende devono condividere gli interessi delle loro comunità; ma, prima, devono appartener a una comunità; […] se la loro mentalità d’impresa non arriva a coinvolgere la comunità, allora non hanno mercato” (tesi nn. 33-37). Concetto ribadito nella nuova edizione “The New Clues”, il manifesto per un nuovo umanesimo digitale: “Avevamo ragione la prima volta: i mercati sono conversazioni.; avere una conversazione non significa strattonarci per una manica per parlarci di un prodotto che non ci interessa […]” (tesi 52- 53).

Tradizionalmente i concetti sopra esposti sono riferibili alle aziende e alla loro necessità di aggredire un nuovo mercato, ma ci piace nel nostro piccolo essere “dirompenti” nell’immaginare come si potrebbe contaminare la Pubblica Amministrazione, aiutandola con metodologie nuove a captare le necessità importanti della propria comunità. Ne abbiamo parlato qualche tempo fa in un post, suggerendo quale potrebbe essere l’utilizzo esemplare dei social network da parte della PA; secondo noi la Pubblica Amministrazione dovrebbe agire come un soggetto facilitatore di disruptive innovation, facendo emergere le criticità e i reali bisogni dei cittadini relativamente ai servizi pubblici, ad esempio mettendo a disposizione gli open data e investendo su sentiment analysis, affinché le aziende ed i centri di ricerca possano modellare dei processi che portino a obiettivi condivisi e a risultati misurabili.

Paola Chiesa


Il cittadino digitale

 

Quali sono gli aspetti che caratterizzano un cittadino digitale?

Dovessi mai dire se ed in che misura mi sento una cittadina digitale, dovrei rapidamente immaginarmi nelle seguenti situazioni prima di rispondere:

  • riesco tecnicamente ad accedere a Internet?
  • ho dimestichezza con i vari device quali pc, notebook, smartphone, tablet…
  • so comunicare nei vari social network, osservando le eventuali social media policy?
  • sono in grado di migliorare la mia formazione attraverso corsi online, webinar e videoconferenze?
  • riesco ad acquistare e a vendere prodotti e servizi online attraverso l’e-commerce?
  • so adottare le minime misure necessarie ai fini della sicurezza informatica?
  • riesco a procurarmi agevolmente le informazioni sul web e sono consapevole del fatto che non tutti i contenuti online sono attendibili?
  • partecipo agevolmente a progetti di e-government e cittadinanza attiva? Firmo petizioni e rispondo a sondaggi online?
  • mi comporto in rete secondo un’etica digitale, che si esprime non solo nell’utilizzare un linguaggio ed uno stile adatto ai diversi contesti , ma anche nella consapevolezza delle potenzialità e dei rischi che la comunicazione digitale implica, per sé e per gli altri, in particolare per i minori?
  • sono conscia del fatto che la navigazione su internet e la condivisione di contenuti può comportare delle conseguenze relativamente alla protezione della privacy e del diritto d’autore?

Sicuramente le domande potrebbero continuare, ma a questo punto il dubbio che sorge è un altro: ha senso che sia io a definirmi cittadina digitale o meno? In base a quali parametri? E comunque, che cosa cambierebbe?

Parlami e dimenticherò, insegnami e ricorderò, coinvolgimi e imparerò, diceva qualcuno…

Proprio il coinvolgimento è l’ingrediente essenziale se vogliamo che il digitale abbia ripercussioni utili nella nostra vita, personale lavorativa e di cittadini. A pochi giorni dalla conclusione della consultazione pubblica per la crescita digitale predisposta dalla Presidenza del Consiglio, insieme al Ministero dello Sviluppo Economico, all’Agenzia per l’Italia digitale e all’Agenzia per la Coesione, cui abbiamo partecipato, insieme tra gli altri al Centro Studi Informatica Giuridica di Ivrea-Torino, si spera che si appronti un programma strutturato di alfabetizzazione digitale dei cittadini, degli studenti e delle imprese; il digitale non va considerato un hobby o una passione per gli entusiasti della tecnologia, così come non deve alimentare forme di volontariato, che purtroppo non aiuterebbero a considerare il digitale come strumento strategico sia per la formazione dei cittadini, più o meno giovani, sia per le imprese, sia per la Pubblica Amministrazione. La diffusione della cultura digitale tra i cittadini, così come lo sviluppo di competenze digitali nelle imprese e nella PA, può contribuire a sollecitare una domanda capace di generare un’adeguata offerta innovativa e qualificata. Ma prima ancora crea una società più consapevole, quindi critica.

Il digitale lo usi, la cultura digitale la costruisci, la cittadinanza digitale è una conquista collettiva di civiltà, che presuppone uno Stato che investa sui suoi cittadini, sulle imprese, sulla propria organizzazione.

E la strada, almeno da noi, non è proprio breve…

Paola Chiesa


Il social solstizio invernale

solstizio_inverno
Simbologia del solstizio d’inverno nei social

Il 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno, è il momento in cui abbiamo il massimo periodo di buio e la minima durata di luce; il sole sembra fermarsi (“solis statio“), è come se, appesantito dagli ostacoli, dal fracasso e da una formalità priva di sostanza, precipitasse nell’oscurità.

