bla bla bloggers 14 aprile 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste, e come niente… sparisce. Vedi che alla fine essere concentrato sul non distrarmi mi distrae da altre cose: per esempio capire la differenza tra Libreria Foto di iCloud e Streaming foto, o tra zenzero e peperoncino, o tra la competitività delle donne di ieri, che volevano bucare uno schermo, e quelle di oggi che vogliono bucare un monitor. Certo non è ciò che succede in #adotta1blogger, dove semmai le donne sanno (anche) tessere reti! Sono belle le amicizie tra donne dopo i quarant’anni, quando sai cosa vuoi dalla vita e tagli tutto il superfluo che ti distrae dalle cose veramente importanti.
No scusa… ho detto dopo i quaranta non dopo i quattrocentocinquanta, quella è un’altra storia, e parla di chilometri!
Ancora tua mamma dopo anni non ha ancora capito che tipo di lavori svolgi, e gli amici pensano che tu non faccia niente tutto il giorno? Facile: sei un Social Media Coso, mi hai pure spiegato come settare la menzione automatica di Twitter su Shareaholic per incentivare la condivisione dei post sui social!
Almeno l’hai visto BirdMan? Film giocoso ma profondo, fortemente presuntuoso ma per nulla ridondante. Dai andiamo, nessun luogo è lontano e soprattutto… il post perfetto non esiste, per cui allo storytelling e all’influencer marketing ci pensiamo domani!

Ovvero:

Web writing: la tecnica “Keyser Söze” di Francesco Ambrosino

Essere concentrato sul non distrarmi mi distrae da altre cose di Gintoki Sakata

Quali sono le differenze tra la Libreria Foto di iCloud e Streaming foto? dal blog PensareMAC

CIBIAMO: BenEssere Arte Cultura e Svago alla scoperta del nostro territorio di Stefania Cunsolo

#adotta1blogger di Daniela Mosca

40 spesi bene di Veronica Viganò

Quattrocentocinquanta chilometri dopo di Francesca Monzani

Non lo dire al Social Media Coso di Elisa Spinosa

Blogger Tips 1# – Settare la menzione automatica di Twitter su Shareaholic  di Valentina Coppola

BIRDMAN – La MANfCensione di MANf

Nessun luogo è lontano: il volo come metafora dell’affetto di Bruna Athena

[Mondo Blog]: Crea il post perfetto (o quasi) di Andrea Toxiri

#AugureInfluencers di Matteo Pogliani

Vuoi vendere sui social network? Impara la narrazione. Lo storytelling è il must del 2015! di Lucia Cenetiempo

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Francesco Ambrosino, Stefania Cunsolo, Elena De Francisci, Daniela Mosca, Nick Murdaca, Andrea Toxiri, Gloria Vanni.

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa

 

 


bla bla bloggers 13 aprile 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Le imprese, piccole e grandi, hanno scoperto il “fattore umano” e capito l’utilità di presentarsi fornite di un’etica e di una responsabilità sociale, privilegiando il dialogo, la motivazione ed il coinvolgimento. Comunicare vuol dire condividere. Ne sanno qualcosa i bambini affetti dalla Sindrome di Williams, abili oratori e dotati d’un incredibile eloquio, elegante e ricco di contenuti; anche se sono incapaci di svolgere compiti elementari, come allacciarsi le scarpe o attraversare la strada.
Il corpo ha memoria e non dimentica, è custode di mondi che poi lascia andare, conservando tracce dei passaggi e dei tocchi; come l’anca di una mamma sulla quale si incastra magicamente il corpo piccolo e sodo di un bimbo di pochi mesi.
Non so se avevi visto all’epoca questi film: Once (2006), A Single Man (2009), Il discorso del Re (2010), Tra le nuvole (2009); nel caso ti interessasse una recensione…
Trasferire l’arte dal mondo reale di un quadro al mondo virtuale e  multimediale è “Art in second life“, che meraviglia… Già, la Meraviglia è uno strumento da affinare per riuscire a riconoscere il Bello, e va conservata, va allenata perché quando troveremo qualcosa che ha realmente valore potremo proteggerlo. E potremo così conservare anche un adeguato ricordo del caro estinto.

Ovvero:

Il mestiere è vivere. Biopolitica del lavoro di Francesco Paolella

Hanno un grave ritardo mentale, ma sono abili oratori di Francesco Mercadante

Corpi abitati di Monica Simionato

Dear Old Mr. Ciak #1: Once, A Single Man, Il discorso del Re, Tra le nuvole di Mr Ink

Lobby Cam – opening March 29th, 2015 di Bryn Oh

Perché è importante la Meraviglia? di Sabrina Ferrero

The Loved One di Silvia Serena

Le adozioni e segnalazioni sono state effettuate da: Irene Auletta, Sylvia Baldessari, Lisa Costa, Monica D’Alessandro Pozzi,  Rossana de Michele, Ilde Garritano.

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa

 


bla bla bloggers 11 aprile 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Una buona percentuale della capacità di essere rilevanti ed efficaci nei contenuti ce la danno gli altri, attraverso i rapporti che si creano e la fiducia che si riesce a  raccogliere; la condivisione richiede un impegno di altruismo che deve partire prima di tutto da noi, e questo nel mondo digitale è addirittura più evidente.
Avere una presenza sui social network ma essere di fatto inattivi è come organizzare una festa, invitare tante persone per poi… non presentarsi. Ecco che allora serve il Social Customer Service! Ovvio che una comunicazione ingessata non va bene sul web, perchè devi eccitare e non devi annoiare, insomma ti devi slacciare il nodo della cravatta. Non c’è invece un particolare dress code per consultare  i report di Google Analytics per l’ottimizzazione dei motori di ricerca, ottima base per capire in che modo il tuo sito web viene visto da Google e dagli utenti.
I blogger sono come i generi cinematografici: c’è la commedia, il film d’azione, quello drammatico, quello storico, quello d’avanguardia e via di seguito; ed infine c’è il cinepanettone. Ma a noi piace la gente che vibra, fedele e caparbia, che non si scoraggia quando si tratta di perseguire traguardi e idee, che lavora per dei risultati.
Non importa se per farlo bisogna stravolgere un equilibrio formale, come il pittore Andrea Schiavone che ha sperimentato nuovi linguaggi attraverso le dissonanze di colori, proporzioni e prospettive, o come Kandinsky che ha lasciato che i colori prendessero il posto di persone o paesaggi; per lui ogni forma geometrica poteva essere collegata ad una melodia e ad un colore…
Chissà i non ti scordar di me, quei piccoli fiori che in Aprile invadono pervicacemente il mondo colorando prati, a cosa li avrebbe collegati? Per qualcuno consentono ogni anno al figlio dei propri sogni di venire al mondo. E chissà se questi fiori nascono anche in quella bomboniera di cittadina che è Tübingen nel Baden- Württenberg…

Ovvero:

La condizione indispensabile per ottenere attenzione di Riccardo Scandellari

Un giorno a Tübingen: viali alberati e wilde Kartoffeln lungo il fiume Neckar di Bruna Athena

Quattro chiacchiere sul Social Care con Paolo Fabrizio di Francesco Ambrosino

Allenta il nodo della cravatta per comunicare meglio di Andrea Toxiri

Mi piace la gente di Dino Amenduni

Come leggere la scheda Ottimizzazione per i motori di ricerca di Google Analytics di Fabio Piccigallo

Non ti scordar di me di Gaia Ottogalli

La teoria del cinepanettone di Laura Lonighi

Andrea Schiavone, il dalmata dall’intuizione geniale di Alessandra Artale

Kandinsky tra musica e colore di Monica Falletta

Buona lettura e buon week end!

a cura di Paola Chiesa

 

 

 


bla bla bloggers 10 aprile 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Guarda i bambini, nascono felici e rimangono tali per molto tempo, finché un adulto non si intromette e interrompe la festa. Come fai a trasformare l’infelicità IN-felicità? Ma dai, diventare grandi è la cosa più bella del mondo, bisogna rischiare di smarrire la seconda stella a destra, per capire che diventare adulti è la vera isola che non c’è! Su ti porto In Israele, nel deserto del Negev, tra canyon e oasi da esplorare, colori e cartelli curiosi che ti avvertono dei cammelli che attraversano la strada o dei carri armati in movimento; e poi a Yarmouk, in Siria, dove c’è Aeham, il leggendario pianista che nonostante la guerra continua a combattere per portare il sorriso laddove la speranza ha lasciato il posto al terrorismo.
Hai mai pensato che il baratto, la condivisione, il provare prima di comprare, il divertirsi e conoscere… significa anche noleggiare amore? Come quando racconti il lato umano di un evento, fatto anche di  capitomboli tra le file di poltrone per incontrare le persone, per la voglia di imparare, condividere, conoscere. Roba da orgoglio macedone, quando senti che il più grande imperatore al mondo fa parte anche di te, e te lo senti dentro. Cosa vuoi che sia se qualche “artista” usa LinkedIn come estensione digitale del postribolo che frequenta durante i week end? Sapremo come bloccarlo, segnalarlo o rimuoverlo dai contatti, perché in fin dei conti, il titolo del suo film non c’azzecca proprio col nostro contenuto…

Ovvero:

Trasforma l’infelicità IN-felicità (metodo non convenzionale!) di Essere Felici Blog

Israele on the road: da Eilat a Tel Aviv, attraverso il deserto del Negev di Alessandra Favaro

Amore? Forse lo noleggio con LocLoc di Gloria Vanni

Dov’è Alessandro Magno? di Alessandra Artale

WUD15: conversazione, condivisione, conoscenza di Cora Francesca Sollo

Seconda stella a destra di Igor Salomone

Come bloccare, segnalare o rimuovere un contatto in LinkedIn di Mirko Saini

Il leggendario pianista di Yarmouk di Il Sorriso Quotidiano

Quarto potere: quando il titolo non ci azzecca di Bruna Athena

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa


bla bla bloggers 9 aprile 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Il punto sul progetto #adotta1blogger non può prescindere dal fatto che ha compiuto  1 mese, così si va sul blog Scaffalebasso a scegliere un regalo adeguato, una lettura per bimbi certo, piccoli ma precoci!
Festeggiamo con la crema piccante al cioccolato o con il cannolo siciliano? Sempre scelte difficili noi eh… però almeno potremo fare tutti i selfie che vorremo grazie ai tool per l’editing delle foto. E anche incorporare video da Facebook sul nostro sito. Come dici? Devo trovare l’errore nella frase “guadagnare con un blog”?  In effetti non è una questione di errori grammaticali, semplicemente è meglio diffidare da chi promette una strada in discesa e facili profitti. Un po’ di sano Drama in education non guasterebbe, ci aiuterebbe ad acquisire consapevolezza, forse a saper parlare chiaro e chissà, magari anche a saper ascoltare.

Ovvero:

Errori e parole di Francesco Mercadante

Come incorporare un video da Facebook sul tuo sito web di Fabio Piccigallo

Essential Tools: risorse per l’editing delle foto di Francesco Ambrosino

Il vero significato di “guadagnare con un blog” di Alessandro Pozzetti

La tua isola di Marco Faccin

Drama in Education: intervista a Elisabetta Ticcò di Sylvia Baldessari

Tempo al tempo e #adotta1blogger di Gloria Vanni

#adottablogger…  un mese fa di Monica D’Alessandro Pozzi

Crema piccante al cioccolato di Stefania Cunsolo

l’ABC dei Viaggi #1: dall’ansia di partire al cannolo siciliano di Bruna Athena

Scaffale Basso di Maria Polita

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa


bla bla bloggers 8 aprile 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Per un’inserzione video il primo impatto è quello che conta, perché deve essere capace di trasmettere un concetto trasparente e stuzzicante, magari come “Il bacio più breve della storia”? Chissà… Sicuramente originali, più che stuzzicanti, sono alcune trovate di marketing e idee pazze per il pesce d’aprile. Qualcuno prova a raccontarci come si crea un blog “abbastanza affermato”, ma prima di mettersi a scrivere è bene assicurarsi che i 10 ladri d’energia non siano in azione. Ci possono essere utili anche le strigàrie e tradizioni arcaiche venete di primavera, per esempio quella antichissima del legare, che riprende il principio secondo cui il simile attrae il simile.
La difficoltà è come concretizzare i pensieri in azioni? Per esempio credendo nel potenziale di un individuo esattamente come l’artista crede nel potenziale di un coccio, o preparandosi a una partenza sapendo che le abitudini e le convinzioni quotidiane stanno per cambiare, e noi con loro.

Ovvero:

Come rendere popolare un’inserzione video Facebook di Alessandro Pozzetti

Tre parole su…#20: Il bacio più breve della storia di Bruna Athena

Top 7 scherzi per il Pesce d’Aprile di Tasc

Come creare un blog abbastanza affermato di Francesco Ambrosino

Hai le batterie scariche? Colpa dei “Dieci ladri di energia” di Nick Murdaca

Aprile…Strigàrie e tradizioni arcaiche di Primavera di Elena Rosinette

Il vortice che ti separa dai tuoi obiettivi di Paolo Fabrizio

Verso la mia nuova vita di Paola Fantini

Quegli strani giorni prima di una partenza di Marianna Norillo

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa


bla bla bloggers 7 aprile 2015

Rassegna stampa della community #adotta1blogger

Non hai mai capito niente, forse la gioia che ci hanno tolto ha a che fare con la libertà ed il coraggio di essere autentici? Magari prova ad ascoltare il web… media on line, social (occhio ai DM di Twitter!), blog, forum… potresti anche scoprire di essere un po’ dislessico.
E allora impara a disegnare manga, oppure lanciati a preparare una pastiera eccezionale!