In questo giorno dell’anno tutto ciò che è “apparenza”, non sostenuta dalla necessaria solidità, rivela la sua effimera natura ed è destinato a spegnersi, precipitando nell’oscurità. Così le fiammelle vacue si consumano una dopo l’altra e tutto si fa buio, solitudine e silenzio. E’ proprio in questa situazione che il bisogno di luce si impone, generando anche il bisogno di socialità, di fratellanza, di parola e di condivisione. La luce del giorno tornerà gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi, fino al solstizio d’estate.

Possiamo trovare una corrispondenza simbolica anche con l’operatività ideale sui social, che ci può aiutare a seguire un percorso, delle fasi logiche, finalizzati ad un miglioramento innanzitutto individuale, quindi dell’ambiente che ci circonda: buio… silenzio… parola… condivisione… socialità. Tra queste fasi non è  contemplata l’immagine, non perchè non sia importante, anzi come si sa sui social ci restano più facilmente impresse nella memoria le immagini rispetto alle parole. Ma perché essa è la conseguenza, il frutto di un lavoro certosino portato avanti nel tempo, con coerenza. Può piacere o meno, non è questo l’aspetto fondamentale, è importante che sia riconoscibile per il suo valore.

Buon solstizio!

Paola Chiesa

 

 


Dai dati alle informazioni nella Pubblica Amministrazione

open data

 

L’importanza dei dati della Pubblica Amministrazione per la conoscenza

Che differenza c’è tra non avere a disposizione nessun dato e averne a disposizione tanti?

A ben vedere nessuna, se consideriamo che il dato di per sé non aggiunge valore a ciò che conosciamo; ciò che veramente ci arricchisce è l’informazione, il risultato dell’elaborazione dei dati, che ci permette di venire a conoscenza di qualcosa.

Quindi i dati da soli non ci salveranno…

E’ interessante però notare l’importanza attribuita ai dati dalle aziende private, che con processi sofisticati e complessi li strutturano, li elaborano e li monitorano con analytics potenti per ricavarne informazioni utili ai fini delle politiche di marketing.

Diversamente la Pubblica Amministrazione è mediamente spettatrice e vittima dell’entropia da lei stessa creata; i dati, quando ci sono, a volte non sono adeguatamente governati, mediamente non sono comunicati, spesso e volentieri non sono spiegati. Così nella percezione comune del cittadino generano qualcosa che, paradossalmente, viene percepito come un appesantimento e una complicazione della macchina amministrativa, aggravati da una terminologia pressoché incomprensibile (open data, open government, open content, open source ecc.) e dall’errore prospettico di considerare l’argomento come appannaggio di informatici ed ingegneri, confondendo lo strumento tecnologico con lo scopo di principio: applicare la trasparenza.

Parlare di dati nella PA implica un chiaro riferimento alla tematica della trasparenza e agli open data.

L’open data si richiama alla più ampia disciplina dell’open government, cioè una dottrina in base alla quale la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, tanto in termini di trasparenza quanto di partecipazione diretta al processo decisionale, anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; e ha alla base un’etica simile ad altri movimenti e comunità di sviluppo “open”, come l’open source, l’open access e l’open content.

Il fatto di trovare sui siti web dei Comuni o sui portali dedicati, innumerevoli record di dataset, di per sé non è sufficiente, perché sono dati aggregati cui manca il tassello finale in grado di dare senso ai dati: l’informazione che portano con sé.

Cosa significano quei dataset? A chi sono destinati? Cosa ci si può fare? Cosa significa riutilizzarli? Chi è a conoscenza dell’esistenza di tali dati? I cittadini cosa sanno degli open data?

Perché tutte queste domande?

Perché il nostro approccio da attivisti digitali ci spinge non solo a voler capire la realtà in cui viviamo, ma anche a voler fare un po’ di chiarezza in un argomento che a torto viene ritenuto riserva di caccia di nerd che parlano inglese e di autoreferenziali innovatori.

A ben vedere, proprio la materia degli open data richiede la collaborazione creativa e trasversale tra soggetti diversi, giuristi ingegneri informatici, uffici amministrativi e della comunicazione, affinché possa generare un valore aggiunto significativo per la comunità di riferimento.

Gli open data non sono il punto di arrivo di un’amministrazione che applica la normativa sulla trasparenza, sono anzi un punto di partenza verso forme di democrazia partecipata, per trovare soluzioni condivise sulle finalità di utilizzo, per consentire la conoscenza delle politiche pubbliche, per stimolare la produzione di nuovi open data, per avviare politiche sinergiche tra PA su tematiche comuni, per incentivare le imprese a creare prodotti utili ed innovativi.

Il requisito primo è che tutti dobbiamo parlare lo stesso linguaggio (magari anche l’italiano), fatto di percorsi ed obiettivi condivisi.

Quando in passato, in campagna di inverno, ci si recava alla sera in visita a casa di qualcuno, era buona usanza portare con sé un tizzone ardente preso dalla propria stufa, che aveva la duplice funzione di illuminare il tragitto a piedi e di contribuire a riscaldare la casa dell’ospite. Un gesto inequivocabile con una triplice valenza di cortesia, utilità e bene comune.