Ovvero:

Buona lettura!

a cura di Paola Chiesa


bla bla bloggers 4 aprile 2015

Rassegna stampa pasquale di #adotta1blogger

Cosa ci consigliano i nostri blogger per il week end pasquale? Per esempio ascoltare buona musica, andare al cinema, fare una gita a Sorrento… ma non solo.

  • Scrivo perché non so cantare. Una playlist lunga trent’anni di Francesco Ambrosino, ospitato per l’occasione sul blog di Rosanna Perrone. Canzoni capaci di raccontare una storia, che lasciano un segno, che donano energia positiva, che ci rendono leggeri, che ci accompagnano nella quotidianità della crescita di un figlio, che emozionano gli amanti della scrittura ogni volta che una pagina bianca diventa un testo…

Per ricordarci cos’è #adotta1blogger, ecco un workshop di co-blogging in salsa pasquale:

Buona lettura a tutti e ovviamente, Buona Pasqua!

a cura di Paola Chiesa



Stufo dell’uovo? Passa al blogger di Pasqua!

logo
E’ gratis e non ingrassi: #adotta1blogger!

Dalla campagna di condivisione siamo giunti alla rete; ora l’obiettivo sul quale ci vogliamo misurare è ambizioso: fare sistema.
Tra chi e perché? Tra soggetti e competenze diversi, per veicolare informazione, formazione, cultura.  A tutto tondo.
Il nostro è un laboratorio liquido di conoscenza che sfrutta le potenzialità della rete e che si basa su una modalità operativa semplice: adottare un blogger significa scegliere un contenuto che ci è piaciuto (un articolo, un post,  un racconto, un video ecc.) e condividerlo sui social affinché generi ulteriore conoscenza.
La condivisione è un passaggio logico che consente di trasferire integralmente un contenuto, rendendolo disponibile ad altri, ma permette anche di creare un’interazione tra lettore e  blogger, attraverso i commenti,  evidenziando gli aspetti che ci hanno colpito e quelli su cui siamo magari più critici,  e generando in tal modo anche un valore aggiunto che possa essere di stimolo  per l’approfondimento successivo dell’argomento.
Siamo entrati nella settimana di Pasqua e in primavera, con tutta la relativa simbologia della rinascita. Non può perciò mancare l’uovo, inteso come simbolo di gestazione del cambiamento e miglioramento.  Ma per essere credibili (ahi la coerenza!)  e se vogliamo che l’ambiente che ci circonda cambi, ognuno di noi deve fare il primo passo.
Perciò, che tu sia un blogger, un autore o un lettore poco importa. Vuoi sostenere la causa? Si?
Allora scegli un blogger che ti piace e  regalatelo! Si esatto, fatti un dono, ma anziché l’uovo di cioccolato, regalati il blogger di Pasqua: leggilo periodicamente, commenta ciò che scrive e condividi i suoi articoli . Non farlo una tantum, fai sì che faccia la differenza e che diventi un modo virtuoso di vivere il web; adotta anche più blogger e contenuti diversi, non essere timido, sono belle le famiglie numerose!
#adotta1blogger è un modo di porsi verso le notizie e i fatti, fatemi dire i dati (!), non da spettatore, ma da protagonista, veicolando nella rete valori di cambiamento, di solidarietà, di sostenibilità, partecipazione e cittadinanza attiva.
Nei giorni scorsi ho assistito ad uno spettacolo teatrale sul Rebetiko,   il blues greco nato a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i  primi del Novecento nei bassifondi della società greca. Parla di emarginati, di droga, di prigione, di prostituzione.  Non c’è un modo rebetiko di pensare, c’è un modo  rebetiko di vivere, magistralmente descritto dallo scrittore Elias Petropoulos, ricercatore, “antropologo urbano”, intellettuale anarchico e allergico ad ogni tipo di autorità; fu imprigionato sotto il regime dei colonnelli e più volte censurato, perché   storico dell’ombra, speleologo dei bassifondi, Magellano dei continenti perduti, cantore dei silenziosi, biografo degli anonimi.
“Il rebetiko è un lamento che si canta in coro, ma si balla da soli” (Vinicio Capossela).
Non ha una coreografia, non ha dei passi, ognuno esprime in quel ballo il proprio malessere, e si danza  quasi avvolti su se stessi e con lo sguardo basso, come se non ci fosse speranza di migliorare la propria vita. Per me il rebetiko è come se fosse quella fase della vita in cui tocchi il fondo. Poi o soccombi, o arriva la fase del Sirtaky, in cui ti rialzi e scopri la bellezza ed il valore dei compagni, che le difficoltà della vita ti avranno insegnato a scegliere con cura. E il ritmo accelera, lo sguardo torna a risollevarsi, spunta un sorriso…

Ecco, noi di #adotta1blogger ci collochiamo esattamente nella fase del sirtaky, e ne cogliamo con gioia i primi segnali:

Immagine:  grazie alla blogger Gloria Vanni abbiamo un bel logo che ci rappresenta: non a caso è un cerchio in espansione che richiama la rete, il coivolgimento , la morbidezza, la generosità, un faccino sorridente e felice, quello di chi è stato adottato, appunto. blogger0
Identità: grazie alla blogger Lucia Schirru ci potete trovare su una splendida mappa che georeferenzia i blog, indicandone anche il relativo anno di nascita.
E poi c’è l’affaccendarsi di tutti quanti in un’attività frenetica, tra contenuti e connessioni vecchie e nuove.
Prova a chiedere a un blogger perché scrive e perché mai qualcuno dovrebbe leggerlo… Le risposte saranno le più disparate e a tratti pittoresche: da Fabio Piccigallo: “Io scrivo perché sto continuando a inseguire il Road Runner” con tanto di post che te lo spiega, a Marco Freccero:” Prima la storia, poi il lettore” a Stefania Cunsolo: “Le mie esperienze, recensioni, articoli, ricette e videoricette direttamente #inyourkitchen”, a Valentina Coppola: “Avevo bisogno di un luogo online in cui raccogliere le idee e le notizie riguardanti il mio lavoro. Sin da subito è diventato però qualcosa di molto più personale. Oggi raccoglie anche le mie riflessioni e racconti. Lo definirei uno storytelling-blog, un blog che mi racconta”, a Gloria Vanni: “Credo nella sharing economy, pratico l’economia della fiducia, mi diverto a parlare con gli sconosciuti, condivido ciò che mi piace, sostengo il benessere, la gentilezza e i sorrisi a casaccio. What else? #LessIsSexy!”
Si è vero, a volte la risposta alla domanda sembra un po’ enigmatica, anche se proviamo ad individuare delle parole chiave: Road Runner –Storia-Esperienze-Luogo online-Storytelling-Sharing economy-Fiducia-Sconosciuti-Benessere-Gentilezza…
Quindi non ci resta che una cosa per capire a fondo un blogger: leggerlo, per far emergere la qualità di ciò che fa, comprenderla e diffonderla, contribuendo dal basso ad aumentare la conoscenza, in modo interattivo e con spirito critico; facendo sistema, per rinnovare il sistema.