Mutatis mutandis, riportando il discorso a come potrebbe essere la diffusione della cultura degli open data da parte della Pubblica Amministrazione, immaginiamola come una padrona di casa che voglia invitare a cena degli ospiti ma:

1) non glielo faccia sapere

2) non comunichi l’indirizzo di casa

3) non dica che a casa propria fa freddo e che per il bene di tutti è meglio che ognuno porti un tizzone per la stufa

La conseguenza sarà che alcuni non andranno a casa della signora perché nessuno li ha informati, altri non ci arriveranno perché non sanno l’indirizzo, infine i fortunati che ci saranno riusciti non ci torneranno più, quanto meno perché saranno morti di freddo…

E la padrona di casa continuerà a frequentare i soliti quattro amici.

Una PA la cui attività sia realmente animata dalla volontà di diffondere la cultura degli open data dovrebbe seguire un metodo logico in cui sia evidente il percorso e l’obiettivo, grazie a semplici ed indispensabili passi:

  1. pubblicare dataset open data
  2. divulgare con iniziative pubbliche rivolte alla cittadinanza la tematica degli open data
  3. stimolare gli stakeholders del territorio (cittadini, imprese, associazioni, altri enti pubblici) a riutilizzare gli open data
  4. rendere gli open data uno strumento concreto per intervenire sulla realtà, migliorandone le criticità grazie al contributo di diversi soggetti
  5. utilizzare i social media quale strumento di comunicazione snello a supporto dell’attività dell’ente in tema di open data
  6. verificare il miglioramento del servizio pubblico in seguito all’utilizzo/riutilizzo degli open data.

C’è una grossa differenza tra una PA che applica la normativa sulla trasparenza in quanto “deve”, e una che invece abbraccia spontaneamente e proattivamente i valori della trasparenza.

E quando cominceremo a misurare i risultati sulla base del miglioramento della qualità dei servizi erogati, sarà il cittadino, e non le società di rating, che potrà dire se vive in una comunità smart. A quel punto probabilmente gli open data non saranno più né un mistero né fonte di smarrimento per nessuno, e potremo forse anche chiamarli dati aperti.

Paola Chiesa


Public Administration role in social media approach

socialmedia
How Public Administration should approach social media

There is an ancestral need in human being to let a “sign”, a kind of fingerprint which face to talk about ourselves in the future, which does not correspond actually in a similar capacity to interpret and process that sign by the interlocutor.

In prehistoric times were the rock paintings depicting hunting or dance scenes that still we do not know exactly if they had a purely artistic or if they had a symbolic meaning, such as the centrality of the hunt, the relationship between man and animal, the sacredness of the dance, etc.

Nowadays, text, images, tweets, videos we post on social media are the new signs through which we express our tastes and moods, there we georeference and immortalize ourselves in our supposed best shape. Compared to our prehistoric ancestors we have the gift of writing, that allows us to be potentially more effective in our utterances.

However then, as now, the communication process is interrupted and the message does not reach its destination intact; perhaps because the man is biologically social but unfortunately culturally individualist, and his inability to communicate is related to not being able to really listen to what is being said? Moreover that is the reason why we privilege statements against questions, that could challenge our certainties and creep doubts in us …

While it is rather simple explicit ourselves through social (state what I like or do, or what i don’t like, where I am right now, what are my skills, my hobbies and so on) is certainly more nebulous identify to whom is being addressed this information or even what is understood by the hypothetical recipient.

Leaving aside the issues on the target audience you want to reach; rather we want to stimulate a discussion on how to bring out the authentic interaction between stakeholders; a private company, having to promote its brand and sell its products, will certainly look for people that reflects its own image and recognises its specificities, or better it will look to shape a public that could be recognised in its products.

An exemplary presence of the public administration on social should instead be aimed not to search for a consensus, but rather to bring out a problem and identify critical issues through stimulating interaction, passing through phases of listening and observation, to help understand the needs of the citizen and the community in general.

Should we see this with an example, the kind of approach that the public authority should have on the social, we might imagine it like this:

social media approach

social media approach

For sure it is not easy or immediate, but it is essential if it is true that communicate with each other, exchange information is natural; take into account information we are given is culture.

If it is normal that a company leverages on its human nature, it is essential that the Public Authority is leveraging on the culture, in a two-way process that allows to identify the critical points that need work, the programmed tasks, goals to be achieved, the results presentation, the monitoring of the effectiveness of the results. And culture requires information, education and lucid logic of public service to be addressed to the people communities.

Paola Chiesa

chiesapaola@gmail.com

twitter: @chiesa_paola


Approccio di una PA esemplare ai social media

socialmedia

 

Il ruolo della Pubblica Amministrazione nell’approccio ai social media

C’è evidentemente un bisogno ancestrale dell’uomo di lasciare un “segno”, una sorta di impronta che faccia parlare di sè nel futuro, cui non corrisponde in realtà un’analoga capacità di interpretare ed elaborare quel segno da parte dell’interlocutore. Nella preistoria erano i dipinti rupestri che raffiguravano scene di caccia o di danza ma che ancor oggi non sappiamo esattamente se avessero un valore puramente artistico, o se avessero anche un significato simbolico, come la centralità della caccia, il rapporto uomo-animale, la sacralità della danza, ecc.

Oggi sono le frasi, le immagini, i tweet, i video che postiamo sui social media; nuovi segni attraverso cui esprimiamo i nostri gusti e gli stati d’animo, ci georeferenziamo e ci immortaliamo nella nostra presunta forma migliore. Rispetto ai nostri antenati preistorici abbiamo anche lo strumento della scrittura, che ci consente di essere potenzialmente più efficaci nelle nostre esternazioni.

Però, allora come adesso, il processo comunicativo si interrompe e il messaggio non giunge a destinazione integro; forse perché l’uomo è biologicamente sociale ma ahimè culturalmente individuale, e la sua incapacità di comunicare è legata al non saper ascoltare davvero ciò che viene detto? Peraltro motivo per cui privilegiamo le affermazioni alle domande, che potrebbero mettere in discussione le nostre certezze e insinuare in noi il dubbio

Mentre è piuttosto semplice esplicitare se stessi attraverso i social (dichiarare cosa mi piace o non mi piace, dove sono in questo momento, quali sono le mie competenze, i miei hobby ecc.) è sicuramente più nebuloso individuare sia a chi venga indirizzata tale presentazione, sia cosa venga compreso dall’ipotetico destinatario. Esuliamo in questa sede dai discorsi sul target di pubblico che si vuole raggiungere; ci preme piuttosto stimolare una riflessione su come far emergere un’interazione autentica tra gli interlocutori; un’azienda privata, dovendo promuovere il proprio brand e vendere i propri prodotti, andrà a cercare il riflesso di se stessa in un pubblico nel quale si riconosce, o meglio ancora cercherà di plasmare un pubblico che si possa riconoscere nei propri prodotti.

Una presenza esemplare dell’ente pubblico sui social dovrebbe invece avere lo scopo non di ricercare un facile consenso, quanto invece di far emergere un problema ed individuare delle criticità attraverso un’interazione stimolante, che passi attraverso le fasi dell’ascolto e dell’osservazione costanti, che aiutino effettivamente a capire e comprendere le esigenze del cittadino e più in generale della comunità.

Dovessimo visualizzare con un esempio il tipo di approccio che l’ente pubblico dovrebbe avere sui social, potremmo immaginarlo così:

Certo non è semplice né immediato, ma è indispensabile se è vero che, come diceva Goethe, “comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura; tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura”.

Se è normale che un’azienda faccia leva sulla natura umana, è indispensabile che la PA faccia leva sulla cultura, in un processo bidirezionale che permetta di individualre i punti critici su cui intervenire, le attività da programmare, gli obiettivi da raggiungere, la presentazione dei risultati, la verifica dell’efficacia dei risultati. E la cultura richiede informazione, formazione e lucida logica di servizio pubblico verso la propria comunità di riferimento.

Paola Chiesa


Al panda piacciono i contenuti di qualità

panda1

 

I contenuti di qualità migliorano l’indicizzazione

Google sta dando sempre più importanza alla qualità dei contenuti, con la creazione di algoritmi sempre più raffinati e in grado di distinguere un buon contenuto da uno pessimo. In generale è cambiata la filosofia con cui vengono valutati i siti, mettendo al primo posto l’interesse degli utenti.

L’algoritmo Panda, al di là del suo nome simpatico e innocente, analizza i contenuti e penalizza i siti che non rispettano una serie di requisiti.

Ricordatevi che una penalizzazione da parte di Google può spostare il vostro sito dalle prime pagine della Serp alle ultime rendendo davvero difficile recuperare posizioni:

Possiamo dividere i contenuti a rischio penalizzazione in 5 categorie:

Contenuti inconsistenti

Una pagina con poche righe di testo e centinaia di link verso i prodotti, non ha alcuna utilità per il lettore. Inoltre i motori di ricerca hanno bisogno di buoni contenuti per determinare la rilevanza di una pagina rispetto a una ricerca. Senza un buon contenuto il motore non riesce a capire qual è l’argomento di cui si parla nella pagina.

Contenuti irrilevanti

Una pagina potrebbe inizialmente sembrare rilevante al motore di ricerca per una determinata ricerca, ma se l’utente non trova ciò che cerca, esce dalla pagina. Alla lunga, il comportamento dell’utente viene analizzato da Google che finisce col penalizzare i siti che non offrono i contenuti promessi. Anche una pagina molto vecchia potrebbe risultare irrilevante: è importante aggiornare continuamente le pagine di testo altrimenti Google potrebbe crearsi la convinzione che il sito sia stato abbandonato.

Contenuti generati automaticamente

Ripetendo contenuti quasi uguali per ogni pagina del sito, si alleggerisce il lavoro ma non si offre un buon servizio agli utenti. Inoltre anche i motori di ricerca se ne accorgono. Per quanto possa essere difficile, bisogna comunque sforzarsi di rendere unica ogni pagina del proprio sito.

Contenuti aggregati

Aggregare contenuti provenienti da altri siti può aver senso solo se si utilizzano in piccola percentuale. Nel caso, meglio segnalare la fonte e inserire un link all’originale.