Paola Chiesa


#adotta1blogger: da una campagna di condivisione alla rete

adotta 1 blogger
Nella rete dei blogger “adottati”

La campagna #adotta1blogger  nasce in sordina la notte del 5 marzo scorso, complice una strepitosa luna piena, mi piace pensare. Ho la fortuna di vivere nei pressi della basilica di Superga, sulla collina di Torino, ripresa in un suggestivo timelapse proprio di quella notte. Ho un debole per questo luogo sacro, da tempo complice dei momenti belli e rifugio per quelli bui, oltretutto una manna per il mio pessimo senso dell’orientamento.
Quella notte avrei dovuto scrivere un post sull’e-commerce, ma  sono scivolata su ben altro… ed ha preso il sopravvento la Rete, non intesa come social media o genericamente il web, ma come quella energia che da anni caratterizza il mio modo di essere e di agire. La rete collega naturalmente le persone quando c’è condivisione di interessi, necessità ed obiettivi. E ciò accade sempre di più nella nostra società, tant’è che siamo di fatto coinvolti nelle dinamiche della smart community, dove interazione sociale e condivisione di informazione e conoscenza producono innovazione. Così anche la cittadinanza attiva, l’attivismo digitale, l’utilizzo degli open data, sono in fondo modalità nuove per consentire la collaborazione di vari soggetti (enti pubblici, aziende, scuole, associazioni) al fine di realizzare buone pratiche, utili per migliorare la qualità della vita del cittadino. Chiamiamola pure innovazione sociale, che va a braccetto con i concetti di inclusione, sharing economy e sostenibilità.
D’altra parte la rete non è una linea retta immaginabile come una sequenza di prima e dopo. E’ invece più simile ad un cerchio, quello che ognuno di noi, più o meno consapevolmente, traccia simbolicamente attorno a sé definendo contemporaneamente il proprio raggio d’azione ed il limite di interazione concesso agli altri.
Se vogliamo far rete, il raggio intorno a noi è destinato ad allargarsi, facendo entrare nella nostra circonferenza altri, con i quali condividere spazi, bisogni, necessità, desideri, obiettivi, azioni. E’ una dimensione orizzontale che si nutre per definizione del tempo presente e che consente la proliferazione di situazioni.
Ma anche le buone pratiche lasciano il tempo che trovano se alla fin fine si riducono ad essere solo degli episodi eccellenti. La scommessa vera per rendere vivace ed utile la rete è quella di fare sistema tra progettualità e soggetti diversi, attraverso la disponibilità di dati che veicolino informazione, formazione, cultura. A tutto tondo. C’è anche un impegno sociale in questo, certo. Ma non serve né  l’ennesima piattaforma tecnologica, né l’ultimo metodo del blasonato guru, né l’aperitivo in terrazza  tra i soliti quattro amici che lanciano un evento in pompa magna.
Ciò che serve è essere in risonanza con quello che ci circonda, e che il nostro bisogno coincida con quello di altri, di tanti altri… Se poi aggiungi un briciolo di creatività, audacia, disponibilità, un paio di social e tanta passione, può succedere non solo che la rete  si crei, ma anche che si autoalimenti:

#adotta1blogger si è trasformata così in una rete in continua crescita (la madre dei blogger è sempre incinta!) che vanta al momento una cinquantina di blogger adottati in tutta Italia, un paio di “adozioni internazionali” ed una comunità molto attiva su facebook.  Perle nascoste portate alla luce che stanno mettendo in rete esperienza, professionalità, creatività, entusiasmo ed emozioni attraverso le pagine digitali dei loro blog. Donano una vitalità contagiosa attraverso le loro opere, che quotidianamente condividiamo; leggerli equivale a un’esperienza di realtà aumentata, è come vivere più esistenze contemporaneamente.
Un blogger lo sa bene che il proprio ritmo è quello del passista, ma quello che forse non si aspetta è che da qualche parte ci sia qualcuno che non solo lo osserva, ammira la sua resistenza e lo attende al traguardo per complimentarsi, ma che addirittura lo adotti, con un gesto di stima e affetto, senza scadenza, per quello che riesce a trasmettere: capacità di costruire valori solidi in un mondo liquido.

Paola Chiesa


Adotta 1 blogger!

blogger
Campagna di condivisione #adotta1blogger

E’ una figura un po’ ottocentesca quella del blogger, immersa nelle letture, nei silenzi, nei sogni, spesso nel disordine delle cose di casa, nelle quali è facile che si perda… Ma è anche piuttosto organizzato, si districa in fondo bene tra strategie, piani editoriali ed analytics, sa ben condire testi con immagini e video, dosare tempi. Seduce anche gli sconosciuti, già. O almeno ci prova…
Il suo pubblico è esigente, sfuggente, spesso infedele, volubile, non sempre puntuale agli appuntamenti. Lui che è un po’ scrittore un po’ grafico un po’ informatico un po’ psicologo un po’ sociologo un po’ creativo, può trovare spunti di ispirazione in tutto e niente, si entusiasma e si abbatte altrettanto facilmente, perché è  un attento osservatore, completamente immerso nel flusso di ciò che gli accade attorno. Lui c’è, punto. E’ una piccola certezza, è un innamorato non sempre corrisposto, sempre disponibile ad instaurare connessioni e conversazioni, spesso critiche, a volte coraggiose. Non a caso il suo habitat naturale è costituito dai social.
Il blogger fa sempre il primo passo, del resto la sua stessa etimologia lo richiede: blogger è l’autore di un blog, a sua volta contrazione di  web-log, cioé diario in rete. Poi quello che succede succede… certo che se non succede nulla va in crisi forte! Perché se scrivi in rete, l‘interazione non è solo gradita, è anche necessaria.
Per che cosa? Ad esempio nel nostro caso serve per creare ponti di comunicazione tra vari soggetti di un territorio, pubblici e privati, su temi spesso sconosciuti ai più, quali open data, digitale, smart communities, commercio elettronico, per contribuire a renderli più comprensibili e, di conseguenza, utili per migliorare e misurare il livello della qualità della vita.

Perciò veniamo alla campagna #adotta1blogger. Avete notato che c’è sempre un giorno per tutto e per tutti? quello della mamma, del papà, dei nonni, della donna, del libro, dell’albero… del gatto!
Lungi da noi l’idea di suggerire la creazione di nuove festività (per carità), vogliamo invece lanciare una simpatica campagna, per cominciare a costruire una rete, che potremmo definire di condivisione della conoscenza. E’ semplicissima e funziona così: condividiamo sui social 1 post di un blogger a scelta, dopo averlo possibilmente letto! Non c’è limite alle adozioni. Basta che ad ogni condivisione usiamo l’hashtag #adotta1blogger. La campagna inizia oggi e beh… il suo destino è nelle mani della rete.
Se ti va, #adotta1blogger! Se non ti va, ogni tanto magari leggilo…

Vuoi sapere come sta procedendo la campagna? Clicca qui!