Contenuti duplicati

È sempre preferibile non creare testi con il “copia e incolla”. I contenuti creati così vengono riconosciuti da Google come un doppione, e fortemente penalizzati.

 

Panda penalizza, ma può anche premiare!

Se il vostro sito è stato penalizzato o non volete rischiare che accada ecco alcuni suggerimenti che potete mettere in atto:

  • Scrivi per informare e coinvolgere.  Il contenuto si valuta sulla base di ciò che un lettore imparerà da esso; solo una piccola parte del contenuto dovrebbe essere finalizzato alla vendita dei prodotti.
  •  Ricordatevi che scrivete per un pubblico e non per un motore di ricerca. I contenuti vanno strutturati in modo da rendere facile la lettura, con titoli, paragrafi, elenchi e immagini. Un testo strutturato in questo modo è più leggibile e gradevole.
  •  Non lesinare sui dettagli. Sono preferibili articoli che contengano più di 300-500 parole. Meglio pochi articoli che combinano insieme una serie di argomenti, piuttosto che molti articoli brevi.
  •  Inserite parole e frasi chiave o sinonimi relativi al vostro contenuto, rilevabili sia dal pubblico che dai motori di ricerca. In passato, l’uso eccessivo di parole chiave funzionava per ottimizzare i siti, ma colpiva gravemente la leggibilità, cosa che oggi non è più accettabile.
  •  Evitate gli errori di ortografia e grammatica. In fondo per correggere gli articoli basta usare Word o farsi aiutare facendo leggere l’articolo da qualcun altro. Non c’è niente di peggio di un articolo sciatto e pieno di errori.
  •  Non dimenticare di includere link interni e in uscita. I collegamenti interni hanno lo scopo di indirizzare i lettori verso altri articoli o prodotti del vostro sito, mentre i link in uscita servono a completare le informazioni con utili approfondimenti. I link in uscita dovrebbero essere impostati in modo da aprirsi in pagine supplementari, per non far uscire il lettore dal sito in cui si trova: potrebbe non saper ritrovare la strada di ritorno.

Daniela Savino

 Fonti: http://positionly.com/blog/seo/google-panda-update

http://blog.searchmetrics.com/us/2014/09/23/5-ways-to-definitely-get-hit-by-a-panda-algorithm-penalty/


Costruire la smart city con un’equazione

equazione smart city

 

L’equazione smart city

Tutta la vita è risolvere problemi” diceva Karl Popper… ma perché abbiamo la sensazione che, anziché provare a risolverli, ci si diletti a crearne sempre di nuovi?

Parlando ad esempio di smart city, è assodato che una città è smart se lo è la comunità in cui è inserita; di fatto però, nella maggioranza dei casi non è al momento identificabile una vera e propria comunità, quanto piuttosto singole individualità ed esperienze, magari anche di eccellenza, che la rete non riesce a far proprie, perché ancora la cultura della condivisione e quindi della comunità da noi è immatura: la rete è per lo più virtuale , è il mondo dei social, dei portali open data, delle conferenze e degli eventi… e poi? Perché non si riesce a trasformare quell’esperienza in valore aggiunto per il cittadino, lo studente, l’ente pubblico, l’impresa? Si preferisce crogiolarsi nella sregolatezza del genio italico che miracolosamente sarà prima o poi in grado di produrre risultati inaspettati e gratificanti (sempre per pochi), piuttosto che seguire un metodo, una tecnica, una logica matematica, che sia in grado non solo di condurre a risultati prevedibili e programmabili, ma anche e soprattutto di verificare l’efficacia in termini di utilità, per la comunità intera, dei risultati raggiunti; quella logica che, se necessario, consentirà di ritarare i parametri in base ai nuovi obiettivi di riferimento.

Coerentemente con quanto scritto, abbiamo allora voluto drappeggiare di utilità queste righe, provando a studiare l’equazione matematica che potrebbe supportare i progetti legati allo sviluppo della smart city e della comunità di riferimento.

E l’abbiamo immaginata così:

dove T= territorio (smart city), PA= Pubblica Amministrazione, C= cittadini, I= imprese, S= scuole

Il territorio inteso come città a misura d’uomo, smart, è il risultato dell’ impegno sinergico dei suoi enti pubblici, dei cittadini, di imprese e scuole, elevato alla potenza “responsabilità”, intesa come capacità di dare risposte efficaci ed utili, alla collettività .

Per converso quindi, la radice di un territorio basato sulla capacità di dare delle risposte, è data dall’impegno sinergico della PA, dei cittadini, delle imprese e delle scuole.

Emerge come nè l’impegno solitario di ognuno di questi soggetti, né l’impegno congiunto ma non finalizzato a produrre dei risultati verificabili, siano sufficienti per costruire la città o il territorio smart; una lodevole iniziativa di un Comune che non sia frutto di una contaminazione con la cittadinanza lascia il tempo che trova, così come l’imprenditore illuminato che realizza un progetto esemplare ma di fatto isolato o non replicabile.

L’elemento chiave è la responsabilità intesa come capacità di dare risposte a qualcuno, sulla base di dati, di risorse, di processi e di risultati; non dimenticando che quel “qualcuno” è la comunità.