Paola Chiesa


Poi c’è la Social Innovation…

socialinnovation
La Social Innovation crea valore sociale e nuove collaborazioni

L’innovazione non è un argomento per sole imprese o per centri di ricerca finalizzati a perfezionare, in modo sostenibile o dirompente, un processo, un prodotto, un modello organizzativo o di marketing.
E’ anche un tema che riguarda ormai sempre più da vicino la collettività, assumendo per l’occasione la denominazione di “social innovation“, innovazione sociale.
Essa nella definizione di Geoff Mulgan consiste in nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che vanno incontro ai bisogni sociali e che allo stesso tempo creano nuove relazioni sociali e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono ad un tempo buone per la società ed accrescono le possibilità di azione per la società stessa.
Ciò che è di stimolo per l’innovazione, in qualunque ambito sia declinata, è il cambiamento dei bisogni, per cui si parte dall’esistente, si cerca di capire quali sono le nuove esigenze, si studia il cambiamento, ed infine lo si mette in pratica. Il tutto secondo un processo continuo che non può prescindere dalla misurazione dei risultati.
Tra Pubblica Amministrazione e social innovation non c’è antagonismo, in quanto l’obiettivo è il medesimo, cioé ricercare soluzioni migliori per soddisfare le esigenze dei cittadini. L’aspetto da migliorare è il fatto che sia l’una che l’altra sono vittime di una cultura dell’innovazione   sbilanciata sul digitale, inteso nella sua accezione restrittiva di tecnologia, piattaforme, banalmente l’hardware ed il software, senza afferrarne la forza dirompente in termini di innovazione culturale, che può impattare sulla qualità e quantità della conoscenza.
Viviamo in una realtà fluida, ma utilizziamo ancora schemi piuttosto fissi.
Ha senso partecipare ad una consultazione pubblica sociale per fornire la propria opinione su un argomento, o a un bar camp, o a un hackathon, senza che preventivamente i cittadini e i vari portatori di interesse si siano adeguatamente informati e formati sullo stesso argomento? In modo tale da confrontarsi obiettivamente sugli stessi dati… e generare proposte effettivamente originali, ma soprattutto contestualizzate? Come fanno a formarsi e ancor più ad espandersi le comunità intelligenti, che presuppongono esigenze condivise e pratica di partecipazione attiva? In quanti sono a conoscenza di questi argomenti?
La tematica è decisamente affascinante, ma  entrerà nella vita delle persone nel momento in cui riuscirà a rendersi necessaria grazie alla sua utilità quotidiana.

Penso a quel grazioso porta rossetto che non riesco mai ad usare perché nessun rossetto ci entra dentro, e sta lì come soprammobile. Che faccio, acquisto un rossetto in base alle dimensioni ? Macché, i criteri di scelta saranno piuttosto il colore, la consistenza, la tenuta ecc. Questione di esigenze e di utilità, appunto, non di ostentazione di un contenitore sicuramente bello ma… vuoto.

Paola Chiesa


A cosa servono i social media?

socialmedia
Dai social media ai social networks

C’è una differenza dottrinale tra i social media e i social networks, secondo cui i primi sono un veicolo, un mezzo per condividere un qualsiasi contenuto, documento, video o immagine con un pubblico di ampie dimensioni; per intenderci la piattaforma tecnologica (facebook, twitter, google+ ecc.); mentre i social networks sono reti sociali, più persone che condividono gli stessi interessi (culturali, religiosi, lavorativi ecc.).

Eppure c’è uno stretto legame tra gli uni e gli altri. Vediamolo in concreto, passando velocemente in rassegna i social media più utilizzati, secondo il nostro tipico  approccio pragmatico.
Facebook: è come sfogliare una rivista nella sala d’aspetto del dentista, guardando le vite degli altri;
Twitter: è il qui ed ora, un lampo, è come il fioretto, dove devi colpire il bersaglio avendo iniziato l’attacco prima dell’avversario;
LinkedIn: è l’architetto che costruisce la propria casa nel tempo, badando ai particolari e documentandone le varie fasi progettuali e realizzative;
Pinterest: è il film che vai a vedere al cinema, perché solo lì trovi rappresentata la vita senza le sue parti noiose;
Instagram: è il perfezionismo, il gusto per i dettagli e la qualità; come quando esci dall’estetista e ti senti la donna più bella del mondo;
Google+: è la sicurezza di soddisfare gli ospiti cucinando il tuo piatto forte.

Si ma se è tutto come nella vita, quella vera, allora a che servono i social media? Tanto vale…

In effetti  dipende da che prospettiva guardiamo i social: per un’azienda l’interesse sarà principalmente quello di promuovere il brand e presentare un’immagine allettante dei propri servizi e prodotti; per una Pubblica Amministrazione, i social media  saranno strumenti di informazione, di ascolto, di dialogo, di agevolazione nell’erogazione dei servizi al cittadino (per approfondimenti sulla PA suggeriamo questo studio sulle social media policy); per un cittadino, l’interesse sarà quello di entrare in contatto con amici, aziende e Pubblica Amministrazione, al fine di interagire e condividere stati d’animo, informazioni, gusti, esperienze, idee.

Ricapitolando, sui social media le aziende  cercano i cittadini e la Pubblica Amministrazione, la Pubblica Amministrazione cerca i cittadini e le aziende, i cittadini cercano le aziende e la Pubblica Amministrazione. Tutti cercano tutti, ma poi off line ognuno si comporta come se non avesse bisogno di nessun altro.
E’ un bluff?
No, è che al momento siamo centrifugati in un think tank di hackathon, open government, smart community, social innovation, mappathon, piattaforme collaborative e digital party,  con tanto di sentiment, per carità. Ma manca la comunità, quella che per esistere, oltre alla disponibilità di informazioni (quindi dati, e magari anche open data), presuppone conoscenza e identificazione dei bisogni, affinché possa nascere anche una condivisione di interessi, quindi una collaborazione finalizzata al raggiungimento di obiettivi. Se ci sono questi ingredienti minimali, allora può nascere la rete sociale, il social network; grazie anche ai social media, che possono sostenere la creazione di intelligenze collettive a vantaggio della comunità territoriale.
Tutto il resto è traffico… utile per qualcuno, purtroppo non per il cittadino.

Paola Chiesa

 


Quello che Google sa di te

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Il completamento automatico di Google


La funzione completamento automatico di Google è attiva dal 2008  e genera delle previsioni di ricerca grazie ad un algoritmo che si basa prevalentemente sulle ricerche effettuate in passato da altri utenti. Una funzione decisamente utile non solo per risparmiare tempo e per le correzioni ortografiche attive, ma anche perché dà un’idea immediata di quello che la maggioranza delle persone ha cercato precedentemente, rispetto a quel dato termine di ricerca.
Le previsioni di completamento possono in effetti anche avere un’influenza negativa sulla brand reputation, quando i suggerimenti automatici sono correlati a termini di ricerca tali da ledere l’immagine e la reputazione di un soggetto, influenzando negativamente colui che effettua la ricerca.
In vari Paesi ci sono stati precedenti  di risarcimento economico per i danni arrecati alla reputazione, oltre, in alcuni casi (per esempio in Germania) all’obbligo di rimuovere la funzione di suggerimento automatico. Per approfondimenti sul tema segnaliamo questo articolo.
Da notare che Google offre la possibilità di compilare un apposito modulo per segnalare contenuti lesivi dell’immagine, dei quali si vuole richiedere la rimozione.