Ecco che allora la comunità diventerà tanto più smart, ovvero intelligente, quanto più sarà alta la consapevolezza di dover pretendere risultati misurabili e verificabili.

Paola Chiesa


Non facciamoci scappare il mercato cinese

22/09/2014 / e-commerce, Web / 0 Comments
mercato cinese

 

 L’opportunità del mercato cinese dell’e-commerce

Negozi di abbigliamento, ristoranti, edicole… i cinesi presidiano molte attività redditizie nella loro invasione silenziosa e operosa del nostro Paese… Possiamo lamentarci e protestare, ma loro sono bravi nella capacità di adattarsi a un nuovo ambiente, con nuove regole e una burocrazia complicata.. E io rispetto la loro perseveranza e il loro coraggio.. Perché per noi invece è così difficile fare altrettanto?

Noi compriamo i prodotti cinesi perché costano poco, mentre in Cina amano l’italian style, dall’abbigliamento al cibo, perché rappresenta uno status symbol, quindi i nostri prodotti sono molto richiesti. Il mercato cinese dell’e-commerce ha un enorme potenziale, costituito da almeno 300 milioni di possibili compratori. E soprattutto è costituito da compratori esperti e abituati ad acquistare online. Qualcosa di impensabile qui da noi!! Ma le nostre aziende sono ancora molto indietro nella scalata del mercato cinese.

Il Consorzio Netcomm sta lavorando da due anni ormai per aiutare le aziende italiane che vogliono partire alla conquista del mercato cinese. Non è un mondo facile, è molto diverso dal nostro, con una burocrazia piuttosto complessa, ma il governo cinese sta spingendo affinché l’online cresca sempre di più ed è pronto ad accogliere chi vuole investire in questo settore.

Il mercato cinese deve essere compreso perché ha delle sue caratteristiche ben precise. Bisogna presentare i prodotti andando incontro ai gusti di un pubblico con una cultura e delle tradizioni lontanissime dalle nostre, creando cataloghi su misura, utilizzando gli strumenti di pagamento locali e organizzando una logistica che deve tenere conto di spazi immensi da coprire (non dimentichiamo che Pechino da sola è grande come il Lazio).

Ma come i cinesi che sono venuti in Italia hanno imparato ad adattarsi ai nostri gusti e abitudini, servendo nei loro ristoranti piatti che in Cina è praticamente impossibile trovare, anche le nostre imprese devono imparare a conoscere questo nuovo mercato, utilizzando consulenti locali e facendosi aiutare a comprendere appieno i bisogni di un pubblico che ricerca il prodotto italiano e che ne capisce il valore.

L’e-commerce in Cina è un’opportunità reale per le aziende italiane. Viste le dimensioni delle grandi città cinesi, la possibilità di riuscire a presidiare la grande richiesta di prodotti a marchio italiano solo con punti fisici è praticamente inesistente. A fianco dei negozi si può proporre la vendita online di prodotti italiani, sia utilizzando i grandi mall cinesi come Tmall e JD che aggregano marchi e prodotti differenti, sia costruendo il proprio sito di e-commerce monomarca.

È sicuramente un investimento importante, e la partenza per questa avventura comporta un grande impegno di mezzi e risorse, ma la crisi si combatte anche così.. con coraggio.. lo stesso coraggio che hanno dimostrato i cinesi venendo qui da noi, a soddisfare un bisogno che mancava.

Daniela Savino

Fonti:

Italia Oggi

Consorzio Netcomm


Il digitale è un’azione da far accadere

digitale

 

Immaginiamo il digitale come un verbo

Il linguaggio può influenzare il pensiero? Facciamo una prova e supponiamo che voglia invitarvi a casa mia; potrei esprimermi in almeno due modi:

“Domenica co-eating in salsa social; location country particolarmente adatta al think tank; non portate nulla, piuttosto facciamo smart cooking insieme; sicuramente sarà più carino partecipare in modalità eat and tweet, basta che #usehashtagwithouterrorsonyoursmartphone. In caso di sole, surprise beach party. Car sharing benvenuto, cohousing disponibile, dress code via @”

Oppure: “Se vogliamo trovarci domenica in collina da me per mangiare pane e salame, gentilmente vi aggregate e date anche un passaggio a chi è senz’auto ? Così facciamo due chiacchiere in allegria, parliamo di futuro e facciamo una telefonata anche a chi non avrà potuto raggiungerci! Se il tempo sarà clemente faremo pure i gavettoni! Se qualcuno alzerà il gomito, nessun problema… potrà fermarsi a dormire. Vestitevi come volete.”

Sul linguaggio scriviamo spesso (cfr. Il linguaggio dell’innovazioneQuando l’informazione è anche un valore), perché per noi è quel presupposto irrinunciabile che ci consente di creare relazionicondivisione di valori e comunità.

In tema di innovazione, Pubblica Amministrazione e Agenda Digitale, un illuminante articolo di Nello Iacono descrive come la carenza di sensibilità e consapevolezza sull’utilizzo del digitale in Italia, abbia creato le condizioni per relegarlo in un ambiente di nicchia, sempre più distante dalla realtà.