Tornando ad un utilizzo normale dello strumento, che non leda l’immagine di un soggetto ma che anzi sia di supporto nella ricerca di informazioni sul web, se si prova a “giocare” con il completamento automatico di Google, i risultati possono essere davvero interessanti per la situazione che rappresentano, e stimolanti per la ricerca di soluzioni ad eventuali criticità emergenti.
Come nel caso di Life through Google’s eyes, un video nel quale lo youtuber Marius Budin ha ricostruito le ricerche effettuate da persone dai dieci agli ottantacinque anni, accomunati dal fatto di cercare una risposta ai propri problemi. Ci ha talmente appassionato che abbiamo creato un nostro video, rappresentativo della situazione italiana.
Il risultato?
Emerge chiaramente un disagio, si dichiara quello che non si è o che non si riesce ad avere, ma c’è il conforto di scoprire di non essere i soli ad avere quel problema, e ci si riconosce nell’esperienza altrui, simile alla nostra. Emergono alcune tematiche prevalenti: la sessualità, l’amicizia, il rapporto con gli altri, il desiderio di avere un figlio, la mancanza di un lavoro, la solitudine, la vita che finisce.

Che dire, grazie a Google questi dati emergono, viviamo in un mondo di dati. La domanda ora è: qualcuno farà anche qualcosa per risolvere quei problemi?

Paola Chiesa


La consultazione pubblica come strumento di partecipazione

Consultazione AgID sulla valorizzazione del patrimonio informativo pubblico

Una delle ultime consultazioni pubbliche alle quali abbiamo partecipato come Centro Studi Informatica Giuridica Ivrea-Torino è stata quella avviata dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) con oggetto la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico, cioé quali tipologie di dati sarebbe opportuno rendere disponibili secondo i principi dell’Open Data, a partire dalle esigenze di cittadini, professionisti ed imprese.
Al di là della soddisfazione di aver visto il nostro contributo recepito nel report dell’AgID, che sta attualmente studiando le proposte per elaborare il piano per il 2015, l’occasione è utile per riflettere sulla consultazione pubblica; si tratta di uno strumento di partecipazione democratica che consente ai portatori di interesse di esprimere il proprio parere e punto di vista su un argomento; a patto che:
– si sia a conoscenza della consultazione pubblica in corso;
– si sia interessati ad apportare il proprio contributo;
– si abbia dimestichezza con Internet.
Se poi si appartiene a quella categoria di persone note come attivisti digitali, partecipare a una consultazione è solo un passo tra i tanti di un percorso che si snoda in un mare di dati ed informazioni, nel monitoraggio, nell’approfondimento, nel confronto, nell’analisi dei risultati (quando ci sono e nella misura in cui sono reperibili ed accessibili) e nella critica costruttiva, secondo una logica tanto semplice quanto di fatto azzardata:
essere di stimolo ad una Pubblica Amministrazione interessata ad individuare i punti critici del proprio operato sui quali intervenire, al fine di programmare al meglio le attività e gli obiettivi da raggiungere; nonché pretendere la condivisione dei risultati al fine di poterne valutare l’efficacia, quale manifestazione concreta  di una comunità “smart” e consapevole.
E’ facile disorientarsi in un mondo di dati e di informazioni che viaggiano sul web… è un po’ come perdersi tra tante fragranze alla ricerca di quella nota profumata floreale, agrumata o talcata che ti convinca della sua unicità, senza rendersi conto che alla fine sei tu che renderai quel profumo unico, nel momento in cui lo sceglierai.
Allo stesso modo siamo noi che decidiamo le sorti del nostro attivismo civico, nel momento in cui lo esercitiamo. E’ una questione di scelta. Anche online.

Paola Chiesa


Applicare la “disruptive innovation” alla PA

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Perché adottare la disruptive innovation nella Pubblica Amministrazione?

In un precedente post avevamo parlato dell’innovazione ideale come evoluzione dal vecchio al nuovo attraverso quel filo sottile della tradizione, che consente di valorizzare le irrinunciabili conquiste di civiltà e di valutare l’efficacia delle azioni innovative.

Continuando le nostre riflessioni, questo approccio ci conduce verso il concetto della disruptive innovation di Clayton Christensen, ideatore della teoria del job to be done, secondo la quale il focus si sposta dal prodotto al bisogno che il prodotto è chiamato a soddisfare: banalmente, le persone non vogliono un frigorifero, vogliono conservare il cibo per consumarlo in un momento successivo. Secondo questa diversa prospettiva, l’innovazione è allora un processo per definire un concetto di prodotto o servizio che soddisfi dei bisogni importanti e non soddisfatti. Per arrivare a capire quali sono questi bisogni, è indispensabile interagire sapientemente con il mercato, con la gente.

La caratteristica fondamentale della disruptive innovation è che non è legata, come si potrebbe immaginare, a mutamenti tecnologici estremi o particolarmente complessi, quanto alla capacità di cogliere, secondo una metodologia quasi maieutica, quali sono i bisogni latenti nel consumatore, che ci sono sempre stati ma che per vari motivi non sono ancora emersi. Questo si che è dirompente. Una volta individuati, anche l’effetto è dirompente, perché genera il successo dell’iniziativa e ne viralizza gli effetti positivi.

Questo tipo di approccio, che mette il bisogno della persona al centro, mi riporta alla mente alcune significative tesi del Cluetrain Manifesto di Fredrick Levine, Christopher Locke, David Searls e David Weinberger, che già nella sua prima versione del 1999 diceva “parlare con voce umana non è un gioco di società, non si impara certo partecipando a qualche convegno esclusivo; per parlare con voce umana, le aziende devono condividere gli interessi delle loro comunità; ma, prima, devono appartener a una comunità; […] se la loro mentalità d’impresa non arriva a coinvolgere la comunità, allora non hanno mercato” (tesi nn. 33-37). Concetto ribadito nella nuova edizione “The New Clues”, il manifesto per un nuovo umanesimo digitale: “Avevamo ragione la prima volta: i mercati sono conversazioni.; avere una conversazione non significa strattonarci per una manica per parlarci di un prodotto che non ci interessa […]” (tesi 52- 53).