In effetti è come se il mondo in cui viviamo fosse costituito da due parti, una reale per la maggior parte delle persone, e una digitale per pochi eletti. Si perde così di vista l’obiettivo vero, che è quello di lavorare per costruire il nostro futuro, anche attraverso lo strumento del digitale.

Questa confusione tra strumenti e obiettivi ha una sua ragion d’essere, legata secondo noi anche all’utilizzo della lingua ed alla sua capacità di incidere sul pensiero. Quando in analisi logica studiamo le strutture del linguaggio con la ripartizione in sostantivi, aggettivi e verbi, impariamo a conformare il nostro pensiero in termini di oggetti, proprietà, azioni, ovvero personaggi, sentimenti ed eventi, peraltro descritti rispettivamente dai tre generi di letteratura classica quali epica, lirica e dramma (imperdibili e molto istruttivi al riguardo gli scritti sulla logica di Piergiorgio Odifreddi).

Nelle lingue moderne vi sono molti più sostantivi che verbi: per questo noi tendiamo a pensare al mondo come oggetti piuttosto che come eventi. Nella lingua greca, ad esempio, la prevalenza di verbi rispetto ai sostantivi rispecchia un diverso modo di pensare, una visione del mondo concentrata sulle azioni. Differenze tra lingue, differenze che incidono sul pensiero… Queste differenze linguistiche sono alla base della diatriba presente tra la scuola filosofica analitica, che parla l’inglese, lingua moderna rivolta agli oggetti, e la scuola filosofica continentale, che parla il tedesco, lingua dal pensiero simile al greco.

Tornando perciò al digitale, sembra difficile farlo uscire da quella nicchia avulsa dal mondo e piuttosto autoreferenziale, se non smettiamo di immaginarlo come un sostantivo, o ancor peggio, come aggettivo. Proviamo invece a immaginarlo come un verbo, un’azione da far accadere e da far evolvere nel tempo, per modificare la realtà, migliorandola.

Sarà forse un’occasione per cominciare a ragionare in termini di obiettivi, valori, risorse, competenze, processi, risultati, condivisione, comunità.

Paola Chiesa


Da una pietra a un modello di smart community

walt disney,smart community

 

Un prototipo di smart community

“Di fronte a scenari inediti occorre rispondere in modo inedito”; sorrido pensando allo slogan di un evento che si tenne a Torino a fine 2010, due giorni di lavori che per noi sono stati il seme che abbiamo successivamente cercato di far germogliare…

Tutto è nato da una pietra, una delle dieci messe all’asta durante il seminario, che personalmente abbiamo raccolto proprio perché pronti ad un’azione concreta rispetto all’assunzione di responsabilità. Quella pietra si chiamava non a caso Immaginario

Il portale responsabilities.it (response + abilities) è il frutto di quel seme raccolto: l’ideazione di uno strumento capace di essere propagatore dell’humus dal quale è partito e che si sviluppa e si rivolge a due ambiti: la persona e l’impresa, saldamente radicate nel territorio, nel quale vivono ed operano, con il quale possono interagire e verificare in modo diretto i risultati dei propri interventi.

Il portale è l’espressione concreta di un modello di smart community, nella quale i diversi attori del territorio, cioè il cittadino, l’impresa, l’ente pubblico, la scuola, le associazioni, collaborano per costruire insieme un modello di realtà ed un modo di partecipare alla cosa pubblica, basati sul territorio di riferimento.

Nella sezione e-commerce sono ospitate gratuitamente le aziende per la vendita di prodotti e servizi on line; nella sezione relativa ai medici si può richiedere la prenotazione online delle visite mediche.

Quando si acquista un prodotto o un servizio, una percentuale viene devoluta dal venditore ai progetti sostenuti in quel periodo, di natura culturale, ambientale, sociale.

Il portale è stato realizzato come un prototipo che si pone come uno strumento concreto e attivo per contribuire, in ottica di responsabilità sociale e di cittadinanza attiva, a trovare soluzioni originali ed inedite nel complesso e faticoso scenario economico e sociale in cui viviamo.

Il modello è nato a Torino nel 2012, ma per sua natura punta alla replicabilità e scalabilità in altre città, con l’obiettivo di valorizzare i diversi territori, ognuno con le proprie peculiarità.

E’ doveroso, sempre in ottica di condivisione, evidenziare la criticità di questo progetto, che è quella di essere germogliato in autonomia e libertà, come quei fiori che nascono miracolosamente tra le rocce: è un progetto di natura politica ma non ha nessun padrino; è un progetto imprenditoriale di ampio respiro, ma non rientra in nessun circuito di start up innovative; è un prototipo funzionante, in un Paese in cui spesso contano di più i business plan patinati; è stato ideato ed implementato da una donna, ma nel contesto del sostegno all’imprenditoria femminile ciò non ha rappresentato alcun vantaggio; si rivolge al target delle piccole imprese, ma in Italia non c’è né la consapevolezza né una strategia sul ruolo delle piccole aziende nell’economia e nella società.

Evidentemente ci sfugge qualcosa…

Paola Chiesa


Come cambiano le spedizioni con i Locker

11/09/2014 / e-commerce, Web / 0 Comments
locker

 

Ritira il tuo pacco quando e come vuoi con il Locker

Quante volte, comprando su Internet ci siamo posti il problema del ritiro della merce acquistata.

Si lavora fino a tardi, la vicina di casa è sorda, la posta è scomoda e fa orari impossibili, il servizio di consegna magari ti dice il giorno, ma non l’ora del passaggio… insomma, quando compri online spesso non sai se riuscirai a ricevere il tuo acquisto.

All’ultimo e-commerce forum organizzato dal Consorzio Netcomm il 20 maggio 2014, è stato presentato un nuovo sistema per il ritiro degli acquisti online. Si chiama Locker, ed è un’idea semplice ma brillante, che nasce da un accordo fra TNT Express Italy e InPost.

In pratica si tratta di un distributore automatico funzionante 7 giorni su 7 e 24 ore su 24. Il Locker è suddiviso in diverse cassette protette da un codice. Il prodotto acquistato viene riposto in una di queste cassette e si può ritirare digitando il proprio codice personale ricevuto tramite SMS o e-mail.

I Locker non sono ancora molti ma si stanno diffondendo rapidamente. Verranno installati inizialmente in diverse città dell’Italia Settentrionale e Centrale, e in seguito si allargheranno anche al resto dell’Italia. Si prevede che per la fine del 2015 arrivino a ca 1000. I Locker saranno in posizioni strategiche, raggiungibili facilmente sia tornando a casa sia andando al lavoro. Ad esempio, se fai il pendolare, potrai ritirare il tuo acquisto lungo il tragitto per l’ufficio…

Inoltre, se non vuoi pagare online potrai pagare al ritiro con contrassegno utilizzando il bancomat o la carta di credito, e se non sei soddisfatto del tuo acquisto potrai restituirlo sempre utilizzando il Locker. Basterà etichettare il pacco con il codice a barre della spedizione, mostrare l’etichetta allo scanner del Locker e riporre il pacco nella cassettina.

I primi siti italiani a far uso del servizio saranno E-price e Saldi Privati che li aggiungeranno all’attuale servizio di ritiro Pick and Pay (ordini sul sito e ritiri in punti fisici con personale, presso cui puoi anche pagare in contanti).

Il Locker facilita gli acquisti online, sia per il consumatore che per il venditore. L’uso dei Locker riduce i  costi di gestione e le giacenze, in quanto i pacchi vengono ritirati sempre al primo tentativo (il 90% degli ordini viene ritirato addirittura nelle prime 24 ore, pur avendo a disposizione tre giorni di tempo per farlo). Il cliente soddisfatto ritorna e acquista con minor timore delle conseguenze, felice di poter ritirare il pacco anche fuori dall’orario di ufficio o nel week end. Insomma, un ottimo sistema per diffondere ulteriormente l’e-commerce, anche tra i più scettici!

Daniela Savino


Contenuti di qualità per il web

contenuti per il web

 

Quando la vacanza ispira i contenuti

Non ci siamo volutamente salutati prima delle vacanze, anzi ricordo di aver detto che per me la vacanza non è uno (s)tacco 12, ma un sandalo infradito.

Infatti non sono mancate strade calcate, tratte in aereo e traversate in nave su un Egeo furioso, per raggiungere qualcosa di insolito, di inconsueto. Per poi pormi, come ogni anno, la solita domanda: perché l’inconsueto lo cerchiamo solo in vacanza e non in quel novantacinque per cento del tempo che viviamo invece psicologicamente come una noiosa routine?

In vacanza diventiamo tutti sportivi e avventurosi, socievoli e gentili. Poi torniamo al nostro tran tran quotidiano e diventiamo ombrosi, litighiamo col vicino e usiamo l’ascensore anche se abitiamo al primo piano.

E’ come se la vacanza fosse vissuta un po’ come una sbornia…

Traslando il discorso sui contenuti, possiamo immaginare la meta della vacanza come obiettivo di utilità dell’argomento trattato; le escursioni, le visite culturali e i monumenti storici come la scelta di una specifica tecnica e metodo; i colori della natura come definizione di uno specifico target.

Ripensando così alla mia vacanza in Grecia, la contemplazione silenziosa del Partenone mi ha aiutato a comprendere che l’utilità dei valori che si trasmettono in un contenuto è comunque sempre legata alla tecnica: ad esempio così come le colonne per apparire perfettamente dritte sono in realtà state costruite con una leggera inclinazione verso l’interno, che l’occhio umano non avverte, così per trattare un argomento che abbia l’obiettivo di essere utile occorre utilizzare tecniche anche complesse, ma conosciute talmente in profondità dal web editor, da lasciare al lettore una sensazione di testo piacevole e scorrevole, senza alcuna traccia di complessità.

I colori delle Cicladi e del loro mare, la luce abbagliante e insostenibile, la bellezza del paesaggio, rendono chiaramente l’idea di cosa significhi far parte di una community che è in grado di viralizzare i propri contenuti.

Solidità, chiarezza, semplicità, rigore, conoscenza, affidabilità, coerenza, bellezza: se la forma riesce a plasmare la sostanza, allora anche il contenuto può creare un valore.

Son tornata a casa con un sogno: quello di riuscire a comunicare tutto ciò

Paola Chiesa