Tradizionalmente i concetti sopra esposti sono riferibili alle aziende e alla loro necessità di aggredire un nuovo mercato, ma ci piace nel nostro piccolo essere “dirompenti” nell’immaginare come si potrebbe contaminare la Pubblica Amministrazione, aiutandola con metodologie nuove a captare le necessità importanti della propria comunità. Ne abbiamo parlato qualche tempo fa in un post, suggerendo quale potrebbe essere l’utilizzo esemplare dei social network da parte della PA; secondo noi la Pubblica Amministrazione dovrebbe agire come un soggetto facilitatore di disruptive innovation, facendo emergere le criticità e i reali bisogni dei cittadini relativamente ai servizi pubblici, ad esempio mettendo a disposizione gli open data e investendo su sentiment analysis, affinché le aziende ed i centri di ricerca possano modellare dei processi che portino a obiettivi condivisi e a risultati misurabili.

Paola Chiesa


Il cittadino digitale

 

Quali sono gli aspetti che caratterizzano un cittadino digitale?

Dovessi mai dire se ed in che misura mi sento una cittadina digitale, dovrei rapidamente immaginarmi nelle seguenti situazioni prima di rispondere:

  • riesco tecnicamente ad accedere a Internet?
  • ho dimestichezza con i vari device quali pc, notebook, smartphone, tablet…
  • so comunicare nei vari social network, osservando le eventuali social media policy?
  • sono in grado di migliorare la mia formazione attraverso corsi online, webinar e videoconferenze?
  • riesco ad acquistare e a vendere prodotti e servizi online attraverso l’e-commerce?
  • so adottare le minime misure necessarie ai fini della sicurezza informatica?
  • riesco a procurarmi agevolmente le informazioni sul web e sono consapevole del fatto che non tutti i contenuti online sono attendibili?
  • partecipo agevolmente a progetti di e-government e cittadinanza attiva? Firmo petizioni e rispondo a sondaggi online?
  • mi comporto in rete secondo un’etica digitale, che si esprime non solo nell’utilizzare un linguaggio ed uno stile adatto ai diversi contesti , ma anche nella consapevolezza delle potenzialità e dei rischi che la comunicazione digitale implica, per sé e per gli altri, in particolare per i minori?
  • sono conscia del fatto che la navigazione su internet e la condivisione di contenuti può comportare delle conseguenze relativamente alla protezione della privacy e del diritto d’autore?

Sicuramente le domande potrebbero continuare, ma a questo punto il dubbio che sorge è un altro: ha senso che sia io a definirmi cittadina digitale o meno? In base a quali parametri? E comunque, che cosa cambierebbe?

Parlami e dimenticherò, insegnami e ricorderò, coinvolgimi e imparerò, diceva qualcuno…

Proprio il coinvolgimento è l’ingrediente essenziale se vogliamo che il digitale abbia ripercussioni utili nella nostra vita, personale lavorativa e di cittadini. A pochi giorni dalla conclusione della consultazione pubblica per la crescita digitale predisposta dalla Presidenza del Consiglio, insieme al Ministero dello Sviluppo Economico, all’Agenzia per l’Italia digitale e all’Agenzia per la Coesione, cui abbiamo partecipato, insieme tra gli altri al Centro Studi Informatica Giuridica di Ivrea-Torino, si spera che si appronti un programma strutturato di alfabetizzazione digitale dei cittadini, degli studenti e delle imprese; il digitale non va considerato un hobby o una passione per gli entusiasti della tecnologia, così come non deve alimentare forme di volontariato, che purtroppo non aiuterebbero a considerare il digitale come strumento strategico sia per la formazione dei cittadini, più o meno giovani, sia per le imprese, sia per la Pubblica Amministrazione. La diffusione della cultura digitale tra i cittadini, così come lo sviluppo di competenze digitali nelle imprese e nella PA, può contribuire a sollecitare una domanda capace di generare un’adeguata offerta innovativa e qualificata. Ma prima ancora crea una società più consapevole, quindi critica.

Il digitale lo usi, la cultura digitale la costruisci, la cittadinanza digitale è una conquista collettiva di civiltà, che presuppone uno Stato che investa sui suoi cittadini, sulle imprese, sulla propria organizzazione.

E la strada, almeno da noi, non è proprio breve…

Paola Chiesa


Il social solstizio invernale

solstizio_inverno
Simbologia del solstizio d’inverno nei social

Il 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno, è il momento in cui abbiamo il massimo periodo di buio e la minima durata di luce; il sole sembra fermarsi (“solis statio“), è come se, appesantito dagli ostacoli, dal fracasso e da una formalità priva di sostanza, precipitasse nell’oscurità.

In questo giorno dell’anno tutto ciò che è “apparenza”, non sostenuta dalla necessaria solidità, rivela la sua effimera natura ed è destinato a spegnersi, precipitando nell’oscurità. Così le fiammelle vacue si consumano una dopo l’altra e tutto si fa buio, solitudine e silenzio. E’ proprio in questa situazione che il bisogno di luce si impone, generando anche il bisogno di socialità, di fratellanza, di parola e di condivisione. La luce del giorno tornerà gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi, fino al solstizio d’estate.

Possiamo trovare una corrispondenza simbolica anche con l’operatività ideale sui social, che ci può aiutare a seguire un percorso, delle fasi logiche, finalizzati ad un miglioramento innanzitutto individuale, quindi dell’ambiente che ci circonda: buio… silenzio… parola… condivisione… socialità. Tra queste fasi non è  contemplata l’immagine, non perchè non sia importante, anzi come si sa sui social ci restano più facilmente impresse nella memoria le immagini rispetto alle parole. Ma perché essa è la conseguenza, il frutto di un lavoro certosino portato avanti nel tempo, con coerenza. Può piacere o meno, non è questo l’aspetto fondamentale, è importante che sia riconoscibile per il suo valore.

Buon solstizio!

Paola Chiesa

 

 


Dai dati alle informazioni nella Pubblica Amministrazione

open data

 

L’importanza dei dati della Pubblica Amministrazione per la conoscenza

Che differenza c’è tra non avere a disposizione nessun dato e averne a disposizione tanti?

A ben vedere nessuna, se consideriamo che il dato di per sé non aggiunge valore a ciò che conosciamo; ciò che veramente ci arricchisce è l’informazione, il risultato dell’elaborazione dei dati, che ci permette di venire a conoscenza di qualcosa.

Quindi i dati da soli non ci salveranno…

E’ interessante però notare l’importanza attribuita ai dati dalle aziende private, che con processi sofisticati e complessi li strutturano, li elaborano e li monitorano con analytics potenti per ricavarne informazioni utili ai fini delle politiche di marketing.

Diversamente la Pubblica Amministrazione è mediamente spettatrice e vittima dell’entropia da lei stessa creata; i dati, quando ci sono, a volte non sono adeguatamente governati, mediamente non sono comunicati, spesso e volentieri non sono spiegati. Così nella percezione comune del cittadino generano qualcosa che, paradossalmente, viene percepito come un appesantimento e una complicazione della macchina amministrativa, aggravati da una terminologia pressoché incomprensibile (open data, open government, open content, open source ecc.) e dall’errore prospettico di considerare l’argomento come appannaggio di informatici ed ingegneri, confondendo lo strumento tecnologico con lo scopo di principio: applicare la trasparenza.

Parlare di dati nella PA implica un chiaro riferimento alla tematica della trasparenza e agli open data.

L’open data si richiama alla più ampia disciplina dell’open government, cioè una dottrina in base alla quale la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, tanto in termini di trasparenza quanto di partecipazione diretta al processo decisionale, anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; e ha alla base un’etica simile ad altri movimenti e comunità di sviluppo “open”, come l’open source, l’open access e l’open content.

Il fatto di trovare sui siti web dei Comuni o sui portali dedicati, innumerevoli record di dataset, di per sé non è sufficiente, perché sono dati aggregati cui manca il tassello finale in grado di dare senso ai dati: l’informazione che portano con sé.

Cosa significano quei dataset? A chi sono destinati? Cosa ci si può fare? Cosa significa riutilizzarli? Chi è a conoscenza dell’esistenza di tali dati? I cittadini cosa sanno degli open data?

Perché tutte queste domande?

Perché il nostro approccio da attivisti digitali ci spinge non solo a voler capire la realtà in cui viviamo, ma anche a voler fare un po’ di chiarezza in un argomento che a torto viene ritenuto riserva di caccia di nerd che parlano inglese e di autoreferenziali innovatori.

A ben vedere, proprio la materia degli open data richiede la collaborazione creativa e trasversale tra soggetti diversi, giuristi ingegneri informatici, uffici amministrativi e della comunicazione, affinché possa generare un valore aggiunto significativo per la comunità di riferimento.

Gli open data non sono il punto di arrivo di un’amministrazione che applica la normativa sulla trasparenza, sono anzi un punto di partenza verso forme di democrazia partecipata, per trovare soluzioni condivise sulle finalità di utilizzo, per consentire la conoscenza delle politiche pubbliche, per stimolare la produzione di nuovi open data, per avviare politiche sinergiche tra PA su tematiche comuni, per incentivare le imprese a creare prodotti utili ed innovativi.

Il requisito primo è che tutti dobbiamo parlare lo stesso linguaggio (magari anche l’italiano), fatto di percorsi ed obiettivi condivisi.

Quando in passato, in campagna di inverno, ci si recava alla sera in visita a casa di qualcuno, era buona usanza portare con sé un tizzone ardente preso dalla propria stufa, che aveva la duplice funzione di illuminare il tragitto a piedi e di contribuire a riscaldare la casa dell’ospite. Un gesto inequivocabile con una triplice valenza di cortesia, utilità e bene comune.

Mutatis mutandis, riportando il discorso a come potrebbe essere la diffusione della cultura degli open data da parte della Pubblica Amministrazione, immaginiamola come una padrona di casa che voglia invitare a cena degli ospiti ma:

1) non glielo faccia sapere

2) non comunichi l’indirizzo di casa

3) non dica che a casa propria fa freddo e che per il bene di tutti è meglio che ognuno porti un tizzone per la stufa

La conseguenza sarà che alcuni non andranno a casa della signora perché nessuno li ha informati, altri non ci arriveranno perché non sanno l’indirizzo, infine i fortunati che ci saranno riusciti non ci torneranno più, quanto meno perché saranno morti di freddo…

E la padrona di casa continuerà a frequentare i soliti quattro amici.

Una PA la cui attività sia realmente animata dalla volontà di diffondere la cultura degli open data dovrebbe seguire un metodo logico in cui sia evidente il percorso e l’obiettivo, grazie a semplici ed indispensabili passi:

  1. pubblicare dataset open data
  2. divulgare con iniziative pubbliche rivolte alla cittadinanza la tematica degli open data
  3. stimolare gli stakeholders del territorio (cittadini, imprese, associazioni, altri enti pubblici) a riutilizzare gli open data
  4. rendere gli open data uno strumento concreto per intervenire sulla realtà, migliorandone le criticità grazie al contributo di diversi soggetti
  5. utilizzare i social media quale strumento di comunicazione snello a supporto dell’attività dell’ente in tema di open data
  6. verificare il miglioramento del servizio pubblico in seguito all’utilizzo/riutilizzo degli open data.

C’è una grossa differenza tra una PA che applica la normativa sulla trasparenza in quanto “deve”, e una che invece abbraccia spontaneamente e proattivamente i valori della trasparenza.

E quando cominceremo a misurare i risultati sulla base del miglioramento della qualità dei servizi erogati, sarà il cittadino, e non le società di rating, che potrà dire se vive in una comunità smart. A quel punto probabilmente gli open data non saranno più né un mistero né fonte di smarrimento per nessuno, e potremo forse anche chiamarli dati aperti.

Paola Chiesa


Public Administration role in social media approach

socialmedia
How Public Administration should approach social media

There is an ancestral need in human being to let a “sign”, a kind of fingerprint which face to talk about ourselves in the future, which does not correspond actually in a similar capacity to interpret and process that sign by the interlocutor.

In prehistoric times were the rock paintings depicting hunting or dance scenes that still we do not know exactly if they had a purely artistic or if they had a symbolic meaning, such as the centrality of the hunt, the relationship between man and animal, the sacredness of the dance, etc.

Nowadays, text, images, tweets, videos we post on social media are the new signs through which we express our tastes and moods, there we georeference and immortalize ourselves in our supposed best shape. Compared to our prehistoric ancestors we have the gift of writing, that allows us to be potentially more effective in our utterances.

However then, as now, the communication process is interrupted and the message does not reach its destination intact; perhaps because the man is biologically social but unfortunately culturally individualist, and his inability to communicate is related to not being able to really listen to what is being said? Moreover that is the reason why we privilege statements against questions, that could challenge our certainties and creep doubts in us …

While it is rather simple explicit ourselves through social (state what I like or do, or what i don’t like, where I am right now, what are my skills, my hobbies and so on) is certainly more nebulous identify to whom is being addressed this information or even what is understood by the hypothetical recipient.

Leaving aside the issues on the target audience you want to reach; rather we want to stimulate a discussion on how to bring out the authentic interaction between stakeholders; a private company, having to promote its brand and sell its products, will certainly look for people that reflects its own image and recognises its specificities, or better it will look to shape a public that could be recognised in its products.

An exemplary presence of the public administration on social should instead be aimed not to search for a consensus, but rather to bring out a problem and identify critical issues through stimulating interaction, passing through phases of listening and observation, to help understand the needs of the citizen and the community in general.

Should we see this with an example, the kind of approach that the public authority should have on the social, we might imagine it like this:

social media approach

social media approach

For sure it is not easy or immediate, but it is essential if it is true that communicate with each other, exchange information is natural; take into account information we are given is culture.

If it is normal that a company leverages on its human nature, it is essential that the Public Authority is leveraging on the culture, in a two-way process that allows to identify the critical points that need work, the programmed tasks, goals to be achieved, the results presentation, the monitoring of the effectiveness of the results. And culture requires information, education and lucid logic of public service to be addressed to the people communities.

Paola Chiesa

chiesapaola@gmail.com

twitter: @chiesa_paola